SIENA, IL PD VERSO IL CONGRESSO: IL GIOVANE BARTALINI PRESENTA LA SUA CANDIDATURA A SEGRETARIO PROVINCIALE
SIENA – . Il congresso provinciale del Pd senese sta entrando nella sua fase cruciale. Come è noto il segretario attuale Andrea Valenti, giunto a fine mandato, lascerà il timone e il partito dovrà trovare un nuovo leader. Uomo o donna che sia. Ieri, nel campetto da basket di Fontebecci, periferia di Siena, Nico Bartalini, poco più che trentenne, consigliere comunale a Torrita di Siena e funzionario in Regione ha presentato la sua candidatura. Come slogan ha scelto “Illuminiamo tutto”. Che sottintende forse la volontà di aprire porte e finestre e non lasciare angoli bui e stanze oscure. Le “botteghe oscure” quelle sono storia vecchia, chiusero i battenti che Bartalini non era ancora nato. Ma tra i militanti ed elettori che erano lì ad ascoltarlo, all’aperto, in una giornata uggiosa come quella famosa di Lucio Battisti, c’erano un bel po’ di facce che la storia del “Bottegone” magari non l’hanno più tanto presente, ma l’hanno vissuta. Il senese Roncucci, il coordinatore del Pd in Valdichiana Marcello Fallarino, per dirne alcuni. C’era anche Andrea Valenti. C’erano il sindaco e la segretaria del Pd di Chiusi Sonnini e Simona Cardaioli. Sonnini è anche intervenuto a sostegno de giovane candidato torritese. C’era anche un po’ di gioventù, che di questi tempi, quando si parla di politica e di partiti, è merce rara. Il sindacalista della Cgil Andrea Biagianti (di Montepulciano), qualche pattuglia di quel mondo che gira intorno a festival rock ed eventi o sodalizi giovanili di cui lo stesso Bartalini fa parte. Lui, Bartalini, si è presentato con la bandiera della pace davanti al microfono. E questo è già un segnale. Poi ha pronunciato questo discorso, che ha anche rilanciato sui social:
È il momento di rimettersi all’opera, collettivamente. E possiamo farlo davvero, illuminando tutto. Grazie alle tante persone che ieri si sono mosse da tutta la provincia per venire a Siena. È stata un’emozione altissima annunciare la mia disponibilità a guidare la comunità del Partito Democratico in provincia di Siena. E sento tutta, fino in fondo, la responsabilità che questo comporta. Con il congresso si apre una nuova pagina. Una pagina che possiamo scrivere solo insieme, con la partecipazione. Da qui vogliamo ripartire. Da qui siamo voluti ripartire, fin dal primo momento. Sono consapevole che le sfide sono tante. La città di Siena ha bisogno di un nuovo slancio, di una nuova visione. Ridare a Siena l’autorevolezza che si merita e ridare forza anche a tutta la provincia, perché una provincia senza un capoluogo forte è come una foresta che fa fatica a respirare. E vale anche per l’intero territorio: serve un nuovo modello di sviluppo che parta dal lavoro di qualità, dalle infrastrutture, dalla sanità, dall’integrazione, che deve diventare la nostra risorsa per la sicurezza e la nostra risposta al calo demografico. In questi giorni, in cui ho sentito crescere una forte fiducia, mi sono chiesto a lungo che cosa potessi mettere a disposizione della comunità. Sicuramente l’esperienza maturata in questi anni in uno dei settori d’eccellenza della Regione Toscana, gli anni in consiglio comunale a Torrita di Siena e il mio impegno da volontario nell’attivismo e nella produzione culturale. Ma soprattutto posso mettere a disposizione uno sguardo. Lo sguardo di una generazione, nel mio caso costruito tra l’Italia e l’estero, e nella scelta consapevole di tornare a vivere qui, in questo territorio. Con la convinzione che da qui si possa continuare a guardare il mondo e portarlo sempre più vicino.










Da uno di trent’anni ci si aspetterebbe qualcosina in più rispetto al discorsino con le cose trite e ritrite che si sentivano già qualche decina di anni fa.
Una fascia generazionale che si basa prorio sulla natura di tali discorsi.Non hanno idea di ciò che è stato il passato dove oggi un gap incredibile li divide da chi sapeva rimboccarsi le maniche ed essere vicino alla gente, gente non solo del partito o di parte,ma vicino a tutti. E’ un Gap questo che non riescono a colmare ma non perchè non ne abbiano l’idea o la volontà ma hanno l’impossibilità strutturale di farlo e tale impossibilità dimostra la subalternità ad una situazione che ha modificato loro stessi invece che quella di loro che avrebbero modificato il mondo intorno.E allora cosa si spera se non la subalternità ? Briciole.
