E’ MORTO UMBERTO BOSSI, GRANDE LEADER O PESSIMO ESEMPIO? PIU’ LA SECONDA…
Ieri sera è morto Umberto Bossi. Il “senatur” inventore della Lega Nord e primo padre padrone indiscusso del partito che oggi è guidato da Salvini, aveva 84 anni. Un ictus lo aveva messo quasi del tutto fuori gioco una ventina di anni fa. Quasi, perché è rimasto in parlamento e anche nell’immaginario collettivo dei leghisti, soprattutto quelli della prima ora. Il presidente Mattarella lo ha definito “politico appassionato e sincero democratico”.
Certo, quando c’è di mezzo la morte una parola di rispetto non si nega a nessuno. D’altra parte i cimiteri sono pieni di lapidi in cui il defunto viene definito “marito devoto e buon padre di famiglia” anche quando in realtà si trattava di un mascalzone e puttaniere impenitente.
Oggi tutte le tv e i giornali ricordano Bossi. E in molti casi si esalta la sua “passione visionaria”, quella sua ossessione per il nord, quel suo essere leader popolare.
Ora però, al di là dell’umana pietà, Umberto Bossi va ricordato più che come politico appassionato come una sorta di sfasciacarrozze. Intendendo per carrozza la Repubblica Italiana una e indivisibile (come l’avrebbe voluta Mazzini) e Democratica, antifascista, fondata sul lavoro come è scritto sulla Costituzione. Antifascista non c’è scritto, ma tutto l’impianto della Carta è antifascista.
Lui l’Italia la voleva dividere. Voleva la Padania repubblica indipendente. Non era per l’unità d’Italia, ma per uno stato federale in cui chi è più forte progredisce e chi è più povero e malmesso stenta. Il Nord lo voleva staccato dal centro e dal Sud non tanto per una questione di autonomia tra culture diverse, ma per non avere la palla al piede, la zavorra, delle regioni meno sviluppate e da sostenere…
Anche sul termine “sincero democratico”, ci sarebbe da discutere. Oggi i leghisti si autodefiniscono patrioti, ma lui diceva spesso frasi come questa: “Quando io vedo il tricolore mi incazzo; il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo” (per la precisione questa affermazione la fece alla Festa della Lega Lombarda, a Cabiate, provincia di Como, il 25 luglio 1997). Ad una manifestazione a Venezia fece ammainare il tricolore per issare quella della Padania con il sole delle Alpi… A differenza degli americani dell’800,che volevano la secessione del Sud, lui voleva la secessione del nord dal sud…
Bossi definiva “Roma Ladrona”, la capitale d’Italia e tutto ciò che a Roma rappresenta il potere dello Stato (Parlamento, ministeri, agenzie ed enti governativi…) salvo poi starci eccome – e volentieri – in parlamento. E anche al governo. E negli enti di Stato.
La sua Lega fece parte del primo governo Berlusconi. Il primo che sdoganò gli ex e post fascisti di Alleanza Nazionale, eredi del partito di Almirante. La scelta di allearsi con Forza Italia e An non piacque all’ideologo del federalismo Gianfranco Miglio che lasciò il partito e di Bossi scrisse:«Spero proprio di non rivederlo più. ( […] ). Per Bossi il federalismo è stato strumentale alla conquista e al mantenimento del potere. L’ultimo suo exploit è stato di essere riuscito a strappare a Berlusconi cinque ministri. Tornerò solo nel giorno in cui Bossi non sarà più segretario».
Ma non solo questo. Umberto Bossi, il senatùr, che è rimasto in Parlamento dal 92 ad oggi, andandoci molto poco negli ultimi 20 anni, non sdoganò solo gli ex Msi, sdoganò l’esaltazione dell’ignoranza eletta a pregio, al contrario delle fumoserie degli intellettuali e i troppi distinguo della sinistra; immise il turpiloquio nel linguaggio della politica molto prima di Beppe Grillo, fece del vilipendio della Bandiera e dunque dello Stato Unitario nato con il Risorgimento e poi con la Resistenza al nazifascismo, il suo motto distintivo. La Lega di Bossi e Bossi stesso hanno re-introdotto un altro tema che gli anni ’60 e ’70 con le grandi riforme sociali e civili, sembravano aver sepolto per sempre: quello del razzismo. Nei confronti dei meridionali (chi non ricorda le scritte “Forza Etna!” quando il vulcano siciliano eruttava?) e poi nei confronti degli immigrati, quelli che arrivavano coi barconi dall’Albania e quelli che cominciavano ad arrivare dal resto dell’Est Europa, dal Medio Oriente e dall’Africa.
