NOTE A MARGINE SUI FATTI DI TORINO. E A CHIUSI VOLANO MANGANELLATE AL PALASPORT

giovedì 05th, febbraio 2026 / 12:39
NOTE A MARGINE SUI FATTI DI TORINO. E A CHIUSI VOLANO MANGANELLATE AL PALASPORT
0 Flares 0 Flares ×

Domenica scorsa al Palasport di Chiusi si è giocata una partita di basket memorabile, di quelle che resteranno negli annali: Umana San Giobbe Chiusi contro Pielle Livorno, arrivata da capolista del campionato di serie B. Partita bellissima e combattuta, finita con la vittoria contropronostico dei padroni di casa.

Nelle cronache sportive nessuno lo ha scritto, ma al termine della gara, al momento del deflusso degli spettatori dalle gradinate, è successo che la folta e rumorosa pattuglia degli ultras livornesi è entrata, diciamo così, in collisione con un’altra folta pattuglia, quelli degli agenti di Polizia in assetto antisommossa, scesi da un furgone blindato, arrivato apposta da Siena o da Firenze. Non dal commissariato locale che non ha un organico così numeroso:  spinte, parapiglia, aste delle bandiere brandite come lance e manganellate distribuite senza tanta parsimonia dai poliziotti per convincere i tifosi della Pielle, esagitati forse anche per l’inusitata sconfitta, a seguire le regole e direttive per una uscita controllata dalla struttura.  Molti dei presenti non se ne sono neanche accorti perché già usciti o sulla via dell’uscita. Chi ha visto, anche tra i tifosi locali, parla di “botte da orbi”. Probabilmente nessuno è finito all’ospedale. Ma a Chiusi mai vista una cosa del genere.

Nessuno comunque ha detto o si è sognato di dire che lo scontro fisico polizia-ultras livornesi al palasport di Chiusi c’è stato per colpa della San Giobbe Basket, padrona di casa, quindi organizzatrice dell’evento insieme alla Federazione Basket, o delle centinaia di tifosi tranquilli che erano lì per godersi la partita. O per colpa del basket… Si sa che anche nello sport (calcio e basket soprattutto) ci sono tifoserie e frange di tifoserie note per atteggiamenti spesso violenti, per la ricerca dello scontro. Non a caso domenica scorsa a Chiusi, la polizia era arrivata con il mezzo blindato e in numero decisamente superiore al solito. Anche in questo caso, però, come a Torino, sabato, per la manifestazione pro Askatasuna, la “prevenzione” ha funzionato fino ad un certo punto. E lo scontro alla fine c’è stato lo stesso. Sembra quasi una cosa inevitabile in certi contesti. Nulla di paragonabile a Torino, ovviamente. Ma il fatto ci consente comunque di riallacciarci a quanto avvenuto il giorno prima nel capoluogo piemontese e a ciò che ne è seguito, sui cui qualcosa viene da dire, a 5 giorni di distanza.

La prima riguarda proprio la “prevenzione”. Tutti i giornali soprattutto quelli vicini al Governo, hanno scritto che loro da settimane avevano messo in guardia sul rischio dell’arrivo a Torino di gruppi violenti anche dall’estero. Infatti sono arrivati; buona parte dei “black block” che hanno scatenato le violenze sono risultati provenienti dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Germania. Se tutti lo sapevano perché non sono stati fermati alla partenza o all’arrivo? I Servizi sono lì per questo…

2) La violenza è da condannare sempre, perché non è mai funzionale a chi esprime e manifesta un legittimo dissenso, è funzionale sempre alla repressione, alla propaganda di chi vuole strette securitarie, a chi vuole chiudere la gente in casa e silenziare il dissenso e pure il conflitto sociale, che c’è sempre stato e c’è ancora e che la politica spesso non solo non rappresenta, ma fa finta di non vedere perché vive in una bolla e non fra la gente. Quindi dire che i 50 mila manifestanti pacifici sono l’acqua in cui nuotano i pesci violenti e il terreno di coltura dei facinorosi, come ha detto anche il Ministro Piantedosi è una scempiaggine: sono parte lesa (lesa nella loro dignità, nella loro libertà di manifestare e lesa anche fisicamente, perché qualcuno dei 50 mila è tornato a casa malconcio o è finito all’ospedale senza alcuna colpa, come è successo ad un sessantenne di origini argentine travolto da una carica della Polizia).

3) Le cose che non quadrano: le immagini del pestaggio del poliziotto a terra sono raccapriccianti. Non ci può essere nessuna giustificazione. Ma una delle regole d’ingaggio dei poliziotti in servizio di ordine pubblico è che nessun agente debba essere lasciato solo. Mai. L’agente preso in mezzo, gettato a terra e colpito con spranghe e martelli era solo. Isolato. Come mai? Un suo collega interviene e lo aiuta solo quando ormai è sfuggito all’aggressione e al pestaggio. I due sono stati poi fotografati in ospedale, mentre stringono la mano alla premier Meloni che li aveva definiti feriti, con fratture e addirittura “ridotti in fin di vita”. I due sono stati dimessi dopo poche ore, nelle foto si vedono solo piccole garze non fasciature da grandi ferite o fratture;  uno dei due ha il collare ortopedico, ma applicato in modo sbagliato. Ed è l’agente soccorritore, non quello aggredito. Quest’ultimo ha una flebo al braccio, ma senza il cerotto che serve a tenere fermo l’ago. Entrambi sono sul lettino con gli anfibi d’ordinanza ai piedi. Ma in quale pronto soccorsi li hanno portati? Anche queste immagini, come quelle dell’aggressione, hanno fatto il giro delle Tv e del web, scatenando però un’ondata di commenti sarcastici sui social. Come se fosse stato messo su “un po’ di teatro” per dirla con il commissario Montalbano. Una cosa è certa: i due agenti sono stati esposti, per ragioni mediatiche, al pubblico ludibrio (o quantomeno al fuoco della contraerea), vittime due volte: prima delle martellate degli “antagonisti” violenti, poi della propaganda a buon mercato. 

