QUEL NOSTRO SPETTACOLO DEL 2019 IN CUI SI PARLAVA GIA’ DELLE SQUADRE SPECIALI DI TRUMP

domenica 25th, gennaio 2026 / 16:09
QUEL NOSTRO SPETTACOLO DEL 2019 IN CUI SI PARLAVA GIA’ DELLE SQUADRE SPECIALI DI TRUMP
0 Flares 0 Flares ×

CHIUSI – Nel 2019, in piena era Trump 1, e – in Italia – in piena era governo giallo-verde, con Salvini che bloccava i porti e le imbarcazioni delle ong per non far sbarcare i migranti, come primapagina allestimmo uno spettacolo teatrale che si intitolava On the road. Again… Era un tributo a tre giganti della musica americana, diciamo così “altra”, antagonista, come Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen, ma anche, in realtà, un pretesto per parlare delle migrazioni, dell’America e del mondo che ha sempre faticato per trovare un lavoro decente e fare una vita degna di essere vissuta. In quello spettacolo si parlava della grande depressione, delle acciaierie di Youngstown nell’Ohio, del muro costruito al confine con il Messico per fermare l’onda di migranti dal centro e sud America verso gli Usa… Sul palco c’erano Alessandro Manzini, Martina Belvisi, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli, più la rock band dei Dudes che propose una rilettura suggestiva dei brani di Woody, Bob e Bruce…

La prima scena dello spettacolo era il monologo di una agente dei Border Patrol in servizio proprio nei pressi del muro al confine con il Messico, dalle parti di San Diego…

In queste ore sentiamo parlare molto degli agenti dell’ICE, quelli che a volto coperto fanno “servizio anti immigrati irregolari” e però hanno ammazzato per strada due cittadini americani per bene, bianchi, incensurati, a Minneapolis, in Minnesota, la stessa terra di Bob Dylan. Bene: gli ICE e i Border Patrol sono più o meno la stessa cosa.

Riproponiamo qui il testo di quella “prima scena” che all’epoca fu interpretata da Martina Belvisi, perché ci sembra molto attuale.

Il mio collega di pattuglia mi chiama “Jenniferlòpez” perché mi piace ballare…  Jenniferlòpez tutto attaccato.

In servizio mi chiama per cognome, Lopez e basta, come a scuola.  Al Dipartimento mi chiamano agente Lopez…  Lui il termine agente lo salta, lavoriamo insieme da 3 anni… Coppia fissa, come Starsky e Hutch… Border Patrol Agents. Polizia federale di confine.

E il confine nel mio caso è quello tra Messico e Stati Uniti.

 Non inganni il nome. Io sto dalla parte di sopra… USA (iù es ei). E in una città di confine ci sono nata. Anzi sono nata in una città che il confine ce l’ha nel nome: El Paso. Il passo.

Ora, se uno dice El Paso la gente pensa subito ai film western, quelli con i gringos e i messicani col sombrero… Tipo ‘Il Mucchio Selvaggio’ di Sam Peckimpah o quelli che avete inventato voi italiani…  tanti anni fa… quelli con Clint Eastwood e Lee Van Cliff…  

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto… al cuore Ramòn, al cuore!” … Do you remeber? El gringo e il messicano…

Dicevo… che sono nata a El Paso. La città di confine per antonomasia. Sono entrata in Polizia che avevo 22 anni. Presi il posto di mio padre. Che ne aveva 48 quando uno spacciatore (dissero) gli piazzò due pallottole in corpo. Non lontano dal confine… La Polizia l’inchiesta la chiuse molto rapidamente. Senza porsi troppe domande.

A mio padre fecero un funerale d’ordinanza con la bandiera e tutti gli onori.

La versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti… io ero giovane, ma molto incazzata. Quando mi offrirono il posto nella Border Patrol Agents non volevo andarci, non volevo andare nella Polizia. 

