CASTIGLIONE DEL LAGO, LO SCIOPERO DELLE MAESTRANZE COOP ETRURIA: ORA LA POLITICA FACCIA LA SUA PARTE
CASTIGLIONE DEL LAGO – Oggi, giovedì 18 dicembre braccia incrociate dei lavoratori dei supermercati Coop e Superconti: quelli investiti dall’annuncio di probabile cessione da parte di Unicoop Etruria, nata dalla fusione tra Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia. Come è noto la nuova società ha presentato ai sindacati un piano di rilancio che prevede però la cessione ad altri operatori ancora da individuare di 24 punti vendita tra Abruzzo, Umbria, Toscana e Lazio. A Castiglione del Lago, sede della Direzione e del Magazzino ex Coop Centro Italia si è tenuta questa mattina una manifestazione di protesta con presidio delle maestranze di Coop Etruria per chiedere chiarimenti e rassicurazioni per il loro futuro. “La cessione dei punti vendita mette in difficoltà i dipendenti e non è chiaro quale sia l’effettivo piano industriale e le future ricadute che i lavoratori e le lavoratrici dovranno affrontare” così Irene Ponti di Sinistra Italiana.
Vasco Cajarelli, ex sindacalista Cgil che una settimana fa è stato fra i promotori di una partecipata iniziativa pubblica sulla questione Coop a Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago, scrive:
La storia e l’epilogo difficile della Coop nel centro Italia è sovrapponibile alle difficoltà di gran parte del movimento cooperativo.
Le trasformazioni del settore del terziario e in particolare della GDO (grande distribuzione organizzata) ha visto perdere la capacità di competizione di pari passo con la messa in discussione dei valori per cui nasce il movimento cooperativo.
Certamente la gestione degli ultimi decenni ha responsabilità gravi .
Pensare che negli anni ottanta, ma anche novanta, la Coop in Umbria, bassa Toscana e Lazio partiva da una presenza fondamentale nel tessuto commerciale dei territori e dei piccoli borghi, praticamente solo la Chiesa aveva una maggiore capillarità.
La Coop aveva più di un monopolio, dove determinava il mercato nel commercio e aveva una risorsa che nessun altro deteneva, il prestito soci.
In molti paesi dell’Umbria, ma anche del Senese Coop era la banca di riferimento per tanti cittadini e lavoratori che univano una scelta ideale con la sicurezza finanziaria.
Questa condizione di monopolio e di solidità finanziaria è stata praticamente dissipata.
Certo, ci sarebbe da indagare, ci sono responsabilità individuali e soprattutto scelte di Piani industriali sbagliati e una lenta trasformazione in azienda finanziaria senza averne i presupposti e le capacità, perdendo competitività con le altre catene commerciali (Conad , Eurospin ecc).
Quindi la crisi di questa realtà si procrastina da molto tempo, ma è del tutto evidente che se trent’anni fa la Coop poteva vivere di autosufficienza, grazie alle condizioni di egemonia, via via si è arrivati ad una crisi drammatica che è di missione ma anche finanziaria e industriale.
Le difficoltà di Coop cento Italia si sono aggravate e non da questi ultimi anni.
Certo è che la politica e anche il sindacato con innegabili inadeguatezza, subalternità e complicità, non hanno contribuito, o almeno non hanno impedito il depauperamento di una realtà che era una ricchezza dei nostri territori.
La crisi di queste aziende (Coop Centro Italia, e Coop Tirreno) dopo l’assurda unificazione in questo anno è diventata Coop Etruria, ha sommato le difficoltà anziché ricercare sinergie, svendendo gli asset più produttivi ad Unicoop Firenze, come i 29 negozi del Senese e altri nella zona di Livorno e arrivando in questi giorni a presentare un piano di ristrutturazione sangue e lacrime con 180 licenziamenti, che appare come solo l’inizio del declino. La chiusura di molti negozi e il depotenziamento o chiusura del magazzino di Castiglione del lago.
Anche in questo passaggio dell’unificazione la politica ha brillato per assenza e è stata a guardare, come nel più classico dei comportamenti, pensando che il mercato si autoregola da solo .
Una follia. Non solo perché non è vero, mai, in nessuna azienda anche privata, ma lo è ancora meno in una cooperativa dove chi dirige non è il “proprietario”.
