CHIUSI FUORI DALLE DOMENICHE ARCHEOLOGICHE PROMOSSE DA REGIONE TOSCANA E MINISTERO. COME MAI?

venerdì 12th, giugno 2026 / 11:25
CHIUSI FUORI DALLE DOMENICHE ARCHEOLOGICHE PROMOSSE DA REGIONE TOSCANA E MINISTERO. COME MAI?
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CHIUSI – Sta per cominciare un’altra estate. Un’altra stagione turistica. Ma a Chiusi le tombe etrusche “vanto e gloria” della città che fu la patria di Porsenna, l’etrusco più famoso di tutti, sono ancora chiuse al pubblico. Dal 2020. Cioè dal tempo dell’emergenza covid. In via temporanea si disse allora. Ma si sa, in Italia non c’è cosa più definitiva delle cose temporanee. E infatti la Tomba della Scimmia, quella de Leone, quella della Pellegrina, e quella del Colle, per citare le più note, son ancora off limits per i visitatori. Il Covid non c’è più, ma c’è un’altra questione che ne impedisce la riapertura. No, non è il rischio che le antichissime pitture “evaporino” o che qualcuna crolli, come crollò la tomba della Scimmia alla fine degli anni ’80, in diretta Rai (c’era appena entrata una troupe di Rai 2 per fare delle riprese). La questione è più banale e riguarda le mansioni, gli orarie i mezzi degli addetti del Museo Nazionale cui anche le tombe fanno capo e che dunque dovrebbero garantire e accompagnare le visite. Parliamo di personale del Ministero, cioè statale, non del comune o di qualche cooperativa.
Quando furono scoperti i Bronzi del Bagno Grande a San Casciano Bagni, l’allora ministro della Cultura Sangiuliano fece un salto anche a Chiusi e nell’occasione assicurò “interessamento”. Era novembre 2023. Lo sollecitammo anche da queste colonne a “battere un colpo”. Non è successo niente. Travolto dal gossip Sangiuliano ha lasciato il posto ad Alessandro Giuli, il ministro con gli stivali. Ma anche da parte sua niente di niente. E dal 2020 sono passati 6 anni, non 6 mesi.
E il fatto che le tombe etrusche restino chiuse crea danno di immagine e anche danno economico alla città, che ne rimane penalizzata oggettivamente.
Un esempio? E’ stato recentemente presentata una iniziativa targata Regione Toscana e Ministero della Cultura con “Archeologia Viva” come media partner, che si intitola “Una domenica archeologica”. Sottotitolo: “La bellezza del passato ti aspetta: ogni prima domenica del mese, nelle aree archeologiche toscane aderenti. Gratuitamente”. I siti e le aree archeologiche aderenti all’iniziativa e dunque visitabili sono indicati su cultura.toscana.it. Ebbene ci sono i parchi archelogici famosi come quelli di Vetulonia, di Roselle, di Cosa (Orbetello), c’è il teatro Romano di Volterra, ci sono la Tomba del Sodo di Cortona, la Necropoli delle Pianacce di Sarteano con la Tomba della Quadriga Infernale, l’area del Bagno Grande di San Casciano Bagni, Il parco e l’archeodromo di Belverde a Cetona, Parco Città del Tufo a Sovana e ci sono siti a Montalcino, Asciano, Castellina in Chianti, Colle val d’Elsa… Ma non c’è Chiusi. Nessun sito, nessun richiamo a Chiusi. La domanda è perché Chiusi non figura con nessun sito? Non ha aderito all’iniziativa e nel caso perché? Forse per il fatto che le tombe sono chiuse e non visitabili?
Gradiremmo una risposta da parte della Direzione del Museo e dell’assessorato alla cultura del Comune. Secondo noi, la mancata presenza di Chiusi in una iniziativa-progetto che punta a portare gente a interessarsi di archeologia e a visitare i vari siti sparsi nel territorio della Toscana, costituisce un danno.
Nel frattempo i Bronzi di San Casciano continuano a girare come trottole. Dopo Roma, Napoli, Reggio Calabria, Berlino, Aquileia… saranno presto a Milano. Che almeno alcuni facciano una tappa (temporanea) al Museo Nazionale di Chiusi e a quello di Chianciano non se e parla. Nemmeno di striscio. Anche di questo “ostracismo” non si capisce il motivo. Proprio in questi giorni, sui social è comparso un post nel quale si ricorda come nacque e perché nacque il museo di Chiusi:
“Il passato rischiava di finire lontano, pezzo dopo pezzo. Così, dopo l’Unità d’Italia, nel 1871, a Chiusi nacque il Museo Etrusco cittadino. La ragione era chiara: raccogliere ed esporre i reperti del territorio, che per molto tempo erano stati oggetto di scavi, acquisti, vendite e dispersioni.
Non era solo un museo “per vedere cose antiche”. Era un modo per dire: questa storia appartiene anche a questo luogo.
Tombe, urne, iscrizioni, oggetti quotidiani: ogni reperto serviva a ricostruire un mondo che altrimenti sarebbe rimasto spezzato. Chiusi non mise in mostra soltanto oggetti. Provò a ricucire una memoria. E certe memorie, se non le proteggi, se ne vanno in silenzio”.
Tutto vero. Tra ‘700 e ‘800, ai tempi del Grand Tour, Chiusi fu “bucata” come una fetta di gruviera, saccheggiata e depredata. Moltissimi reperti finirono in collezioni private e poi venduti ad altri collezionisti e anche ai più grandi musei del mondo: da Londra a New York, da Boston a Berlino, ma anche Firenze, Palermo…  Il Museo del 1871 di cui parla il post, non è quello attuale, con il portico neoclassico, che è sorto successivamente, nel 1901, e che è diventato “nazionale”, cioè statale, nel 1963. E’ il primo museo civico voluto da una accademia di notabili locali che avevano capito il rischio di dispersione di un patrimonio immenso. Oggi assistiamo ad una situazione per cui è proprio il Ministero, cioè lo Stato, a fare da tappo e a non garantire la fruizione di tale patrimonio. E non è questione di Giuli o Sangiuliano, cioè di ministri destrorsi e inadeguati. Non è che quando al governo c’erano i tecnici o il centro sinistra le cose andassero molto meglio… Anche perché alla Regione Toscana governa il centro sinistra e su questo terreno non sono rose e fiori.
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