Ma mio fratello che ha 5 anni più di me e aveva appena comprato un distributore di benzina mi disse (anzi mi diceva sempre, anche prima) che a El Paso una ragazza come me, con un culo e un davanzale così, avrebbe potuto fare solo due cose: la cameriera o la ballerina in qualche locale, che poi alla fine…  cameriera o ballerina, sempre lì si andava a finire… Mio fratello non la disse mai quella parola, ma cosa intendeva era chiarissimo… ( Lo dico io: La puttana, intendeva. ) Non tutte diventano Jennifer Lopez. Staccato.

Mi dissero, alla Polizia, che non avrei lavorato a El Paso che mi avrebbero mandato altrove…  Non avevo molte chances, ero disoccupata, facevo lavoretti  saltuari… non la cameriera o la ballerina.  La baby sitter… anche la dog sitter…  Portavo a pisciare il cane a una signora anziana.  Mio fratello insisteva…

Accettai, a malincuore, ma accettai. Mi hanno mandato a 1.000 km di distanza. In un altro Stato. Ma sempre sul confine. Lo stesso confine. Più a ovest. A San Diego, California.  Ed eccomi qui…

Anche qui, come a El Paso,  la popolazione ispanica, quella che parla spagnolo è in maggioranza.

A El Paso a scuola, su 22 studenti, solo 5 non avevano cognome ispanico: Carrel, Edwards, Kazinsky, Lafont e Norton. Gli altri si chiamavano tutti Benitez, Estrada, Espinosa,  Garay, Gutierrez, Moncada, Rosales, Salcedo, Sanchez…  o Lopez, appunto…  Messicani, honduregni, portoricani. Come me.

Quelli e quelle come me fanno comodo alla Border Patrol Agents perché lavorando sul confine se capisci e parli lo spagnolo è meglio… Molto meglio. Laggiù si parla più spagnolo che inglese.

Anche a San Diego è la stessa cosa. Siamo più noi hispanici che gli altri.

Il mio compagno di pattuglia però si chiama Corelli. Steve Daniel Corelli. E’ latino anche lui, ma non hispanico. Suo nonno era… italiano.

L’80% delle ore di lavoro le passiamo on the road… sulla strada. Su e giù lungo quel cazzo di “muro”…  che poi non  è un muro, ma una specie di palizzata alta 4 metri…  illuminata a giorno anche di notte… 

Asfalto, polvere, 40 gradi e sole a picco di giorno, 2 gradi di notte…

Lui, Corelli, viene dal sud. Degli Usa. Anche gli Usa hanno un sud come l’Italia. Lui viene da Charleston, South Carolina… I suoi arrivarono da una città vicino a Napoli.

Corelli tiene la bandierina della Confederazione sul cruscotto della macchina. Sì sì… la macchina della polizia. L’ha personalizzata. Corelli è “sudista”. E anche elettore convinto, sfegatato del presidente Trump…

Per lui ogni serata passata di pattuglia lungo il “Muro” è come andare caccia di conigli… Li vedi? Eccoli là, Là, Là… sono due… dai Lopez, accelera, accelera cazzo, dai che li prendiamo!!

Poi li prendi e vedi che sono due ragazzini, non si sa come ma sono riusciti a passare il muro…  non hanno niente con sé… A volte solo una bottiglia d’acqua. Neanche le mutande di ricambio.

A volte io insisto per lasciarli andare… che vuoi che sia due più due meno, siamo un grande Paese, gli dico…   a Corelli…

Corelli no, lui si diverte ad assicurarli alla giustizia… a rimandarli di là dal muro…  Certo, ora che ogni settimana ne arrivano due o tremila…

“Carovane”  le chiamano… vengono in massa non solo dal Messico, ma soprattutto dall’Honduras, dal Nicaragua, dal Guatemala, dal Salvador… 

Il presidente Trump dice che è un’invasione, che vanno fermati, perché le carovane sono organizzate dai narcos e dalle mafie del centro America e in mezzo a quella fiumana di migranti moltissimi sono delinquenti, spacciatori, trafficanti di droga, di armi… sfruttatori della prostituzione…  Delinquenti camuffati da poveracci insomma. Dice… E chiede soldi al Congresso, per allungare e alzare il muro…

Il mio compagno di pattuglia, Steve Daniel Corelli, parla come Trump… “ci stanno invadendo, non possiamo permetterlo, ne va della nostra sicurezza!”

