50 ANNI FA LA NUBE TOSSICA DI SEVESO. UN DISASTRO CHE CI FA RICORDARE TANTI EPISODI AVVENUTI NEL NOSTRO TERRITORIO

domenica 12th, luglio 2026 / 11:51
50 ANNI FA LA NUBE TOSSICA DI SEVESO. UN DISASTRO CHE CI FA RICORDARE TANTI EPISODI AVVENUTI NEL NOSTRO TERRITORIO
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Successe il 10 luglio del 1976, esattamente 50 anni fa. Due mesi dopo il terremoto del Friuli. E 10 anni prima di Chernobyl. Fu il primo grande disastro ambientale, per inquinamento industriale, in Italia. Anche il Vajont fu un disastro ambientale, ma dovuto a cause diverse (il crollo annunciato e prevedibile di una porzione del monte Toc sulla diga,  i cui segnali premonitori non furono valutati correttamente). I casi Ilva di Taranto e Eternit a Casale Monferrato e dintorni sono anch’essi disastri ambientali da inquinamento, ma di lunga durata, non dovuti ad un fatto preciso, specifico, improvviso. Quello di Seveso fu un incidente industriale avvenuto presso lo stabilimento dell’ICMESA, azienda svizzera prima della Givaudan, poi, dal 1963 del gruppo Hoffman-La Roche, colosso farmaceutico e biotecnologico di Basilea. Incidente che causò la fuoriuscita di sostanze inquinanti e la formazione nel cielo della Lombardia di una nube nera e altamente tossica: la sostanza pericolosa era la Diossina. Che da quel giorno diventò una sorta di nemico pubblico numero uno. Fu emanata una apposita direttiva europea, detta “Direttiva Seveso” . La parola Diossina e quella leggermente più scientifica “Triclorofenolo” diventarono di uso comune. Ne parlavano tutti: i giornali, le tv, la radio, i partiti, i comitati ambientalisti che cominciavano a nascere… La scrittrice Laura Conti, due anni dopo, ci scrisse un romanzo: Una lepre con la faccia da bambina, Feltrinelli.
La nube tossica interessò soprattutto i comuni di Seveso e Meda, la Brianza, a 20 km da Milano… Ma ebbe effetti su tutta l’Italia e l’Europa.  Nella zona colpita furono evacuate centinaia di persone, 41 famiglie non poterono tornare nelle loro case, perché queste vennero abbattute per poi essere ricostruite negli anni seguenti.  Tra gli effetti della fuoriuscita di diossina danni alla pelle, soprattutto nei bambini, simili a quelli provocati dal napalm in Viet Nam. Stesso effetto sulla vegetazione e le coltivazioni  che si seccarono e morirono a causa dell’alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La cosa ancora più grave è che la cosa venne tenuta sottotraccia per circa 10 giorni. Solo un trafiletto in cronaca milanese di un quotidiano finché il sindaco di Seveso non fu costretto ad emettere una ordinanza che vietava di ingerire e toccare i prodotti ortofrutticoli della zona. Insomma si scoprì che non si poteva mangiare l’insalata. Nell’area più inquinata (Zona A), il terreno fu asportato (fino a una profondità di 80 cm) e depositato in vasche. Fu poi collocato del nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento che ha dato origine al parco naturale Bosco delle Querce. Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l’incidente è all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. Il sito statunitense Cbs ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi umane ambientali di sempre.
Ricordare, a 50 anni di distanza, il disastro di Seveso, a noi di questo giornale fa tornare in mente alcuni casi verificatisi nella zona di Chiusi, per i quali si resero necessarie “direttive” e operazioni simili a quelle di Seveso:  il caso Atrazina nelle acque del lago di Chiusi, che, come è noto fino al 2025  riforniva l’acquedotto comunale, con conseguente divieto di utilizzare l’acqua dei rubinetti, le autobotti presidiate dai militari nelle strade,  chiusini che si riconoscevano da lontano perché giravano con le taniche di plastica nelle auto. Seguì poi l’inquinamento da trielina, sempre del lago (stesse modalità, stessi divieti), con parole come “biossido di cloro” (usato per disinfettare l’acqua dell’acquedotto) entrate nel vocabolario quotidiano e addetti del comune che giravano con un apposito bicchierino per verificare la qualità dell’acqua alle fontanelle pubbliche come i sommelier fanno con il vino e sindaci che ritardavano l’emissione di ordinanze, per paura di creare allarmismo… Un calvario durato per anni.
Tutto questo avveniva fra la metà degli anni ’80 e i primi anni 90, quando si verificò anche un altro “incidente”: un grosso sversamento di gasolio, da un deposito di una impresa meccanica situata nei pressi di Dolciano, ancora nel lago. E ancora inquinamento, divieti, autoscisterne per le strade e operatori specializzati in mezzo al Chiaro per cercare di arginare la “chiazza oleosa”. Vennero pure Vigili del Fuoco e altri esperti da Livorno, gli stessi che avevano operato per il disastro della nave Moby Prince.Ma non è finita: Seveso ci ricorda soprattutto la battaglia anche processuale (vinta due volte, nel 1989 e nel 1994) contro le “esalazioni tossiche e cancerogene” della fabbrica delle traversine ferroviarie Lodovichi Spa che all’epoca usava l’olio di Creosoto, sostanza vietata in molti Paesi europei, perché appunto cancerogena, ma non ancora in Italia. L’olio di creosoto veniva usato per il “bagno” delle traverse in legno, ma dopo le due sentenze negative l’azienda dovette cambiare prodotto. E ci ricorda, il caso Seveso,  anche la fuoriuscita di materiale inquinante e maleodorate da un grosso deposito che il Governo nazionale aveva creato nella zona industriale di Chiusi Scalo per stoccare il materiale di risulta delle macellazioni animali all’epoca della mucca pazza.  Migliaia di contenitori di Pvc stivati dentro un capannone e anche nei piazzali che con il tempo si deterioravano e facevano percolare il contenuto nel terreno e dunque nella falda… Centinaia di quei contenitori si ruppero nel momento in cui gli operatori stavano provvedendo alla rimozione. L’area fu poi bonificata, con asportazione del terreno fino a 70 cm di profondità, per diversi ettari, come a Seveso.Erano gli anni fra il 2005 e il 2010. Nel 2014 si scoprì che la falda superficiale nella zona industriale di Chiusi e tutto il Fondovalle tra Chiusi e Ponticelli presentava tracce di inquinamento pesante da nichel.Nello stesso periodo si parlò molto di un progetto, mai andato in porto (ma i capannoni erano stati realizzati e ci sono tutt’ora) per la demolizione delle vecchie carrozze ferroviarie con rimozione dell’amianto contenuto in esse. Si paventava un rischio simile a quello dell’Eternit di Casale Monferrato, anche lì la questione finì in tribunale…

