DONNA UCCISA A MINNEAPOLIS, OGGI E’ DIFFICILE PARLARE DI DEMOCRAZIA AMERICANA

giovedì 08th, gennaio 2026 / 12:48
DONNA UCCISA A MINNEAPOLIS, OGGI E’ DIFFICILE PARLARE DI DEMOCRAZIA AMERICANA
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Le immagini non  mentono. E non si tratta di una fake costruita con l’AI. Il video è autentico.  Siamo a Minneapolis, Usa. Su una strada larga tra tipiche abitazioni americane. Atmosfera invernale. C’è neve. Un agente dell’ICE, ovvero della U.S. Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale statunitense responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e il rimpatrio degli immigrati considerati irregolari, spara contro la conducente di un’auto, all’altezza del finestrino. La donna muore pochi istanti dopo.
Alcun agenti diranno che quell’auto stava ostruendo la strada quindi ostacolava un’operazione. La responsabile del Department of Homeland Security, Kristi Noem, ha poi dichiarato che gli agenti avrebbero agito per sventare una minaccia terroristica interna.
Nel video, però, non c’è traccia di situazioni che possano far pensare ad un attentato o ad una minaccia incombente. Si vede una donna ferma alla guida della propria auto e si vedono gli ICE che tentano di aprire lo sportello con la forza. La conducente, probabilmente molto spaventata, inserisce la retromarcia, poi accenna ad avanzare. Un agente a volto coperto le si para davanti con la pistola spianata, prende la mira e spara. Colpisce la donna al volto. La donna si chiamava Renee Nicole Good, aveva 37 anni, era poeta e scrittrice, viveva a pochi isolati di distanza con il compagno e i tre figli. Si trovava insomma nel suo quartiere.
Tutto è avvenuto a meno di un miglio dal luogo in cui, nel 2020, fu ucciso George Floyd, il “colored” morto  per un ginocchio pressato sul collo da un poliziotto.
Il tutto è avvenuto, come dicevamo in una strada, piena di auto e di passanti. Sembra una scena da film o di serie TV tipo Law & Order, Chicago P.D. o NCIS… Ma sul posto non ci sono telecamere. I passanti e gli automobilisti fermati però hanno tutti il cellulare. Molti riprendono ciò che sta accadendo.  Qualcuno urla o inveisce contro gli agenti. Anche il video di cui ho parlato all’inizio è stato “girato” con un cellulare da una passante che poi lo ha diffuso. In apertura compare la scritta (messa a posteriori evidentemente da chi lo ha condiviso): “immagini sconsigliate ad un pubblico sensibile”. Ma non si tratta di un film o di una fiction. E’ tutto vero. Ed è una scena dell’America di oggi. Dell’America di Trump.
Minneapolis è la maggiore città del Minnesota, lo stato in cui è nato Bob Dylan. Io, personalmente, pur essendo di formazione comunista, ho sempre detto e scritto che avrei preferito vivere negli Usa piuttosto che in Cina o in Russia, anche quando questa era l’Unione Sovietica. Ma faccio fatica adesso a considerare gli Usa “la più grande democrazia del mondo”.
Gli americani le loro “carognate” le hanno sempre fatte. Non si sono fatti mancare niente. Cominciarono con lo sterminio degli indiani; sono stati gli unici a sganciare la bomba atomica (2 bombe atomiche); poi hanno invaso paesi sovrani, hanno fatto guerre in tutte le aree del pianeta;  hanno finanziato e supportato colpi di stato;  hanno mandato alla sedia elettrica degli innocenti, solo perché sospettati di avere idee sovversive e comuniste (Sacco e Vanzetti, i coniugi Rosemberg); hanno avuto fino a 60 anni fa la segregazione razziale; hanno visto morire assassinati 4 presidenti (Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy), un candidato alla presidenza (Bob Kennedy), due leader del movimento dei “neri” (Malcom X e Martin Luther King, quest’ultimo Premio Nobel per la Pace), hanno visto sparare a Reagan e allo stesso Trump. Hanno decine di migliaia di morti per arma da fuoco ogni anno. In questi ultimi giorni il nuovo sceriffo di Washington ha ordinato “l’assalto” con un reparto speciale alla capitale del Venezuela per arrestare e sequestrare (o rapire, fate voi) il presidente di quel Paese e sua moglie; ha fatto assaltare una petroliera russa in acque internazionali rischiando di scatenare la terza guerra mondiale; sta scatenando, sul fronte interno, una guerra vera e propria verso gli immigrati con l’utilizzo anche in questo caso di reparti speciali (l’ICE) che si comportano in pratica come gli “squadroni della morte” di triste memoria che venivano utilizzati per ripulire le favelas brasiliane. Con la differenza che gli ICE operano nelle strade pulite delle ricche città americane. Anche in quartieri benestanti. Nel video girato ieri a Minneapolis si nota che quasi tutti in quel quartiere hanno il SUV…
E basta poco, basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e magari cedere al panico, per rimetterci la pelle, come è successo a Renée Nicole Good, ieri a Minneapolis.
Nel video si vede bene che il poliziotto che spara non lo fa per errore o per legittima difesa (come molti sostennero nel caso del carabiniere che a Genova nel 2001, durante le manifestazioni per il G8, uccise Carlo Giuliani). Lo fa senza alcun motivo apparente. Alza la pistola, prende la mira e spara. E se un poliziotto o un militare peraltro di un reparto speciale (quindi si presume bene addestrato) fa una cosa del genere significa una cosa sola: che pensa di essere autorizzato a farlo. Che anche sparare in faccia ad una persona rientri nelle regole d’ingaggio. Anche se la vittima fosse un sospettato o un ricercato, lo arresti, non gli spari in faccia a bruciapelo.
Per fortuna c’è anche un’altra America.  C’è un’America che non crede alla versione della “legittima difesa”  o comunque dell’azione legittima da parte del poliziotto che ha sparato. “Ho visto il video, è una stronzata”, ha reagito il sindaco di Minneapolis Jacob Frey secondo cui la sparatoria è stata l’azione di “un agente che ha usato il proprio potere in modo sconsiderato, con il risultato che una persona è morta, è stata uccisa”. Poi il primo cittadino ha rivolto un messaggio all’Ice: “Stanno provocando il caos. Fuori dai coglioni”. Lo ha detto in inglese, ovviamente. Ma la frase è proprio quella. Inequivocabile.

