ADDIO A GUCCINI, UNO DEI NOSTRI NUMI TUTELARI

giovedì 06th, agosto 2026 / 18:25
ADDIO A GUCCINI, UNO DEI NOSTRI NUMI TUTELARI
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Ognuno ha il proprio pantheon, dove custodisce i suoi modelli, i suoi miti di gioventù, i suoi riferimenti culturali. Nel mio, Francesco Guccini un posto ce l’ha di diritto. Insieme a Gramsci e Berlinguer, a John Lennon e Bob Dylan, ad Antognoni e Gimondi, a Pavese e Bianciardi, a Steinbeck e Calvino. A Bernardo Bertolucci e Pasolini o Woodward e Bernstein… E anche a Tex Willer.

Ricordo ancora l’estate del ’75, quando nella sezione Pci di Chiusi Scalo, nel preparare la festa dei giovani comunisti, ci mettemmo a dipingere dei grossi “murales” (su grandi pannelli di truciolato e grandi teli bianchi) con le canzoni di Guccini a palla sul giradischi. Il disco era Radici, uscito da due o tre anni… La canzone dei dodici mesi, Incontro, Il vecchio e il bambino, La Locomotiva, che tutti sapevamo a memoria, Piccola città (bastardo posto: quale piccola città non era un posto bastardo a quei tempi?). Bene, ancora oggi, ogni volta che sento uno di quei brani nel naso mi riaffiora l’odore di quelle vernici usate per dipingere i murales. E ricordo quando, tre anni dopo, nel ’78, ne facemmo uno ancora più grande di murale, per i 10 anni dall’invasione di Praga da parte dei carrarmati sovietici. Anche allora con le canzoni di Guccini in sottofondo: Primavera di Praga. Noi a disegnare Ian Palach che brucia con Guccini che nella canzone lo paragona a Jan Hus “bruciato” 500 anni prima… Perché alla fine la storia è sempre la stessa.  I compagni della festa de l’Unità, quel murale su Praga lo digerirono male, e di notte qualcuno gli diede fuoco.  Il grande pannello bruciò come una torcia e come Jan Palach. E qui l’odore che riaffiora a pensarci è quello della vernice infiammabile bruciata. E di una ferita mai rimarginata.

Ma Guccini mi piaceva perché era un po’ come me. Io ero comunista, lui diceva di non esserlo mai stato e che votava socialista. Era un fondamentalmente un anarchico, uno spirito libero e libertario, antidogmatico. Un poeta del dubbio e mai delle certezze. Più tardi ha pure ammesso di aver votato per Berlinguer. E anche io se non ci fosse stato Berlinguer, probabilmente non sarei mai entrato nel Pci.

Ad un concerto dal vivo a Firenze scoprii che non era solo un cantastorie voce e chitarra, ma anche musicalmente sapeva il fatto suo ed aveva una band coi controcazzi (Juan Carlos “Flaco ” Biondini alla chitarra, Ellade Bandini alle percussioni, Vince tempera  alle tastiere e Antonio Marangolo al sax).  E siccome a me è sempre piaciuto raccontare, ho scelto di farlo pure per mestiere, di Guccini apprezzavo quel suo modo di raccontare il mondo che frequentava e che per molti versi somigliava e parecchio, al nostro. La provincia, la città di Bologna vecchia signora dai fianchi un po’ molli, coi fianchi sul piano padano e il culo sui colli… le osterie di fuori porta, quella spianata che corre fra la via Emilia e il West… Poi le sue invettive e intemerate contro il perbenismo, la piaggeria, il trasformismo imperante e dilagante. E quei richiami ad una stagione piena di speranze che poi finì in un pozzo pieno di delusioni. E anche di cose peggiori. Anch’io ai tempi del liceo e un po’ dopo, portavo l’Eskimo, come tanti a quei tempi. Era “cappotto” a basso costo, ma anche e soprattutto una specie di divisa. Un segno di riconoscimento, come portare “in tasca l’Unità”.

Ho sentito dire negli anni che Guccini come cantautore era un po’ datato. Secondo me non è così. Era se mai decenni avanti. Rileggetevi il testo di Cyrano e ditemi se non è sovrapponibile alla situazione attuale. Ma la riprova della lungimiranza di Guccini sta addirittura in una delle primissime canzoni, che tra l’altro fu resa popolare dai Nomadi.

