IL NEMICO NUMERO UNO DEL TURBOCAPITALISMO? LA BICICLETTA
Marx ed Engels, nel 1848, come incipit per il loro Manifesto del Partito Comunista, scrissero la frase “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Si riferivano al comunismo. Era quello lo spettro che avrebbe dovuto spaventare i capitalisti. Oggi che i comunisti non ci sono più e anche la Cina pur essendo ancora un regime a partito unico (comunista) è una superpotenza capitalistica, lo spettro che spaventa i turbocapitalisti del terzo millennio, gli epigoni del liberisimo sfrenato, quelli che “è il mercato, bellezza!” è un altro. E viaggia su due ruote. Si tratta del ciclista. No, non Pogacar o Vingegaard, proprio il ciclista normale, quello che usa la bici per muoversi, non solo per fare sport. La spiegazione si trova sui social, come uno dei tanti “aforismi” che circolano in rete e che spesso sono provocazioni o boutade. Anche questa in un certo senso lo è, ma il ragionamento non fa una piega e nella sua semplicità è più efficace di molti tratatti di economia.
Ma perché il ciclista sarebbe una minaccia per il capitalismo?
Perché non compra automobili, non si indebita per pagarle. Non sottoscrive polizze assicurative. Non fa rifornimento di carburante, non paga tagliandi, manutenzioni o riparazioni. Non ha bisogno di parcheggi a pagamento, non causa gravi incidenti e quindi non determina nuove riparazioni, spese sanitarie. Non invoca la costruzione di autostrade. E di posteggi. E, cosa ancor più grave, si tiene in forma, ovvero non ingrassa, sta bene di salute, tiene bassi colesterolo e glicemia e tono muscolare, quindi non consuma farmaci, non affolla ospedali né ambulatori, non richiede esami diagnostici, non alimenta il PIL con le sue patologie. Probabilmente, tenendosi in forma, vivrà anche più a lungo, per cui anche la pensione la prenderà per un tempo più lungo.
Poi se il ciclista è uno molto convinto di quello che fa, farà anche proseliti in famiglia, convincendo moglie/marito e figli a fare lo stesso, e magari anche amici e conoscenti… Una vera iattura insomma per il sistema capitalistico iperliberista e soprattutto per un sistema impostato in modo tale che le malattie (spesso create ad arte o indotte dal sistema stesso) più che la salute a far girare l’economia.
Insomma, secondo questo ragionamento andare in bici e mantenersi sani è un atto di resistenza contro il sistema. I ciclisti sono dei rivoluzionari, magari senza sapere di esserlo. E i negozi di bici degli “incubatori” di pensiero alternativo e antagonista. E’ una esagerazione e una semplificazione estrema? Probabilmente sì. Ma vale la pena pensarci un attimo.
Noi che da queste colonne da anni proponiamo “piste ciclabili urbane” e la mobilità dolce laddove possibile, ci sentiamo rinfrancati e in buona compagnia.
Non è la solita questione della decrescita felice o infelice. Di un ritorno indietro rispetto al progresso, allo sviluppo, al benessere dato dalla tecnologia, dalla velocità, dalla globalizzazione. E’ questione di buon senso, di ragionare sulle conseguenze di quello si fa. E di come si vive.