Oggi la situazione è abbastanza compromessa, ma è del tutto evidente che bisogna intervenire anche per ciò che non è stato fatto negli anni scorsi.
Dal mio punto di vista penso che le istituzioni devono intervenire con soluzioni che prevedano un cambio radicale del piano industriale, che non può essere fatto di sole dismissioni e individuare e definire bene quali funzioni direzionali siano previsti a Castiglione del lago, in sostanza quali elementi di rilancio possano essere messi in campo.
Le regioni devono utilizzare tutti gli strumenti in loro possesso, anche quelli finanziari.
Inoltre è indispensabile coinvolgere Unicoop Firenze, azienda solida che ha fatto scelte molto diverse da quelle del centro Italia, ma oggi non si può limitare a “salvare il salvabile” o peggio ancora a fare un’operazione di sciacallaggio prendendo gli asset più redditizi.
Oggi il sindacato ha aperto coraggiosamente un conflitto e dichiarato una mobilitazione, che per qualche territorio come il lago Trasimeno dovrebbe essere di sciopero generale.
Le istituzioni e la politica non possono limitarsi alla solidarietà ai lavoratori coinvolti, ma devono intervenire e risolvere questa crisi, altrimenti la politica sarà ininfluente e drammaticamente si concretizzerà il pensiero negativo del “tanto sono tutti uguali”.
Cajarelli chiama dunque in causa chi ha gestito Coop Centro Italia, per quanto attiene le responsabilità della crisi, e la politica e le istituzioni per quanto attiene le risposte da dare adesso, di fronte all’annuncio delle dismissioni e delle chiusure. Ed ha ragione, a nostro parere, quando afferma che non basta più esprimere solidarietà ai lavoratori coinvolti che vedono il loro posto di lavoro a rischio. Occorre uno scatto in avanti di proposta che faccia sentire alla dirigenza Coop Etruria il peso delle istituzioni e dei territori. E’ vero e reale il rischio che le maestranze e i soci Coop percepiscano i politici come tutti uguali, ma è alto anche il rischio (per Coop Etruria) che lo slogan “La Coop sei tu” venga percepito come un ricordo dei tempi andati e come una battuta di cattivo gusto.
M.L.











Ha perfettamente ragione. La crisi Coop non nasce ora, ma affonda le radici nei decenni. La colpa imperdonabile delle dirigenze che si sono avvicendate è non aver capito che la posizione di egemonia, per non dire monopolio, in cui si trovava Coop in certi territori, era dovuta esclusivamente a vantaggi politici, non certo all’ essere un’ azienda meglio strutturata e organizzata, e che tale situazione non sarebbe potuta durare in eterno. Con la conseguenza che tale enorme vantaggio, a forza di dormire sugli allori, è stato completamente dilapidato.
Si, verissimo Giangiacomo, ma la ragione oltre a quella che lei dice è fondamentalmente cultural-politica. Tale termine non vuol dire nulla o vuol dire tutto, ma se andassimo a vedere le modalità e le tempistiche nelle quali il modello che prendamo in considerazione si sia espanso, vedremmo che quelli erano tempi nei quali il cooperativismo prima risentiva storicamente -almeno nel nostro territorio- della contrapposizione fra mondo agrario e mondo padronale, poi tale posizione di monopolio che ha usato gli strumenti propri del mercato, ha prodotto allontanamento delle piccole aziende dopo aver falcidiato ciò che aveva intorno, non ottemperando a principi di economicità dei costi ma gettando enormi capitali nella mischia,dalla quale mischia è finita poi per produrre una situazione esattamente contraria alle finalità che il cooperativismo stesso propugnava. Come tutte le cose passano,spcialmente in una economia di mercato è passata anche questa nel nostro territorio, falcidiando risparmi ed allontanando le componenti sociali che ci avevano investito e creduto.Personalmente ho un età che mi fa ricordare quali sforzi le persone abbiano compiuto negli anni seguent al dopoguerra, quando per promuovere e creare dal nulla la cooperazione locale, anche un componente della mia famiglia quale fu mio zio Solismo Sacco che in seguito dopo anni sarebbe stato Sindaco di Città della Pieve,si adoperò per creare quello che fu il Molino Popolare del Trasimeno , poi dopo più di mezzo secolo finito nelle mano dei privati poichè macchina piena di falle che lo hanno dissanguato.Ero un ragazzino ma ricordo che mio zio ci prese anche diversi pugni in faccia più volte dai contadini i quali avevano promesso la sottoscrizione a socio, quote anche non versate a causa della miseria che incombeva ,pur essendo