CHIUSI, LA BATTAGLIA PER SALVARE LA STAZIONE: E SE SI FACESSE UNA GRANDE MANIFESTAZIONE COME QUELLE PER LA BIANCHI?

CHIUSI, LA BATTAGLIA PER SALVARE LA STAZIONE: E SE SI FACESSE UNA GRANDE MANIFESTAZIONE COME QUELLE PER LA BIANCHI?
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CHIUSI – Qualche giorno fa, a corredo di un articolo sulla morte di Reno Cesarini, storico sindacalista Cgil, abbiamo pubblicato la foto di un corteo per la fabbrica Bianchi dei primi anni ’70. La foto ritrae una parte del corteo, in via Mazzini, zona Le Biffe a Chiusi Scalo. Centinaia di persone con decine di cartelli. Altrettante ce n’erano, fuori quadro… A Chiusi e in Valdichiana l’autunno caldo del ’69  arrivò un po’ più tardi. Due o tre anni dopo. D’altra parte, si sa, in provincia tutto arriva un po’ più tardi rispetto alle grandi città. E da queste parti, in Valdichiana, non eravamo neanche troppo abituati alle lotte operaie. C’erano state sì quelle mezzadrili e quelle dei fornaciai di Guazzino, Bettolle e Torrita nei primi anni ’50, ma erano passati 20 anni. La vicenda della Bianchi di Chiusi, che poi cambiò nome e proprietà un paio di volte, rappresentò, politicamente parlando, uno spartiacque. Per la prima volta insieme agli operai manifestavano anche gli studenti gli artigiani, anche i commercianti. Per la prima volta gli operai in piazza, erano per lo più… operaie. Donne. Giovani, ma anche già sui 40 e i 50 anni, entrate in fabbrica da adulte, perché prima le fabbriche non c’erano. E quelle operaie che prima facevano le casalinghe si ritrovarono alla catena di montaggio, e la occuparono la fabbrica. Non si vergognarono a scendere i piazza coi cartelli e le bandiere. A fronteggiare la polizia che era lì con le camionette e pure i giovani dei gruppi extraparlamentari (si diceva così all’epoca) che contestavano il sindacato troppo morbido e avrebbero voluto fare azioni più eclatanti.

Come Vincenzina della canzone di Jannacci, quelle donne volevano bene alla fabbrica, la difendevano perché era il loro posto di lavoro, perché lavorare in fabbrica era meglio che fare la cameriera ai piani a Chianciano. Soprattutto perché la fabbrica voleva dire autonomia, emancipazione, anche dentro la famiglia. Una cosa che prima avevano solo sognato. E quello che successe alla Bianchi di Chiusi successe nello stesso periodo alla Little di Acquaviva e in altre fabbriche della Valdichiana. Lo spartiacque passava per la SS 326 e Chiusi, come in altre occasioni, si trovò nell’occhio del ciclone, nell’occhio di quella ventata di novità. E non stette a guardare.

Sabato scorso, in piazza della stazione a Chiusi Scalo è andato in scena il flash mob organizzato dal comitato “Opzione zero”, per dire No alla stazione in linea per l’alta velocità e sì all’utilizzo e alla valorizzazione della staazione di Chiusi. E di quella di Arezzo. Una battaglia comune per evitare spreco di denario pubblico, consumo di suolo in areee peraltro delicate dal punto di vista idrogeologico e per ridare valore a stazioni che sono nel cuore di due città. Una piccola, ma importante come Chiusi, una più grande come Arezzo. Anche ai tempi della Bianchi, negli anni ’70, la battaglia accomunava Chiusi e Arezzo, perché la proprietà dei Fratelli Bianchi aveva stabilimenti anche nell’aretino (ad aArezzo città e a Subbiano).

Il flash mob ha visto una buona partecipazione e non era propriamente una manifestazione, era un happening convocato quasi all’impronta, per alzare un po’ la voce e il volume, per accendere i riflettori su una protesta (e un carnet di proposte e rivendicazioni) che faticano ad emergere, perché molti media i riflettori li tengono volutamente spenti, o bassi, forse per non disturbare il manovratore… Il “non si sa mai” è una logica molto in voga, ultimamente.

In piazza sabato scorso ci saranno state 200 persone. Non poche considerati i tempi e considerato anche il fatto che molti non sanno nemmeno cosa significhi l’espressione flash mob e nessuno sapeva cosa sarebbe successo davanti alla stazione. Niente a che vedere però con le manifestazioni degli anni ’70, come quella cui si riferisce la foto del corteo alle Biffe. Probabilmente c’era più gente quella sera di giugno del 2019 quando l’allora sindaco Bettollini volle festeggiare la fermata del Frecciarossa, ottenuta non senza fatica. E’ empre più semplice festeggiare che protestare.