Bossi parlava di radici cristiane e poi faceva riti pagani con l’ampolla dell’acqua del Dio Po, circondato da militanti esaltati con in testa l’elmo cornuto dei celti… Anche qui per distinguersi dal resto degli italiani che invece trovavano e trovano radici negli Etruschi, nei Romani, poi in Dante, Michelangelo, Leonardo da Vinci… Certo, per i leghisti di Bossi meglio i Celti nerboruti venuti dal nord che quegli sfaticati dei romani e dei meridionali con ascendenze greche, turche e mediorientali…
Questo è stato Bossi. Altro che sincero democratico. Un politico, sfortunato, perché colpito da una grave malattia, ma anche un pessimo esempio. Un populista becero, che ha provato ad anteporre gli interessi particolari di una parte della nazione e della popolazione a tutto il resto, che ha provato a sdoganare (e a sistemare per la vita con la politica) anche il figlio Renzo, detto “il Trota”, che di titoli ed esperienze ne aveva pochi… O niente. Il fatto che abbia partecipato o sostenuto anche governi tecnici con il centro sinistra non cambia il quadro di una virgola.
m.l.
Nella foto (Sky Tg 24): Umberto Bossi davanti all’icona di Alberto da Giussano, stemma della Lega.










Umberto Bossi, prima della fondazione della Lega Nord, ha frequentato la facoltà di medicina negli anni ’70 senza però conseguire mai la laurea. Insomma da finto medico che usciva la mattina per darsi un’immagine, con la valigetta, a demolitore della Repubblica nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro. Capì che con il crollo della prima Repubblica, della DC del sistema dei partiti, si era aperto un grosso vuoto politico che lui tentò anche con discreto successo, di presidiare. Francamente a me resta difficile classificarlo tra i politici che hanno dato un contributo al benessere del Paese. Insomma voleva sfasciare quella Carta Costituzionale scritta da Calamandrei, Terracini, De Gasperi e molti altri. Intellettuali, statisti. Se si pensa che oggi a voler riformare quella Carta, si sono presentati personaggi come Salvini, Meloni, Delmastro, si capisce subito l’involuzione che la classe dirigente di questo Paese ha avuto.
In contemporanea anche questo va ricordato, in Sicilia si riaffacciò un oscuro movimento secessionista, poi rientrato, quando si presentò Berlusconi. Un primo stop al cambiamento dell’Italia in senso Costituzionale, fu l’affaire Moro. Con la sua uccisione, si mise fine ad una lunga strategia che puntava ad un cambiamento radicale degli assetti economici e sociali dell’Italia. Poi arrivò lui il Senatur, a tentare di sbaraccare la Repubblica. Trovò un partito Democratico e un movimento popolare che non glielo permise. Oggi a tentare di finire quel lavoro, ci sta provando la classe dirigente odierna. Un orda di personaggi ambiziosi mediocri quando va bene, che in linea con la strategia della Destra internazionale oggi capeggiata da Trump, puntano a sgretolare la Repubblica, l’Europa, la Democazia e il Diritto. Tanti Stati nazionalisti che, come la storia ci insegna, sono sempre pronti a tornarsi a guardare in cagnesco e riprendere quelle pratiche di guerra che abbiamo conosciuto nel corso dei secoli. Ecco la speranza è che al Referendum di domenica vinca il NO. Sarebbe un primo Stop a questa strategia, il segno che forse può rinascere la speranza attorno a dei progetti di cambiamento che mettano l’uomo e la natura al centro dell’attività umana. Una economia non più ispirata ai disvalori della rapina e dello sfruttamento esasperato di tutto insomma: il Liberismo, ma basata su valori solidaristici e cooperativistici.
Forse dovremmo smetterla con questa retorica del considerare sempre chi se ne va come “una brava persona”, cancellando di fatto comportamenti discutibili o atti poco onesti.
Lo abbiamo visto con Silvio Berlusconi e lo rivediamo oggi con Bossi.
Diciamoci la verità: slogan come “col tricolore mi ci pulisco il culo” o “la Lega ce l’ha duro” hanno ben poco di poetico.
Probabilmente non è solo retorica, ma ciò che in psicologia viene definito come “bias della positività”, cioè una distorsione cognitiva che porta a sottolineare o idealizzare gli aspetti positivi e virtuosi della persona defunta, a scapito di quelli negativi (o della realtà storica).
O forse sarà il timore reverenziale per la morte, che porta ad enfatizzare solo le virtù, confondendo il rispetto per il defunto con una mistificazione della realtà.
Ma proviamo a immaginare quanto sarebbe sano poterci permettere di affermare che certe persone sono state tutt’altro che virtuose.
La morte non ci fa sempre belli, possiamo dircelo!