loro stessi stati i beneficiati da quella creazione che faceva concorrenza ai potentati degli agrari locali.Ecco, tutto questo per significare che il secolo passato che abbiamo vissuto ha visto sorgere ed operare strutture che poi per l’inadeguatezza culturale ed anche politica di coloro che le dirigevano, sono finite e si sono annullate.Sarebbe assurdo che da tutto questo non dovesse scaturire una morale anche se attendersi una lezione oggi come oggi sarebbe impossibile.Una morale che facesse i conti che le operatività vengono pensate, create ,organizzate e sorgono nel momento del bisogno, nel momento che esiste e viene reso percorribile un disegno politico, ma se questo che non può essere esente dalle condizioni del mercato dove si trova ad operare,occorre giocoforza e con ancora più decisione perseguire incessantemente un disegno preciso che è quello che a nessuno debba essere permesso di ”dormire sugli allori” poichè il meccanismo che è intorno presto o tardi fagociterà ogni cosa. E così è stato,come è nel campo economico che le prerogative del mercato hanno fagocitato aziende che una volta erano floride ed in espansione,ma che poi hanno dovuto fare i conti con la stessa realtà che il sistema stesso aveva creato,concorrenza, costi crescenti, contrazione del lavoro, che hanno dovuto obbedire alla ineludibile riproposizione delle regole del profitto, per le quali i primi elementi macroeconomici a pagare siano in prima fila il lavoro e poi via via tutto il resto.Mi giunge strano, non dico fuori luogo ma quantomai realmente improponibile che il titolo di questo post sia il richiamo alla politica di prendersi carico di queste discrasie quando è stata proprio essa che le ha create, che le ha organizzzate e che nel tempo le abbia messe in opera.Dico questo perchè la fotografia della situazione,- anzi della condizione – è quella che è stata proprio la politica stessa quando non ha saputo analizzare e criticare i propri limiti, la fautrice della creazione, dello sviluppo e della dissoluzione , soprattutto tenendo presente il fatto della convivenza di certe strutture attorniate e circondate da un mondo famelico e frantumatore per il quale finiscono per entrare in contrasto diretto isole produttive a macchia di leopardo, che popolano un territorio nel quale non può essere escluso il principio del profitto che le attornia e le circonda e che alla fine riesce per strangolarle se non si attuano certi criteri gestionali mirati all’autoprotezione di scelte aziendali decise e dirette ad essere vincenti su mere logiche economiche della produzione.Detto questo diciamo anche che tutto il ” meccanismo” non vive su Marte ma che risente di condizioni economiche settoriali influenzati dall’economia più generale ed anche globale.Ecco la spiegazione in soldoni di ciò che è stata la cooperazione che finchè il mercato tirava dava i suoi frutti ma che se tali frutti non sono stati re-investiti in maniera profttevole ed altresì mirata a far funzionare quell’equazione dalla quale non si può prescendere che è quella che il motore di tutto siano gli investimenti finalizzati al risparmio e successivamente a nuovi investimenti il ciclo economico finisce per essere asfittico e scomparire.Oggi, per farla breve, non mi appare più la politica essere in grado di ribaltare tale equazione per quanto riguarda il cooperativismo locale di cui si parla, e sebbene sia umano che il fattore lavoro chieda il mantenimento del proprio spazio entro il problema,occorrerebbe che la politica che il poblema lo ha evocato lo possa risolvere in maniera permanente e non restringente come purtroppo sarà costretta a fare. Ecco perchè ho iniziato questo scritto dicendo che il problema sia cultural-politico e che il settore lavoro tenderà sempre a discostarsi dal produrre consenso politico ai partiti che una volta si battevano per il miglioramento di chi lavorava. Oggi appare quasi impossibile se non quello di ricucire toppe che di sicuro vedranno il filo della ricucitura essere disintegrato e la toppa riaprirsi più grande di prima scoprendo il buco più largo di prima. E’ un monito, ma se la sinistra chiamata a risolvere la questione non si dia una mossa per chiarire al proprio interno questi problemi, il tempo farà giustizia-come del resto per tanti altri aspetti lo stà già facendo – anche della sua esistenza.ed anche gli uomini che da quel lavoro traevano le sostanze per vivere una vita degna, finiranno per essere respinti e con loro anche i loro figli e nipoti.