I fautori del libero mercato, quelli che i ciclisti li metterebbero sotto con la macchina quando li incontrano per strada, sosterranno, al contrario che ‘economia deve girare e l’apertura di un nuovo Mc Donald’s o di una “hamburgeria” per esempio crea svariati posti di lavoro per cuochi, cassiere e camerieri, poi il locale avrà bisogno di chi ne disegna, costruisce e allestisce l’arredo, avrà bisogno di un commercialista, di un ampio posteggio, quindi di operai che lo realizzino, ci vorrà chi si occuperà del movimento terra e dell’asfaltatura, poi servirà anche un grafico pubblicitario che realizzi una campagna promozionale e radio, tv, agenzie che la veicolino, oltre naturalmente alla filiera dei prodotti da mettere sul piatto o nei panini. E’ così – dicono – che gira l’economia e sale il Pil e tutti si sta meglio. Anzi si sta peggio, ma l’economia gira ancora di più: perchè l’uso eccessivo di carne e di grassi ti costringerà prima o poi ad andare dal dietologo, dal cardiologo, i quali ti prescriveranno ecografie, risonanze magnetiche, gastroscopie. Ingrasserai tu, ma anche i conti correnti degli studi medici, dei nutrizionisti e degli specialisti in chirurgia cardiovascolare. I quali ti diranno, nel 90% dei casoi, che la prima cosa da fare sarebbe “andare in bicicletta”. O fare delle belle passeggiate, tutti giorni. Ma a questo punto per i turbocapitalisti si apre un altro fronte: quello dei camminatori, gente ancora più pericolosa perché potrebbe non comprare più neanche la bicicletta.
m.l.











Tutto bene nel tuo ragionare sulle bici, come futuro mezzo di trasporto all’interno dei nostri centri urbani, per alcune tipologie di scampagnate, soprattutto tenendo conto che la bici sempre più sarà elettrica, con la pedalata assistita, così vengono chiamate oggi le due ruote a pedali.
Bisogna però liberare la questione trasporti dalle ideologie. Che noi siamo l’unico Paese in Europa dove l’80% delle persone e merci, si muove su gomma, è un dato di fatto. Un modo di muoverci, che ha trasformato le nostre città in autentiche camere a gas e le strade cittadine in fiumi di lamiera e i tempi di percorrenza oramai non più sostenibili.
D’altronde siamo il Paese che ha più accontentato i desiderata della FIAT in fatto di mobilità e il risultato non poteva che essere quello che tutti noi possiamo constatare. Se un giorno si farà il conto di quanto, è costato il modello FIAT agli italiani, quest’uso massiccio del trasporto su gomma, ci si accorgerà di un disastro sociale e ambientale senza precedenti.
Siamo anche l’unico Paese europeo dove negli anni sessanta, proprio per venire incontro ai “bisogni” della FIAT, abbiamo smantellato ben 7mila chilometri di ferrovie perfettamente funzionanti: la Perugia Tavernelle che doveva giungere a Chiusi ne è una testimonianza. Una furia devastatrice del mezzo di trasporto pubblico, che nessun Paese europeo ha conosciuto, anzi in tutta Europa nel secondo dopoguerra è stato il trasporto pubblico e quindi anche le ferrovie a prevalere. Oggi le metropoli dell’Europa settentrionale sono tra le città più vivibili del pianeta.
Detto tutto ciò, io ritengo che sia giunto il momento di aprire un grande dibattito di massa su un tema come quello del trasporto senza restare prigionieri di ideologie. L’automobile non va demonizzata, ma bisognerà farne un uso molto più parsimonioso. Esempi di mobilità alternativa e più sostenibile oramai ve ne sono in tutti i centri urbani: Perugia quando vi erano gruppi dirigenti degni di questa definizione, fu tra le prime città europee ad inaugurare all’interno delle mura cittadine, modi diversi di spostarsi. Mobilità che va certamente incrementata, aggiornata visto anche lo sviluppo delle tecnologie in questo campo.
Così come il trasporto aereo. Su questo l’Europa si sta già muovendo, puntando ad una sostituzione dei voli nel vecchio continente, sotto le tre ore, con il treno. Un mezzo di trasporto di gran lunga meno inquinante di qualsiasi altro, ma soprattutto in grado di azzerare i tempi morti che inevitabilmente caratterizzano i voli aerei e soprattutto come diceva l’On. Maschiella che tanto si batté per la Perugia Chiusi: “Il treno ti porta da centro a centro”. E constatato che i treni correranno sempre più veloci e silenziosi, un particolare questo che sempre più farà la differenza nel confronto con tutti gli altri mezzi di trasporto.