MEMORIA: QUEI 66 CHIUSINI INTERNATI NEI LAGER NAZISTI. IN PROVINCIA DI SIENA FURONO 2.900

lunedì 24th, novembre 2025 / 13:09
MEMORIA: QUEI 66 CHIUSINI INTERNATI NEI LAGER NAZISTI. IN PROVINCIA DI SIENA FURONO 2.900
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CHIUSI – Sabato scorso, 22 novembre, in occasione della commemorazione delle vittime del bombardamento della stazione, avvenuto il 21 novembre del 1943 (8 vittime civili e decine i soldati germanici della Wermacht di scorta ad un convoglio rimasti uccisi nell’attacco alleato che tagliò in due la linea Firenze-Roma), come anticipato in altro articolo, nel giardino di Piazza Vittorio Veneto (il Prato) è stata scoperta una targa dedicata agli “internati militari e civili nei lager nazisti fra il 1943 e il 1945”. 

Un elenco di nomi che fa parte della “Triste rubrica”, due volumi che riportano appunto i nomi, alcune informazioni e in qualche caso le storie particolari dei militari italiani e dei civili della provincia di Siena che finirono nei campi di lavoro e di sterminio allestiti dal regime nazista in Germania, in Austria, in Polonia… Ce n’era uno anche a Trieste. Mentre a Fossoli vicino a Carpi e nel centro Italia (Foligno e Tavernelle di Panicale) c’erano campi di concentramento, cioè di detenzione e lavoro in cui il regime fascista teneva i prigionieri catturati in Albania, in Grecia, nei Balcani, usati anche come campi di transito prima del trasferimento degli internati in Germania.

Sulla targa commemorativa targa scoperta sabato e posta nei pressi del monumento ai caduti si leggono 66 nomi: 65 uomini e una donna, Settima Marcantonini, classe 1920, che nel ’43 durate il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma, si offrì volontariamente ai tedeschi, al posto della padrona di casa presso cui lavorava come domestica. Non solo, ma chiese il permesso di poter andare a Chiusi a salutare i familiari e invece di scappare, come temeva il comandante delle SS, tornò come promesso per essere deportata come “lavoratrice coatta”…  La vicenda di Settima Marcantonini che all’epoca dei fatti aveva 23 anni è stata raccolta a suo tempo da Stefano Bistarini, presidente onorario dell’Anpi di Chiusi e figura in un dei due citati volumi, curati da Gabriele Cortonesi e Friederike Strunz, publicati dopo quasi 20 anni di accuratissime ricerche. 

In provincia di Siena gli Internati civili e militari furono circa 2.900. Quelli di Chiusi , appunto 66. Tutti nati tra il 1910 e il 1923. Quindi persone che avevano meno di 35 anni. La maggior parte di essi erano militari italiani che dopo l’8 settembre furono presi prigionieri dai tedeschi e quindi deportati, per lo più in campi di lavoro. Essendo giovani e forti rappresentavano manodopera utile per l’industria bellica del Reich. Considerati dei traditori agli internati militari italiani i nazisti non riconoscevano i diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra. Ai soldati italiani fu offerta la possibilità di indossare la divisa tedesca o di aderire alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini in cambio della libertà. In pochissimi fecero tale scelta. Una percentuale pressoché insignificante. E quel NO a costo della vita fu anch’esso un atto di “resistenza”. Anzi, della Resistenza.

Dei 65 chiusini solo 4 non tornarono a casa: Federico Biagi e Stefano Bianchi entrambi del 1917, Gettulio Rinaldini del 1923 e Nello Sabordi (data di nascita ignota). Tornò a casa nel 1945 anche Settima Marcantonini. Sui 2.900 internati della provincia di Siena le donne solo solo 4.

Come si può leggere sulla targa, i cognomi degli internati chiusini sono quasi tutti cognomi molto diffusi a Chiusi e dintorni: Baglioni, Benicchi, Camilloni, Culicchi, Del Buono, Duchini, Feri, Minetti, Moretti, Pagliai, Picchiotti, Rinaldini, Tistarelli, Toppi, Tosoni… A Chiusi ci sono ancora i loro familiari: figli, nipoti, nuore generi..

I due volumi di Cortonesi e Strunz sono consultabili anche presso Biblioteca Comunale e – volendo – presso il Centro Giovani Culsans a Chiusi Scalo dove agisce una sezione della Biblioteca stessa.

Va ricordato, e l’autore de “La triste rubrica” Gabriele Cortonesi lo ha fatto nel suo intervento, che oltre agli internati nei lager nazisti ci furono anche i repubblichini e militari italiani catturati prima dell’8 settembre dall’Amata rossa in Russia o dagli Alleati e internati nei campi di prigionia russi, britannici, canadesi e americani in Africa, in India.

La guerra è sempre una montagna di merda e una immensa macchia di sangue per i civili, ma lo è anche per i militari, qualunque sia la parte per cui combattono. Anche perché i più non combattono per scelta, ma per obbligo. Un obbligo talvolta imposto dagli alti comandi e dalla politica anche quando non c’è o non c’è più speranza di vittoria. Ogni riferimento a quanto sta accadendo in Ucraina non è per niente causale.

m.l.

 

 

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