8 AGOSTO 1956, MARCINELLE: QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI…

sabato 08th, agosto 2026 / 17:01
8 AGOSTO 1956, MARCINELLE: QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI…
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IL PATTO ITALO-BELGA UOMINI IN CAMBIO DI CARBONE…

Io sono nato il 14 maggio del ’56. L’8 agosto del ’56 avevo meno di 3 mesi. La strage di Marcinelle non me la posso ricordare. Però ne ho sempre sentito parlare, fin da quando ero bambino e ancora in casa la Tv non l’avevamo. Perché Marcinelle, come il Vajont nel ’63, divenne subito un qualcosa di clamoroso che riguardava tutti:  262 morti dentro una miniera, in Belgio, 263 su 275 presenti. Di questi 136 erano immigrati italiani. La guerra era finita da poco più di 10 anni e qualcuno parlò di olocausto degli emigranti… E nel ’56 i poveri, i disperati che migravano per andare a lavorare in miniera erano gli italiani. L’Italia aveva fatto un Patto nel 1946 con il Belgio. Uomini in cambio di carbone. L’Italia che rinasceva dalle macerie della guerra e della dittatura fascista faceva dell’emigrazione un cardine di quella rinascita. Un pilastro del progetto politico ed economico di rilancio del Paese. E Marcinelle fu il primo dazio da pagare.

In realtà di tragedie minerarie ce ne erano già state altre. Nel ’54 a Ribolla, nel comune di Roccastrada in provincia di Grosseto un’esplosione di gas grisù a 260 metri di profondità nella miniera di lignite uccise 43 minatori. La più grave tragedia mineraria in Italia nel secondo dopoguerra. La miniera era gestita dalla società Montecatini e quell’episodio fu la scintilla che fece “emigrare” anche lo scrittore Luciano Bianciardi dal far west della sua Maremma a Milano dove voleva far saltare in aria il grattacielo della Montecatini…

Ma a differenza di Ribolla, che fu un fatto italiano, Marcinelle fu una tragedia doppia, perché portò alla ribalta il dramma non solo della vita agra e rischiosa dei minatori, ma anche quello dell’emigrazione. Tra quei 263 morti c’erano meridionali, ma anche veneti, marchigiani, umbri, toscani…

Chi oggi addita i migranti come una minaccia alla sicurezza nazionale e ai confini della Patria (lo ha fatto anche il Governo qualche giorno fa di fronte ai fatti di Ceuta), dovrebbe ricordarsi di Marcinelle e di quel Patto italo belga uomini in cambio di carbone.

Io, come dicevo sono nato nel ’56, tre mesi prima del disastro di Marcinelle, non ho avuto familiari emigrati all’estero. Amici e conoscenti sì. Nei primi anni ’60 era una cosa frequente. E quando negli anni ’70 gli emigranti tornavano per votare alle elezioni politiche noi giovani del Pci andavamo alla stazione di Chiusi, per rifornirli di acqua minerale e panini… Treni tappezzati da manifesti con la falce e il martello e la scritta “vota comunista” che venivano da Stoccarda, da Dusseldorf, da Zurigo… A pensarci oggi mi vengono i brividi. Li salutavamo con il pugno alzato, dalle piattaforme lung i binari, cantando la Locomotiva di Guccini. O l’Internazionale. Loro si affacciavano ai finestrini, ricambiavano il saluto, in canottiera. Ringraziavano per l’acqua e i panini. Facce segnate dalla fatica, scompartimenti affollati…

L’Italia e gli italiani l’Europa l’hanno costruita con i trattati, certo, ma anche e soprattutto con il sudore e spesso il sangue dei lavoratori costretti ad emigrare. A lasciare il paese, la terra, gli amici, i familiari per andare a spalare carbone in Francia, in Belgio, perché quello era il Patto: uomini in cambio di carbone. E non è che nei paesi e nelle città dove arrivavano per lavorare gli italiani fossero molto ben visti. L’integrazione di cui parliamo oggi era una chimera. Gli immigrati italiani in Svizzera, in Belgio, in Francia, in Germania vivevano per mesi, anni nelle baracche per gli operai delle miniere. In quartieri dormitorio che erano dei ghetti. Unica compagnia quella dei topi. Da soli, con le mogli, le fidanzate, i figli in Calabria, in Basilicata, in Abruzzo… E l’emigrazione di quegli anni l’hanno cantata e raccontata anche i cantautori italiani: Endrigo, Tenco, Guccini. Il suo Amerigo che dall’Appennino tosco emiliano va in Pennsylvania…

La miniera di Marcinelle oggi è un sito Unesco. Patrimonio dell’Umanità. Come Pienza, come Siena, come la Valdorcia. Ma di bello non ha niente. Lo è perché non si dimentichi ciò che successe quell’8 agosto del ’56 e da dove viene l’Europa.

Marco Lorenzoni

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