IL LARS ROCK FEST? UNA BELLA FESTA DE L’UNITA’ ANNI ’70…
CHIUSI – L’edizione 2026 del Lars Rock Fest, conclusasi domenica scorsa con l’esibizione di Geordie Greep non sarà ricordata come la più memorabile delle 13 che si sono tenute dal 2012 ad oggi… Anzi, rispetto alle ultime due o tre è stata anche un passettino indietro (si può dire?) dal punto di vista della qualità e del “peso specifico” delle band sul palco. E si è notato anche sulle presenze, soprattutto di quel pubblico che arriva da lontano. Un anno un po’ sottotono ci può stare. Capita anche alle squadre più forti.
Però il festival chiusino si è confermato ancora una volta come l’evento di gran lunga più rilevante della città, come uno dei più significativi del comprensorio e anche come uno dei festival rock più importanti d’Italia per proposta musicale e per quella particolarità, non certo secondaria di essere un evento gratuito. Cosa rara, come abbiamo scritto più volte. Uno di quei festival insomma dove uno ci va indipendentemente dalla “line up”, ovvero delle band che saliranno sul palco. Ci vai perché merita.
Il Lars si è anche mantenuto “fedele alla linea” che è quella di un genere specifico: musica indie (indipendente) e più o meno legata al punk, post punk e tutto ciò che ad esso si collega. Può piacere o meno e da commenti raccolti nel “prato” dei Giardini di Chiusi Scalo fra una esibizione e l’altra, pare che non piaccia a tutti, anzi piaccia a pochissimi. E in effetti è roba “di nicchia” diciamo, per gente che segue soprattutto quel genere e quel tipo di band. Questo può essere un limite, ma al tempo stesso è anche la forza della manifestazione, che sarebbe invece uguale a molte altre e meno originale e di richiamo, meno “attrattiva” per esperti e radio, se proponesse rock più classico, più ascoltabile, più noto, più normale.
Per cui, va riconosciuta la coerenza e la tenacia nel proporre un certo tipo di musica. Quel preciso tipo di musica. Che in ogni caso non è solo rumore e “casino”. Forse qualche aggiustamento, soprattutto nella scelta delle band di contorno gli organizzatori lo dovranno mettere in agenda. Ma senza stravolgere il mood. Solo per rendere il tutto più digeribile.
Per il resto organizzazione rigorosa, impeccabile, qualità della cucina più che sufficiente. Prezzi “altini”, ma del resto la musica era gratis… Un minimo di compensazione è inevitabile.
So che questa cosa a qualcuno non piacerà, qualcun altro storcerà il naso. Ma credo che si possa tranquillamente dire che il Lars Rock Fest è oggi quello che era la Festa de l’Unità degli anni 70-80, 50 anni fa: offerta culturale specifica, con una buona dose di “inventiva” e sperimentazione; cucina legata alle tradizioni locali, ma anche attenzione alla qualità e alle esigenze più diverse, alla sostenibilità; organizzazione rigorosa, quasi leninista; gran numero di volontari al lavoro, che hanno il piacere di dare una mano e di stare insieme a condividere una faticaccia; le mamme degli organizzatori ai fornelli e alla spianatoia, coinvolte anche loro; poi libri, mostre d’arte, dibattiti sui temi caldi del momento, incontri con autori, mercatini, letture collettive, laboratori… perfino un po’ di esercizio fisico…
Al Lars mancano solo la ruota e il ballo liscio (vorrei vedere), ma per il resto c’è tutto ciò che le Feste de l’Unità proponevano, nello stesso luogo, con le medesime modalità, ai tempi del Pci e di Berliguer. Lo dico per certo e con cognizione di causa avendole frequentate e organizzate diverse in quel periodo e andando di persona a cercare (all’epoca ci si rivolgeva all’Arci o ad alcune agenzie nazionali) gruppi musicali considerati innovativi e dirompenti più che di cassetta (Stormy Six, Tony Esposito, ad esempio…).
A differenza delle feste de l’Unità anni ’70-80, però il Lars Rock Fest, pur avendo un chiaro indirizzo politico (la gratuità, la scelta del post punk, la sostenibilità, l’editoria indipendente, la graphic art alternativa ecc. sono scelte politiche) è più trasversale, più “open space” e coinvolge anche ambienti e persone che ad una festa de l’Unità a quei tempi non avrebbe mai messo piede. Oggi magari sì, perché i comunisti che facevano paura non ci sono più e anche le bandiere sono meno rosse.
m.l.










Considerato quello che avviene w che non durante l’anno a Chiusi mi sembra una buona iniziativa. Ne andrebbero incoraggiate altre con fantasia e innovazione di argomenti temi e contenuti.
Il problema non è che non ci siano iniziative o ce ne siano poche, di iniziative a Chiusi ce ne sono parecchie durante l’anno, solo che alcune anche quando non brillano (come quest’anno il Lars) rimangono eventi rilevanti per qualità e quantità e per ritorno mediatico, altre anche quando brillano rimangono feste de noantri. Che vanno bene lo stesso, ci mancherebbe, ma restano di cabotaggio più limitato. Poi ci sono le iniziative altisonanti, che però rimangono “di nicchia” pur contando su nomi noti e figure nazionali e infine c’è tutto il resto che spesso diventa un “vorrei ma non posso”, o “si fa quel che si può” perché le normative, i vincoli, le pastoie burocratiche rendono tutto molto complicato, spesso insormontabile. Quello che serve, forse è un ragionamento a 360 gradi, collettivo, ovvero fra i vari soggetti interessati, per evitare sovrapposizioni, concomitanze, e per rendere il campo praticabile per tutti. Con l’obiettivo duplice di offrire intrattenimento di qualità e valorizzare anche le risorse, i talenti, le professionalità locali.