La deputata dem Ilhan Omar, prima somalo-americana eletta alla Camera Usa – spesso nel mirino di Donald Trump – apre addirittura un altro fronte, ancora più inquietante, rispetto all’azione sconsiderata: ha infatti descritto la vittima come una “osservatrice legale” dell’operazione dell’Ice che ha mobilitato in città oltre 2000 agenti federali. Quindi l’agente avrebbe ucciso una “osservatrice”, considerandola forse una impicciona scomoda. L’ex vicepresidente Kamala Harris sui suoi canali social ha scritto che la versione fornita dall’Amministrazione Trump non regge: “agenti dell’Ice hanno sparato e ucciso una donna in un episodio sconvolgente. Molti di noi hanno visto il video, terribile e doloroso, che rende chiaro come la spiegazione fornita dall’amministrazione Trump su questa sparatoria sia puro gaslighting. Un’indagine completa e imparziale a livello statale è assolutamente necessaria”.

Il sindaco di New York Mamdani ha annunciato che la sua città non sosterrà né collaborerà in alcun modo con l’ICE: “Quando gli agenti dell’ICE attaccano gli immigrati, stanno attaccando ognuno di noi, in tutto il Paese.
Questa è una città che è e sarà sempre una città che difende gli immigrati, in tutti e cinque i distretti.
Non siamo qui per assistere gli agenti dell’ICE nel loro lavoro. Siamo qui per rispettare le leggi della città di New York”.

Va detto che anche i Dem non sono senza peccato su molte questioni, ma almeno su diritti civili e garanzie costituzionali sono un po’ più accorti.

Secondo alcune fonti giornalistiche e studi legali americani l’ICE  opera “sempre più spesso con margini sempre più ampi di discrezionalità e sempre meno vincoli di controllo democratico” e si sta trasformando “in una vera e propria milizia paramilitare con compiti di repressione interna, cosa questa senza precedenti negli States e del tutto incompatibile con un sistema democratico”.

Se il quadro è questo (e questo è) credo che si debba prendere atto del deterioramento della democrazia americana e del fatto che non può essere un Paese che usa questi metodi a fare il poliziotto del mondo e a stabilire cosa è giusto e non è giusto fare.  Come italiani non si può non essere grati agli americani (e agli inglesi, ai canadesi, ai francesi, ai sudafricani, agli indiani) per aver contribuito in maniera decisiva alla liberazione dal Nazifascismo, e anche forse per gli aiuti concessi dopo. Ma il debito di riconoscenza che dura da 80 anni, non può essere inestinguibile e non può oscurare le “magagne” di un sistema che non è mai uscito dalla logica del Far West e che alla fine è peggio del nostro.

Marco Lorenzoni

Nella foto (linkiesta): un mezzo dell’ICE in azione ieri a Minneapolis

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