La cosa buffa è che sabato 11 novembre, in piazza a chiedere il ripristino del frecciarossa (e non solo) c’erano anche quelli che sbeffegguavano Bettollini per le sue porchette e per quel Frecciarossa che era “poca cosa rispetto alle carenze generali del trasporto pubblico nel territorio”. E non c’erano invece quelli che all’epoca applaudivano: sindaci dei comuni limitrofi compresi. Eccetto il pievese Risini che sabato era presente. Unico e solitario. Sonnini è arrivato a cose fatte, degli altri neanche l’ombra Alcuni hanno fatto sapere che erano a Roma alla manifestazione nazionale del Pd. Bene. Ma avrebbero potuto mandare un messaggio, avrebbero potuto scrivere qualcosa sui social. Anche un appunto di disaccordo. Niente. La cosa, francamente, un po’ lascia perplessi.

Peccato perché il flash mob era anche per loro. Per tutti i comuni che – se andrà avanti il progetto stazione in linea – si vedranno allontanare l’aggancio all’alta velocità. Per i cittadini e per i turisti.

Il Comitato ha fatto finora due iniziatve pubbliche: la presentazione in piazza Garibaldi nel mese di agosto e il flas mob di sabato 11 novembre. Tutte e due hanno avuto successo. E sono un successo anche le 4.000 firme raccolte e consegnate virtualmente davanti alla stazione agli avatar di Salvini, Giani e Tesei. 4 mila attestati di coindivisione di una battaglia, fotografia tangibile, di un “sentire comune diffuso”. Così come sono fotografano il sentire diffuso le decine e decine di lenzuoli con gli slogan del comitato appesi sui balconi in tutta Chiusi Scalo.

Ma le firme non sono solo chusine la battaglia non è solo chiusina. Riguarda tutto il territorio da Arezzo a Chiusi e a sud e nord di Chiusi. Riguarda l’Amiata e la Valdorcia, il Trasimeno, tutta la Valdichiana. E se è comprensibile che i comuni di Montepulciano da un lato, Sinalunga, Torrita, Foiano o Cortona dall’altro, possano sentirsi ingolositi dalla possibilità di avere una stazione in linea nel proprio territorio o a due passi da esso, non si capisce cosa ci vedano comuni come Chianciano, Cetona, San Casciano, Sarteano, Radicofani, Abbadia San Salvatore, che la stazione se la troverebbero a 50 o addirittura a 80 km di distanza…

Al flash mob si è visto poco anche il versante umbro che pure finora si è speso più di quello chianino-senese a sostegno della stazione di Chiusi.

Per tutto questo, crediamo che, dopo le iniziative fin qui organizzate, il Comitato Opzione Zero debba adesso alzare il tiro e il volume ulteriormente. Forse, dopo il flash mob, servirà una manifestazione vera, vecchio stile, come quelle per la Bianchi degli anni ’70.

Servirà ovviamente anche continuare nel lavoro diplomatico e politico come le osservazioni al Piano Strutturale Intercomunale della Valdichiana, come gli incontri con i sindaci e gli assessori regionali ai trasporti, con i vertici Fs. Serviranno anche assemblee pubbliche nelle quali spiegare, con più precisione, le rivendicazioni e le proposte: dalle fermate del frecciarossa, all’aumento degli intercity e dei regionali; dalle criticità ambientali per una stazione in linea, all’importanza di avere una stazione nel cuore di una città (Arezzo e Chiusi) con tutti i servizi e le connessioni a portata di mano e nel giro di pochi metri; dal treno ibrido Siena-Chiusi-Roma alla strada Perugia-Chiusi attraverso la variante per far sfondare la Pievaiola tra Piegaro e Moiano; dal rilancio del Centro Merci alla possibilità di realizzare una “bretella” ferroviaria tra Borghetto di Tuoro e Castiglione del Lago in modo da congiungere Perugia a Chiusi, via ferrovia, in mezz’ora, senza dover andare a Terontola e tornare indietro. Questo ovviamente per chi va verso sud, mentre in direzione nord resterebbe l’opzione Terontola-Arezzo…

Insomma a nostro avviso, le iniziative fin qui svolte, qualche crepa nel muro di gomma della politica l’hanno generata. Ora quel muro di gomma va fatto crollare, anche se la politica svicola, si nasconde, evita il confronto diretto.

Il Comitato ha avuto la riprova/conferma di un consenso piuttosto largo nell’opinione pubblica, nella cittadinanza del territorio. Questa forza deve e può farla valere, alzando – come si diceva un tempo – il livello del confronto. Se necessario dello scontro. Politicamentre parlando, ovvio.

Adesso, dopo il flash mob di sabato 11 novembre, anche il Comitato si trova a dover giocare a carte scoperte. Ora si sa che esiste e una certa forza ce l’ha. Chiami a raccolta chi ci sta. Prenda atto di chi nicchia, di chi svicola o si nasconde, di chi fa finta di non capire, di chi si attarda su argomenti incosistenti, e semplicemente li annoti tra gli avversari. La partita è tutt’altro che finita. E non a caso il tavolo tecnico presso il Ministero si riunisce, ma non decide. Tra pochi mesi, nella primavera 2024 si voterà in molti comuni. La politica può permettersi di ignorare o sorvolare sulle istranze che vengono dai cittadini e dai territori?  I sindaci che vorranno essere rieletti e i candidati che si presenteranno pr la prima volta, possono ignorare o glissare su una vicenda come questa, parlando d’altro, magari dei mercatini di Natale?

m.l.

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