Bisogna tenere conto che i trentenni sono nati e cresciuti nell’era Berlusconie ciò che ne è seguito. Non hanno conosciuto nulla di ciò che c’era prima (i partiti di massa, le lotte operaie e per i diritti civili: si pensi al divorzio, all’aborto, alla riforma sanitaria e del Diritto di famiglia….). Sono cresciuti con il cellulare in mano, con la Tv spazzatura, non hanno fatto mezza giornata di lavoro manuale neanche come “esperienza estiva”, sono cresciuti senza “conflitto” (né a scuola, né sul lavoro, né in famiglia…), molti di loro non hanno mai visto l’Italia ai mondiali di calcio…
E’ vero, ed è vero che purtuttavia non bisogna perdere le speranze che il mondo intorno a loro, intorno a tutti noi possa cambiare.Ed è per questo che il problema prima di ogni altra cosa è un problema culturale, un problema di intendere quale sia questa realtà e come e perchè ci siamo arrivati a questi punti e la nostra autocritica nel fare questo deve essere impietosa sia verso noi stessi sia verso gli altri che hanno impedito che certe conquiste si realizzassero nella maniera in cui si sono realizzate negli anni ’60 e negli anni ’70 e capire come abbia fatto il ”riflusso” a passare ed a produrre quello che è arrivato ai giorni nostri. Senza di questo ci saranno tragedie che ci attendono nel futuro, tragedie di contrasti, di guerre e tragedie fatte da bisogni individuali e sociali non soddisfatti.Chi ne pagherà il prezzo sono e saranno ancorpiù i poveri e cioè coloro che non riusciranno a ragionare col proprio cervello e che si lasceranno influenzare dai comparti mediatici che sono stati realizzati appositamente per controllare il modo di pensare e respingere al di là dal muro i poveri. Questo in sostanza si chiama lotta.Se si lotta beninteso che si possa anche perdere ma se non si lotta si è già perso. E allora se è vero che qualche milione di giovani che non hanno appartenenza partitica hanno dato il segno di una loro presenza sul piatto della bilancia, la lotta è quella di non farsi fermare ed arretrare perchè lo si sappia che c’è un meccanismo che definirei diabolico che riesce a spostare gli obiettivi e che risulta essere l’esempio pieno e completo come quello della lotta di ” Don Chisciotte contro i mulini a vento”. Nella storia popoli che hanno acquistato la propria indipendenza e la propria autonomia hanno avuto per assurgere a quei risultati delle tragedie immani ma chi ha lottato dentro le loro fila sapeva che tale percorso sarebbe stato intriso di violenza, sopraffazione ed anche sangue, purtuttavia entità grandi come Russia, Cina, India, Sud africa si sono affrancati gradualmente dal bisogno in una prospettiva che mai altri e forse nemmeno loro avrebbero immaginato. Oggi sono realtà,anche con tutte le contraddizioni interne possibili, ma proprio loro hanno messo in crisi il vecchio ordine mondiale ed hanno semonato radici intorno a loro che hano attecchito oltre ogni possibilità di venire estirpate.Ecco cosa vuol dire avere la chiarezza di far parte di una idea e di un fronte progressista che non si perde nelle diatribe di pochezza, nelle diatribe se siano meglio ”le primarie” oppure il loro contrario, se attuare politiche ben riconoscibili contrarie soprattutto a quelle che molti anche dentro la sinistra in Italia oggi vorrebbero e desidererebbero smorzare in mille modi, magari anche facendo sembrare tali modi i più spinti a sinistra del tipo di quelli dei discorsi alla Rizzo e di certi come lui.Sembrerebbero altamente rivluzionari a sentirli sciorinare, come invece quelli che al contrario frenano e che hanno a cuore la penetrazione dentro la sinistra di corpose frange di conservazione alla Renzi che ogni tanto fanno capolino in attesa che le loro ”donne all’Avana” del tipo la Salis possano assurgere alla guida di un partito che di sinistra rischia di non avere nemmeno la parola. la parla d’odine sarebbe quella di guardarsi dai burattinai che da dietro le quinte fano ballare le loro maschere.Un esempio recente di questo tipo di politica lo si è avuto con l’ammissione della presidente della Regione Umbra sulla vituperata situazione della sanità tanto per cantarne una.E allora ” la lotta”, quella fatidica lotta va giocata su molti fronti e cercando di tener presente tutto e ben sapendo che tale azione è fatica compierla e sostenerla, ma se viene fatta dai pivellini che purtroppo nel panorama politico della sinistra oggi abbondano e che sono quelli che si diceva prima, credo che tanto lontano non si vada e si assisterà ad un degrado crescente ed anche ad un ulteriore allontanamento dalla politica partecipata da parte delle popolazioni anche quelle più bisognose.E’ la forza del sistema e se siamo a questi punti la responsabilità non è solo dei partiti della Meloni perchè loro il loro giuoco lo fanno comunque e consiste soprattutto nell’abbattere gli ultimi rimasugli di quel muro di mattoni che viene dagli anni delle lotte quando le categorie sociali subalterne hanno conquistato livelli di benessere e di democrazia diffusa che è stata fermata dai governi tenuti e guidati dalla democrazia cristiana con il terrorismo, con le stragi e con i servizi segreti deviati, e dentro a quei governi checchè se ne dica i comunisti erano ai margini di una opposizione che anche quando nelle ”regioni cosiddette rosse” hanno provato a dare una svolta che servisse da esempio anche alle altre regioni, i sistemi ed i metodi che sono stati usati sono stati quelli non di un socialismo ma di un capitalismo malato e rattoppato. E’ diffcile, forse quasi impossibile essere immersi in un sistema, andargli contro ma usare cercando di costruire una società nuova e diversa anche piano e progressivamente allo stesso tempo con l’uso di tutti gli strumenti dello stesso sistema che si voglia cambiare. La chiamano socialdemocrazia, ma spesso è la fottitura dei poveri, ma certi ancor oggi dicono che sia il miglior sistema possibile.Da qui culturalmente si dovrebbe comprendere che il problema in primis sia culturale. E forse tale concetto andava bene 70 anni fa ma forse nemmeno allora, ma oggi con 8 miliardi di persone nel mondo pensare alla socialdemocrazia fa venire in mente che l’Europa sia semprepiù un fortino che abbia tirato su il ponte levatoio davanti a coloro che prima o poi per forza di cose saranno chiamati a sostituirci, e le scale le hanno già preparate e non ci sarà bisogno nemmeno dei cavalli di Troia.