LA Coop ,come tutti saprete,è solo politica !
È stata sempre protetta solo ed,esclusivamente ,perché POTENZA economica di partito!
UNA trentina di anni fa , BERLUSCONI, cercò di aprire una Upim, a Pò Bandino, dove poi fu aperta la Superal ! NON glielo permisero !!
La democrazia è anche questa !!
Scusate ,non la Superal, il Famila !
Niccolò, a Po’ Bandino 30 anni fa arrivarono pure i francesi di Intermarchet (ora la struttura è Conad), poi i tedeschi della Lidl. Ora c’è pure Eurospin, oltre al Famila… Non mi pare che la politica abbia fatto le barricate… Di recente si è aggiunto il colosso Action, che non vende alimentari, salvo qualche sciocchezza, ma è fortemente concorrenziale su tutto il resto. A Città della Pieve il “turbo liberismo” è stato preso alla lettera. Altro che protezionismo politico. Come è stato preso alla lettera da Coop che negli ultimi anni ha creato sedi elefantiache stile Dallas, aumentato i prezzi e abbassato la qualità…
Niccolò, scusami, te lo dico con cognizione di causa perchè traspare dai tuoi scritti: anche tu mi sembri come coloro che credono alla ricetta che la convivenza fra ”mercato” e ”socialità” sia possibile senza partorire alcuna discrasia e senza portare le situazioni alla rovina.E’ un principio purtroppo che si può riassumere-tagliato con l’accetta come dicono a Chiusi – che ha la maggioranza delle persone che non si crea il problema della convivenza e della continuità del tempo fra sistemi ibridi che sono stati attuati ed implementati dall’osannata convivenza fra mercato e socialità, quando ognuno di questi due elementi tende per propria natura a ricercare scopi diversi e lontani fra loro. Il tentativo storico di ravvicinare questi due elementi e farli coesistere ha finito-secondo me- di impiegare tempi biblici per la produzione della stabilità economica e sociale ma nello stesso tempo li ha consumati soprattutto culturalmente tutti e due,mettendone in evidenza la discrasia concettuale di fondo che li ha concepiti e cioè che fosse quella che la priorità spettasse alla applicazione di quelle leggi di quanto fosse regolato dal ”mercato”, in pratica detto e tagliato molto con l’accetta LA RIPROPOSIZIONE STORICA DELA VALIDITA’ DEL RIFORMISMO.
A lungo andare tale soluzione della teoria politica appare quindi non reggere nel tempo per il semplice fatto che ambedue i sistemi producono nella loro estensione delle discrasie che servono solo a prolungare l’essenza dei problemi senza risolverli e portandoli all’esaurimento ed all’incancrenimento.Quando si intraprende una attività commerciale,soprattutto a larga diffusione, questi problemi dovrebbero essere analizzati e non si dovrebbe tendere a farli convivere perchè in un modo o nell’altro la coesistenza o dell’uno o dell’altro viene meno.Ce lo dice la storia.Visto in grande un sistema statalista chiuso come era l’URSS non poteva funzionare se si fossero introdotti elementi di mercato nella sua economia perchè tutto questo avrebbe fatto emergere contrasti di ogni genere e quindi quella essendo una economia sostanzialmente statalista e dirigista sarebbe implosa passando anche attraverso altre vicissitudini politiche e difatti il sistema è crollato dall’interno quando per fronteggiare le guerre stellari di Regan si è preferito scegliere la strategia della ” produzione delle armi in luogo dei frigoriferi o di altri consumi interni ” rappresentativi”. Nell’altro caso funziona ugualmente allo stesso modo quando nel
