ADDIO A GUCCINI, UNO DEI NOSTRI NUMI TUTELARI
Ognuno ha il proprio pantheon, dove custodisce i suoi modelli, i suoi miti di gioventù, i suoi riferimenti culturali. Nel mio, Francesco Guccini un posto ce l’ha di diritto. Insieme a Gramsci e Berlinguer, a John Lennon e Bob Dylan, ad Antognoni e Gimondi, a Pavese e Bianciardi, a Steinbeck e Calvino. A Bernardo Bertolucci e Pasolini o Woodward e Bernstein… E anche a Tex Willer.
Ricordo ancora l’estate del ’75, quando nella sezione Pci di Chiusi Scalo, nel preparare la festa dei giovani comunisti, ci mettemmo a dipingere dei grossi “murales” (su grandi pannelli di truciolato e grandi teli bianchi) con le canzoni di Guccini a palla sul giradischi. Il disco era Radici, uscito da due o tre anni… La canzone dei dodici mesi, Incontro, Il vecchio e il bambino, La Locomotiva, che tutti sapevamo a memoria, Piccola città (bastardo posto: quale piccola città non era un posto bastardo a quei tempi?). Bene, ancora oggi, ogni volta che sento uno di quei brani nel naso mi riaffiora l’odore di quelle vernici usate per dipingere i murales. E ricordo quando, tre anni dopo, nel ’78, ne facemmo uno ancora più grande di murale, per i 10 anni dall’invasione di Praga da parte dei carrarmati sovietici. Anche allora con le canzoni di Guccini in sottofondo: Primavera di Praga. Noi a disegnare Ian Palach che brucia con Guccini che nella canzone lo paragona a Jan Hus “bruciato” 500 anni prima… Perché alla fine la storia è sempre la stessa. I compagni della festa de l’Unità, quel murale su Praga lo digerirono male, e di notte qualcuno gli diede fuoco. Il grande pannello bruciò come una torcia e come Jan Palach. E qui l’odore che riaffiora a pensarci è quello della vernice infiammabile bruciata. E di una ferita mai rimarginata.
Ma Guccini mi piaceva perché era un po’ come me. Io ero comunista, lui diceva di non esserlo mai stato e che votava socialista. Era un fondamentalmente un anarchico, uno spirito libero e libertario, antidogmatico. Un poeta del dubbio e mai delle certezze. Più tardi ha pure ammesso di aver votato per Berlinguer. E anche io se non ci fosse stato Berlinguer, probabilmente non sarei mai entrato nel Pci.
Ad un concerto dal vivo a Firenze scoprii che non era solo un cantastorie voce e chitarra, ma anche musicalmente sapeva il fatto suo ed aveva una band coi controcazzi (Juan Carlos “Flaco ” Biondini alla chitarra, Ellade Bandini alle percussioni, Vince tempera alle tastiere e Antonio Marangolo al sax). E siccome a me è sempre piaciuto raccontare, ho scelto di farlo pure per mestiere, di Guccini apprezzavo quel suo modo di raccontare il mondo che frequentava e che per molti versi somigliava e parecchio, al nostro. La provincia, la città di Bologna vecchia signora dai fianchi un po’ molli, coi fianchi sul piano padano e il culo sui colli… le osterie di fuori porta, quella spianata che corre fra la via Emilia e il West… Poi le sue invettive e intemerate contro il perbenismo, la piaggeria, il trasformismo imperante e dilagante. E quei richiami ad una stagione piena di speranze che poi finì in un pozzo pieno di delusioni. E anche di cose peggiori. Anch’io ai tempi del liceo e un po’ dopo, portavo l’Eskimo, come tanti a quei tempi. Era “cappotto” a basso costo, ma anche e soprattutto una specie di divisa. Un segno di riconoscimento, come portare “in tasca l’Unità”.
Ho sentito dire negli anni che Guccini come cantautore era un po’ datato. Secondo me non è così. Era se mai decenni avanti. Rileggetevi il testo di Cyrano e ditemi se non è sovrapponibile alla situazione attuale. Ma la riprova della lungimiranza di Guccini sta addirittura in una delle primissime canzoni, che tra l’altro fu resa popolare dai Nomadi.