Oltre queste vicende ci torna in mente anche quella della Stamperia Umbra che faceva cambiare colore all’acqua di un fosso nella zona di Po’ Bandino a seconda di quale fosse la produzione del momento e, più recentemente, quella delle esalazioni e fumi di una azienda di produzione di pellet, sempre a Po’ Bandino, che però è durata pochissimo. Oppure l’inquinamento del fiume Paglia “colorato in rosso”, dovuto a fuoriuscite di materiali ferrosi dalle vecchie miniere dell’Amiata o la vicenda delle “ceneri” della centrale a carbone Enel di La Spezia, utilizzate per fare aree industriali, campi sportivi a Fabro, Città della Pieve, Tavernelle, e il cui smaltimento veniva pagato da Enel a peso d’oro;  le reiterate e ricorrenti esalazioni e fuoriuscite “fuori norma” dal Depuratore sito nell’area ex centro carni a Chiusi Scalo e i dubbi emersi a più riprese su presunti “interramenti” di materiale pericoloso sia sotto le ceneri di cui sopra, sia in vecchie cave dismesse nella zona di Chiusi, ma non solo.

Tutti gli episodi citati, alcuni poi fortunatamente affrontati e risolti, questo giornale li ha raccontati, spesso sollevati, ricevendo anche dai tribunali dove era stato trascinato da chi si sentiva preso di mira e messo sotto accusa, non solo assoluzioni, ma anche “encomi” per aver portato all’attenzione della collettività problemi e situazioni di interesse pubblico, sia per la tutela dell’ambiente che per la salute della popolazione.  Ovviamente, come giornalisti, noi abbiamo fatto sempre solo ciò che dovevamo fare, sia dalle colonne di primapagina (che esiste dal 1990) che prima, dalle colonne di altre testate: L’Agorà, N.C. Nuovo Corriere Senese, L’Unità e non di rado in sinergia con colleghi di altri giornali (La Nazione, Tele Idea, per esempio), ma la compagnia è sempre stata piuttosto ristretta.

Ricordare fa sempre bene. Perché tiene sveglia e accesa la memoria e pure l’attenzione. I problemi di inquinamento sono sempre dietro l’angolo. E nel territorio intorno a Chiusi non sono mai mancate le criticità, in alcuni casi anche “acute”. Di sicuro i problemi e le battaglie sul fronte ambientale non sono nate con il caso Acea nel 2019-2020.

M.L.

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