Altra regola d’ingaggio dei poliziotti dice che i candelotti lacrimogeni non si debbono sparare ad altezza d’uomo. In una foto della manifestazione torinese si vede invece un agente che spara un lacrimogeno proprio ad altezza d’uomo, il lampo del colpo è evidentissimo. Normale? No. E non è normale che tv e siti web abbiamo fin qui fatto vedere solo le foto del pestaggio al poliziotto e altre delle azioni violente contro mezzi della polizia e non quelle dei “civili” inermi e pacifici manganellati e ridotti a maschere di sangue. L’indignazione e la condanna della violenza non possono essere selettive o a senso unico.

4) La questione infiltrati: è una storia vecchia come il cucco. L’ex presidente della Repubblica Cossiga, quando era ministro degli interni, teorizzava la strategia di “infiltrare” le manifestazioni con elementi che sfasciassero tutto, per poi dare la colpa ai manifestanti o alla loro parte politica. Pare che sabato a Torino fra gli “incappucciati neri” che hanno avviato e scatenato la guerriglia, siano stati riconosciuti gruppi di ultras da stadio di estrema destra. La questione andrà appurata. C’è anche chi, a destra, ma non solo, ha cercato di sfruttare gli scontri torinesi per la propaganda elettorale in vista del referendum sulla giustizia: “i violenti votano no”, altra scempiaggine. A chi fanno comodo i violenti? Chi guadagna da situazioni come quelle di sabato? Chi realmente fornisce appoggio logistico, coperture e magari soldi e “attrezzi” anche per i viaggi, ai professionisti della guerriglia urbana? Sarebbe meglio se si dessero risposte a queste domande invece di stare perennemente in campagna elettorale.

5) Gli arrestati. I tre giovani finiti in manette per i fatti di Torino, sono già stati scarcerati. Il giudice ha convalidato l’arresto, ma ha disposto misure alternative al carcere. Nello specifico, per il 22enne toscano Angelo Simionato sono stati disposti i domiciliari a casa dei genitori nel comune di Arcidosso (Grosseto). Gli altri due arrestati, il 31enne Pietro Desideri e il 34enne Matteo Campaner, torinesi, sono liberi con obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziaria. Simionato è stato riconosciuto dal giubbotto rosso. Era nel gruppetto di antagonisti incappucciati e tutti vestiti di nero che hanno preso a martellate l’agente Calista. Non avrebbe sferrato nemmeno un colpo, ma era lì e “sembra aver sostenuto gli aggressori”. È accusato di resistenza a pubblico ufficiale, rapina in concorso e lesioni. La rapina si riferisce al casco dell’agente. Gli altri due sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale.

Il 22enne toscano è di Montelaterone, frazione di Arcidosso, sull’Amiata grossetana. Ha simpatie anarchiche ed era a Torino per partecipare alla manifestazione. Molte troupe televisive si sono recate a Montelaterone e ad Arcidosso a intervistare il sindaco e la gente del posto per capire chi fosse questo “pericoloso antagonista”. Bellissima la risposta di un anziano, coi capelli bianchi arruffati. Alla domanda di un cronista: “dicono che fosse anarchico, le risulta”? l’anziano ha risposto serafico: “Anch’io sono anarchico, che c’entra? Essere anarchici mica vuol dire essere violenti. Poi sa… qui sono quasi tutti anarchici…”. Arcidosso non è Carrara. Ma è terra di minatori, gente dura che sa cos’è la fatica, gente che la fatica ce l’ha nel sangue e nel Dna, e anche l’anelito al riscatto sociale ce l’ha nel sangue.

6) La memoria: d’altra parte Arcidosso è il paese che fu teatro della prima strage di stato, quando l’Italia era ancora un regno. Anzi era un regno nato da poco. Era il 1878, agosto. E una pattuglia di carabinieri comandati da un agente speciale arrivato da fuori, fece fuoco su una processione (non una manifestazione politica, una processione) guidata da Davide Lazzaretti, predicatore visionario che la gente del luogo chiamava “il profeta dell’Amiata”. Un profeta che predicava l’uguaglianza, il voto alle donne, organizzava cooperative, insomma mischiava il cattolicesimo mistico dei primordi alle prime suggestioni socialisteggianti e all’egualitarismo anarchico. Lazzaretti fu colpito da una fucilata, con lui altri tre contadini morti, una cinquantina i feriti.  Cantavano salmi, ma erano considerati una minaccia sociale, un pericolo sovversivo… Al di là delle lapidi che ricordano quell’eccidio, ad Arcidosso anche questa vicenda è rimasta nel sangue e nel Dna della gente.

Bisogna avere memoria. E a chi dice che la sinistra copre e fiancheggia i violenti, vorremmo ricordare il “giovedì nero” del ’73. A Milano, giovedì 12 aprile 1973, l’agente di Polizia Antonio Marino rimase ucciso da una bomba a mano lanciata dai manifestanti durante un corteo non autorizzato del Msi, partito che aveva come simbolo la fiamma tricolore, la stessa fiamma che campeggia oggi nel simbolo del partito di Giorgia Meloni. A guidare quel corteo non autorizzato c’era, tra gli altri, l’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa.  Ah… la memoria.

m.l.

0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Email -- LinkedIn 0 Pin It Share 0 0 Flares ×
Consorzio di bonifica
Mail YouTube