Io gli faccio notare che la maggior parte sono ragazzi, donne, bambini… e quando vedo i colleghi della Polizia di Frontiera messicana, che li fermano prima del muro e li mettono in fila… poi li “marchiano” … uno ad uno … con un numero sul braccio… maledico il giorno che sono entrata nei Border Patrol Agents…

Mi ricorda quello che facevano i nazisti nei lager…  anche se i nostri colleghi il numero lo scrivono con un pennarello indelebile, ma indolore… non con il marchio a fuoco o un tatuaggio che rimarrà a vita…

Ma Corelli, no, lui, il sudista, dice che bisogna fermarli. E ci gode se ne becchiamo uno…  L’unico dubbio che abbia ragione mi viene se penso che se li lasci andare possono morire nel deserto… di sete o di freddo.  Dalle parti di El Paso hanno scavato dei tunnel, ogni tanto qualcuno ci rimane dentro… capitava spesso…  Si leggeva sui giornali…

Molti si fermano a Tijuana, che per quanto sia una città incasinata è sempre meglio dei posti in cui stavano prima… Paesi in balìa di governi corrotti, bande paramilitari che ammazzano per un dollaro… o per uno sguardo.  Laggiù la vita vale poco. Niente.

Devi essere davvero disperato per rischiare la vita nel deserto…

L’ultima carovana è arrivata due giorni fa… Guardando quei poveracci di là del muro, allungo una Pepsy a Corelli e provo a ricordargli che noi due siamo americani perché siamo nati in IU ES EI, ma i nostri genitori, i nostri nonni (senza andare troppo indietro) sono arrivati qui da altri paesi… Forse anche i nostri nonni arrivarono qui con una busta di cartone con un paio di scarpe e poco più… 

Steve Daniel Corelli mi risponde che quelli erano altri tempi…  Che gli italiani hanno dato molto all’America e che oggi noi (cioè io e lui) siamo qui, su una macchina della Polizia di Frontiera per fermare l’invasione…  Che non possiamo fare il gioco del Cartello di Sinaloa…  

Mi fa capire che è informato e sa chi è che gestisce il traffico. E quelle carovane.. Mica frigge con l’acqua!

Vorrei dirgli  a Corelli che se i messicani smettono di portare cocaina negli Usa, tra un po’ saranno gli americani a fare le carovane per andarsela a prendere di là del muro, la cocaina…  E anche alcune cosette sugli italiani… ma mi sembra una battaglia persa. Trangugio la mia Pepsy  e lascio perdere…

Steve Daniel Corelli  es un hombre verticàl… un sudista tutto d’un pezzo, non ammette titubanze, accarezza la sua bandierina confederata, fa partire Sweet Home Alabama … Sempre quella. Non ne conosce altre…

E’ sudista e meridionale (come direste voi) ma è convinto che ci sia sempre qualcuno più meridionale di te, che devi prendere a calci nel culo e rimandarlo di là del muro. Senza tanti complimenti. Per lui è legittima difesa… E’ così che ci si difende dall’invasione… A me invece questo cazzo di muro pare solo un monumento.  Alla paura…

E a questo punto partivano i Dudes con Sinaloa Cowboys  di Springsteen…  Consiglio: rileggete questo pezzo con quel brano in sottofondo. E magari la traduzione accanto.

m.l.

0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Email -- LinkedIn 0 Pin It Share 0 0 Flares ×
Mail YouTube