” mercato ” si introducono elementi che non mirano direttamente al profitto ma alla riduzione dei costi di produzione tramite una organizzazione del lavoro diversa,che il ”mercato” non tollera se non ”accerchiando” e disintegrando il ”presupposto nemico”(concorrenza, levitazione dei costi ecc ecc) che poi è il ”paletto concettuale” entro il quale il sistema dovrebbe muoversi ed operare. E questa è la fondamentalità delle scelte nelle quali risiedono le ragioni della distruzione delle forze produttive. Oggi gli addetti alla forza lavoro come è stato osservato dal Post, si preparano a scendere in piazza ma mi chiedo quali siano quegli elementi che possano far superare tali difficoltà ma non riesco nè ad immaginarli e nè a trovarli,forse perchè non esistono, se non in uno slogan che si riferisce ad un preciso momento storico ormai superato che potrebbe far ridere o far accapponare la pelle nella sua riproposizione :”Tutto il potere al popolo”. Oggi come oggi tale fantasia sarebbe ancora di più inapplicabile dopo quasi un secolo di economia capitalista portata avanti anche con la forza per le ragioni del ”mercato” e che ha condotto alla guerra su scala mondiale dopo la Rivoluzione Russa.Non ho risposte Niccolò e nessuno credo che le possa avere oggi, ma credo che anche se parziali tali risposte possano venire in primis da quella forza lavoro che oggi rischia di trovarsi sulla strada sulle cui ragioni della protesta si innestano le responsabilità che la mia parziale visione addossa in primis al sistema mercato che alla fine vivendo in una realtà appunto di mercato è impossibilitato a risolvere i problemi, ma anche a quella politica che si rivolgerebbe allo Stato avendoli creati ed organizzati si rivolge ad esso chiedendo i soldi di tutti per cercare di mandare avanti quella nave che imbarca acqua e che è destinata ad andare a fondo.Purtroppo oggi caro Niccolò sono scomparsi i RIFORMATORI e sono emersi i RIFORMISTI i quali con il sorriso sarcastico sulle labbra credono di essere i risolutori dei problemi quando invece lo sanno anche loro che li rimandano e li allungano,anzi che sono fra quelli che si rifiutano di guardare la realtà GLOBALE che è foriera anche di problemi di violenza che credono di risolverla erigendo mura, anche lunghi centinaia di chilometri. E se questi non servono scatenano guerre nascondendone le vere ragioni dandone la responsabilità ai governi autocratici del mondo. Sarebbe alquanto interessante sapere qual risposte fornirebbero alla domanda su come si potesse chiamare quel sistema economico che li avesse prodotti.E allora forse si scoprirebbe – per chi avesse l’onestà intellettuale ed anche un briciolo di conoscenza della storia – che le nuvole di etere dentro le quali tutti ci troviamo e che ci accecano, siano spruzzate per logica matematica da coloro che le miserie umane le creano anzichè risolverle…e tali ”coloro”sono in mezzo a noi, anzi li abbiamo creati soprattutto noi in quell’occidente ricco ma anche povero che ha sempre funzionato a macchia di leopardo nella risoluzione di problemi storici, facendo scoppiare tutte le guerre mondiali all’interno dell’europa e che anche oggi osserviamo che si stiano creando i presupposti perchè la situazione non cambi. Ma siamo sempre noi che nella difesa strenua del nostro sistema economico, di vita ed anche morale al quale non è estranea la religione e come questa venga ammnistrata, considera
” cenciosi ”gli altri dopo aver dato un grande supporto al fatto che li abbiamo sempre noi creati, resi impotenti e privi di conoscenza perchè depredati delle risorse. Come vedi, il pauperismo mondiale alla fin fine si ritorce anche contro di noi e non potrebbe essere diverso.E allora quando mancano tutte quelle condizioni per arrivare ad una vita migliore anche per coloro che in primis soffrono più direttamente di tali discrasie e la politca ha preso la direzione di essere impotente a risolverle,resta solo la considerazione,forse ingiusta ed anche superficiale e sprezzante, e che non porta a nulla- ne sono consapevole di questo – che come disse un pensatore dell’800 :”La vita anche a seconda di dove si nasca è una questione di culo: o ce l’hai o te lo fanno ! ”. Buone feste Niccolò.
Carocarlo,mettetela come vi pare !
A Berlusconi fu proibito di aprire l’ Upim ! Dove ora c’è il Famila !
Andate a sincerarvene !!
Per Marco, tu lo dovresti sapere ! E non lo dovresti negare !
Come successe a Montalcino ,li invece fu preso a sputate perché voleva comprare un azienda agricola !!
Dovreste ricordare anche questo !
PER Bertinotti a Montepulciano,tutti a tappetino nella ristrutturazione del vecchio ospedale !!