E certe dichiarazioni del “senatùr” non fanno di lui proprio un esempio di virtù. Non è una critica, ma onestà intellettuale.
Infatti nell’articolo (e pure nel titolo) si parla di “pessimo esempio”…
E sono in linea con quello che scrivi
Concordo con Renato ma ancorpiù con Agnese. Ma tutto questo che dite cosa è se non sinonimo di degrado politico e soprattutto culturale dell’italia ? Verrebbe da pensare perchè tutto questo succeda chè tutte le persone sono buone dopo morte. E tale motivazione non è forse culturale ? E’ l’Italia profonda che pensa tutt’ora cosi e determina la direzione della classe politica che comanda grazie anche all’inerzia di quella che ormai da trenta anni si fa chiamare sinistra, invasata di cultura cattolica cementata da secoli nel DNA delle persone,che sono quelle che poi osannano il liberismo economico non acorgendosi che quello politico della casa che abitano sia tutt’altro e tutt’altro produca. Si lamentano,a sentirli rivolterebbero il mondo ma il freno lo possiedono nel loro dna e possedendolo, il mondo non lo cambiano ma lo subiscono, dando origine riproducendosi – e questa è la cosa peggiore nel senso che è tragica – ad una generazione di futuri schiavi oppressi che nascono, vivono e muoiono sentendosi liberi.
Sul “ritratto” del Bossi politico in gran parte condivido, becero e ignorante come pochi, idem per il trasformismo. Ma ha avuto un merito indiscutibile: insieme a Berlusconi ha sbarrato la strada alla Gioiosa Macchina da Guerra di Occhetto & Progressisti, mettendo presumibilmente la pietra tombale su un certo tipo di sinistra. Qualcuno direbbe che tale merito è relativo, in quanto quelle elezioni, al pari di quelle del’48, fossero assimilabili a una partita col mazzo truccato perché oltreoceano non volevano che vincessero “quelli là”, ma tant’è. E un altro indiscutibile merito è stato il riuscire a parlare alla pancia dell’ elettorato, in modo spiccio e diretto, efficace, probabilmente come nessuno. A quei tempi, senza social, i comizi erano uno strumento fondamentale e l’ abilità nel parlare alle folle era nettamente superiore a oggi, in particolare Fini e su tutti Bertinotti (Prodi, Veltroni, Buttiglione e Martinazzoli facevano venire sonno), ma lui riusciva a scatenare i più bassi istinti come nessuno.
Aggiungo un aneddoto. Lui si era creato quel personaggio là, ma in realtà nel suo territorio era sempre in prima fila nell’ aiutare meridionali e stranieri, me lo dissero dei suoi amici con i quali casualmente mi incontrai in vacanza a Ponte di Legno, ma non voleva chevsi sapesse in giro. E una volta ho letto qualcosa di simile su un giornale non mainstream…
Sono d’accordo con quanto scritto dal signor Rossi nei due articoli !
Suscitare i bassi istinti non è buona politica. È il contrario
Dipende dalla prospettiva, dalla sua sì.Ha capito prima di altri un concetto elementare, ovvero che confrontandosi con gli avversari politici del tempo sul terreno dei ragionamenti pacati, dei programmi, e in genere della “buona politica” non avrebbe avuto chance, e allora ha fatto leva sulla rabbia, sullo scontento, e sui bassi istinti in genere, e questo per certi versi è geniale. In particolare dal punto di vista del nord profondo l’ idea di disfarsi della zavorra del sud ha senso, inutile andare a spiegargli la questione meridionale dai Borboni in poi. È un po’ come quando in una partita di calcio si affronta un avversario tecnicamente superiore, per portare a casa il risultato l’ unico modo è buttarla in rissa,perdite di tempo e atteggiamenti antisportivi in genere. E lui altroché se il risultato l’ha portato a casa, sebbene i suoi metodi e il suo linguaggio fossero quanto meno, per usare un eufemismo, rivedibili…
Ma il valore delle cose e delle persone esiste oppure no ? Oppure è una cosa opinabile tutta individuale che non ha bisogno di essere giudicata oggettivamente ma solo osservata da un angolo solo personale? Eppure si parla di politica,quindi di considerazioni di entità politiche e di interessi.Tali interessi applicat alla politica hanno solo un effetto personale? Non mi sembrerebbe un discorso tanto astruso questo….per carità anche Hitler secondo lui aveva le proprie ragioni e le esprimeva, e allora ?
Sì, si parla di politica e quindi di interessi di una certa parte dell’ elettorato, che giudica se un certo politico li abbia tutelati o meno. Sul Bossi politico, ha, diciamo così, le sue stravaganze, ma non ha fatto cremare nessuno nei forni…