Ho vistoLa gente della mia età andare viaLungo le strade che non portano mai a nienteCercare il sogno che conduce alla pazziaNella ricerca di qualcosa che non trovanoNel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnateLungo le strade da pastiglie trasformateDentro le nuvole di fumo del mondo fatto di cittàEssere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltàE un dio che è mortoAi bordi delle strade, dio è mortoNelle auto prese a rate, dio è mortoNei miti dell’estate, dio è morto
Mi han dettoChe questa mia generazione ormai non credeIn ciò che spesso han mascherato con la fedeNei miti eterni della patria o dell’eroePerché è venuto ormai il momento di negareTutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e pauraUna politica che è solo far carrieraIl perbenismo interessato, la dignità fatta di vuotoL’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col tortoE un dio che è mortoNei campi di sterminio, dio è mortoCoi miti della razza, dio è mortoCon gli odi di partito, dio è morto
Ma pensoChe questa mia generazione è preparataA un mondo nuovo e a una speranza appena nataAd un futuro che ha già in manoA una rivolta senza armiPerché noi tutti ormai sappiamoChe se dio muore è per tre giorni e poi risorgeIn ciò che noi crediamo, dio è risortoIn ciò che noi vogliamo, dio è risortoNel mondo che faremo, dio è risorto.
Il brano è del 1965. Sembra scritto adesso visto ciò che sta succedendo in Europa, in medio Oriente, nel mondo. La Rai la censurò (lo farebbe anche oggi probabilmente), la trasmise invece Radio Vaticana che evidentemente non trovò blasfema quella frase “Dio è morto”. Come ebbe a dire lui stesso: “alla Rai si dimostrarono più papisti del papa”, che era Paolo VI.
E due anni dopo in un altro brano “contro la guerra” (Auschwitz), un’altra frase amarissima:

Ancora tuona il cannone/Ancora non è contenta/Di sangue la belva umana/E ancora ci porta il vento/E ancora ci porta il vento/Io chiedo quando sarà/Che l’uomo potrà imparare/A vivere senza ammazzare… 
Forse il maestrone di Pavana, che è in Toscana non ancora in Emilia, se ne è andato perché si era stufato di vedere che l’uomo ancora non ha imparato a vivere senza ammazzare e senza farsi la guerra.
Buon vento compagno Guccini. Fai buon viaggio e facci sapere se quell’isola l’hai trovata… Le tue canzoni (e le tue poesie, i tuoi racconti) ci accompagneranno ancora, stai tranquillo. Ormai fanno parte della nostra colonna sonora, quella che ci portiamo attaccata addosso. Come i tatuaggi. Per noi che siamo cresciuti negli anni ’70, che abbiamo avuto come prima macchina la R4, con l’autoradio estraibile, le tue canzoni nelle cassette a nastro per il registratore sono state compagne di viaggio e una specie di tappezzeria fissa, c’erano sempre, di default. Non potevano mancare. Come spuntava una chitarra, spuntava sempre anche la Locomotiva o Vedi cara, a seconda dei momenti, delle circostanze e delle compagnie…. Tutti noi poi abbiamo continuato ad ascoltarti, magari sul divano anche dopo quando è arrivata l’era dei Cd. E poi della musica on line. Perché alla fine di poesia e di una musica che non sia solo canzonette ne abbiamo bisogno e in questo sei stato davvero un maestro. Un vero e proprio nume tutelare.
Giovedì 20 agosto come primapagina riproporremo a Chiusi, insieme ad Anpi e Comune, lo spettacolo “L’Italia chiamò” (Tensostruttura San Francesco, ore 21,15). Una delle storie che si raccontano ha a che fare con una canzone di Guccini e con un fatto che lui stesso ha contribuito a divulgare…  Eravamo dubbiosi se inserircela o meno. Adesso che il maestrone ha preso il volo, siamo contenti che quella storia ci sia. Sarà il nostro tributo alla sua memoria.
Marco Lorenzoni

 

 

 

 

 

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