“POVERI NOI”, CHE DISASTRO E’ LA GUERRA. IL TEATRO CIVILE DI SILVIA FRASSON. APPLAUSI AL CAOS DI CHIANCIANO
Con Silvia Frasson ci siamo lasciate venerdì 9 gennaio, dopo l’evento/intervista Dietro le Quinte presso lo Spazio Giovani Culsans, di Chiusi Scalo, con una domanda in sospeso.
A detta dell’attrice avrei avuto la risposta durante la visione dello spettacolo Poveri Noi, da lei scritto ed interpretato, andato in scena sabato sera al Teatro Caos di Chianciano Terme.
Andare a vedere Silvia Frasson è un evento che non lascia mai a mani vuote; è un rito, una funzione, una celebrazione piena di umanità che ci porta a concentrare lo sguardo su una situazione, un’anima, un dolore.
Incredibilmente forte ieri sera è stata l’interpretazione di Savina Reverberi Catellani, figlia di Gabriella Degli Esposti, partigiana, martire, Medaglia d’oro al Valor Militare.
La storia è narrata da Frasson attraverso lo sguardo di Savina, che all’epoca della vicenda aveva 10 anni, la quale vede portarsi via la mamma dai soldati tedeschi durante un rastrellamento.
Balella, questo il nome in codice di Gabriella, donna dalle idee liberali e antifascista, orgogliosa di aiutare il marito impegnato nel processo di opposizione e liberazione dalle truppe nemiche, si occupa di tutto ciò che poteva servire ai partigiani nascosti sulle colline.
La narrazione di Frasson inizia poco prima dello scoppio della guerra quando ancora il mondo della piccina è fatto di giochi, libertà e campagna; l’inferno sarebbe arrivato dì lì a breve.
Canta Savina, canta la sua felicità di bambina che cresce; una famiglia come tante la sua (di ieri e di oggi), che vive sui colli emiliani, allegra e piena d’amore.
Un’infanzia agli albori che di lì a poco sarebbe stata oscurata per sempre viene scandita dagli impeccabili intermezzi musicali di Guido Sodo, arricchiti dalla danza sempre meno vivace di Savina che accompagna il pubblico a cogliere il tragico capovolgersi delle cose.
Non è semplice raccontare lo strazio e l’abisso, ma con grande maestria Silvia Frasson si lascia attraversare da tutto questo comunicandolo al pubblico con un linguaggio semplice che si fa sempre più disperato ma mai sconfitto.
Anche gli eventi sono a confermare che la spinta alla vita è sempre più forte dell’angoscia che si prova, con il tempo che passa nasce una sorellina, poi Gabriella resta incinta del terzo figlio: scampoli di felicità prima della fine, prima della cattura, della violenza e della morte.
Un mondo impazzito quello della pièce che è possibile rivedere anche oggi poco lontano da noi; l’eterno ripetersi della violenza dell’uomo sull’ uomo senza alcuna umana ragione.
“Cosa ha lasciato Savina a Silvia Frasson?”
Questa la domanda sospesa dell’inizio. Lo spettacolo ne è stato davvero l’attesa risposta.
Savina, allora bambina, oggi donna novantenne, nonché fonte storica preziosa per la stesura della pièce, lascia a Silvia la forza del tempo e della memoria.
Resta in lei la traccia indelebile che è possibile sopravvivere all’orrore se si hanno occhi capaci di continuare a guardare quel poco di buono che resta: un padre ricurvo e provato che torna a casa quando ormai si immaginava di averlo perso per sempre, una sorellina ben pettinata che va a ricevere una Medaglia d’oro al Valor Militare al posto della mamma, torturata e uccisa.
E ancora la campagna, la vita che scorre ma che non dimentica; le calze sottili che, nonostante il lungo giorno, sul far della sera ancora restano su.
Come si può restare integri dopo aver attraversato il calvario?
La risposta si ha facendo nostra la storia della famiglia Catellani.
Si resta integri se si è in grado di guardare verso orizzonti nuovi anche se totalmente da ricostruire, onorando il sacrificio fatto da chi questa possibilità non ce l’ha più.
Savina è l’esempio, è testimonianza e voce di questo atto di resistenza, della possibilità di passare dall’oscurità della guerra alla luce della Liberazione.
Nella stanza dove torturano e uccisero sua madre, incinta del terzo fratellino, e che lei andò a visitare, vi erano ancora impresse sulla parete macchie del sangue da lei versato; quella stanza oggi non c’è più e al suo posto è stato fatto centro commerciale. Il tempo passa e le tracce di memoria di ciò che è stato diventano sempre più flebili, gli spazi cambiano, si rinnovano e l’unico modo per far restare in vita questi stralci di storia sono le parole di chi orgogliosamente se ne fa carico.
Silvia Frasson con il regista Andrea Lupo hanno preso tra le braccia la vicenda di questa famiglia riportandola alla luce; un teatro civilmente impegnato il loro, con Poveri Noi scuotono gli animi e risvegliano coscienze, il teatro di narrazione diventa qui luogo di informazione storica nonché un dovere morale da compiere.
Impossibile non commuoversi nel vedere Silvia diventare Savina, lacrime nuove le nostre per ciò che fu e per quel silenzio sordo che ne seguì; per Gabriella e le sue figlie, per quelle stanze vuote e per quell’assenza fittizia che separò le bambine dalla loro mamma poiché l’amore che le unisce è presenza incancellabile.
Le promesse fatte restano intatte nel tempo, inchiodate e salde sulla vita di chi si è salvato: a Gabriella prima della tortura fu chiesto di riconoscere l’identità degli uomini catturati come fuorilegge poiché sospettati di aderire al progetto di liberazione nazionale; Balella disse di non conoscerli riconsegnando loro la libertà e la vita a scapito della sua.
Magnifica Silvia Frasson, unica come sempre nel condividere le storie e le passioni dei personaggi che interpreta con una capacità incredibile di unire tecnica e sentimento, diventando questa volta scrigno di tempo e memoria.
Vincitrice del premio Giacomo Matteotti, organizzato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con Poveri Noi l’attrice, ieri sera, ha catapultato il Teatro Caos di Chianciano Terme dentro la prepotenza della guerra contrastandola con l’infinita tenerezza e l’inconsapevole forza di una bambina, lasciando tutti tra stupore e lacrime. Applausi infiniti.
Paola Margheriti











Brava Paola,il pezzo mi è piaciuto.fa rivivere il ruolo svolto dalle donne Partigiane durante la resistenza, arrestate torturate dagli aguzzini per non parlare. Viva le donne della Resistenza