TAVERNELLE: LA DEMOLIZIONE DELLA EX TRAFOMEC, COLPO DI SPUGNA SUL PASSATO INDUSTRIALE DELLA VALNESTORE. MA LA PERUGIA-CHIUSI PUO’ FAR RIPARTIRE LE SPERANZE

TAVERNELLE: LA DEMOLIZIONE DELLA EX TRAFOMEC, COLPO DI SPUGNA SUL PASSATO INDUSTRIALE DELLA VALNESTORE. MA LA PERUGIA-CHIUSI PUO’ FAR RIPARTIRE LE SPERANZE
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TAVERNELLE – C’era una volta la Trafomec. Impossibile non girarsi a guardare il grande cumulo di materiali ferrosi e il tanto cemento ridotto a  ciottolame che fino a non molti anni fa, era lo stabilimento di na delle aziende più imortanti, più innovative e tecnologiche della Valnestore. E non solo. Al suo posto sorgerà un nuovo stabilimento che fungerà da magazzino per bottiglie, prodotte dalla VCP. Sì, un pezzo importante della storia industriale ed economica della Val Nestore, si chiude definitivamente. La Trafomec non solo ha chiuso i battenti, da tempo. Ma adesso è stata anche “demolita” per far posto ad un deposito.
Una azienda, la Trafomec, nata nel 1980, grazie anche all’attivismo della politica e delle Istituzioni locali, che si erano date un progetto di sviluppo, a cui l’imprenditore Bertini e soci, dettero subito credito. In quel progetto di sviluppo il collegamento Perugia-Chiusi, figurava in primo piano.
Una unità produttiva, che per la sua levatura tecnologica rappresentò senza dubbio una svolta per il distretto industriale che stava affermandosi in Val Nestore in quegli anni. Una azienda che fece sognare, generò ottimismo, contribuì in modo assai determinante alla prosperità economica occupazionale dell’intero territorio che da Perugia scivola giù fino a Po’ Bandino – Chiusi.   Dalla Trafomec poi, pochi anni dopo il suo inizio di produzione, nasceranno altre cinque aziende ad essa collegate. Oggi ne sono rimaste tre tutte in piena attività.
Da ultimo , quando oramai la Trafomec era ricoperta di macerie finanziarie e non godeva più della fiducia di nessun Istituto di credito,  nasce dai pochi operai rimasti la Trafocoop. Una voglia di riscatto da parte delle maestranze tradite dai tanti pescicani, con altre parole non si possono definire, che nel corso degli anni di profonda crisi, l’avevano spolpata, mandandola in malora. La Trafocoop oggi sta lavorando attraverso le commesse, ma proprio perché quegli ex operai oggi soci, si stanno dimostrando una società affidabile, competente, ne ricevono molte e tutte di alta qualità.
Ci si rimane male, assai confusi, ed una venatura di amarezza assale l’animo. Dentro quel grande stabilimento ci hanno lavorato per un quarantennio, ingegneri, ricercatori, progettisti. Sì la Trafomec produceva trasformatori nati da propri brevetti e per questo aveva un vero e proprio centro studi. E poi tanti impiegati e oltre duecento operai ad alta specializzazione.
La Val Nestore nonostante la botta presa sul finire degli anni sessanta: lo smantellamento della linea ferroviaria Perugia -Taverenelle (che avrebbe dovuto proseguoire per Chiusi) era riuscita in qualche modo, nonostante che dai Piani alti della politica e delle Istituzioni non fosse arrivato mai nessun contributo, a uscire dallo stato di arretratezza che la caratterizzava da sempre. Questo è quello che pensano la stragrande maggioranza dei cittadini in Val Nesrore.
Nel 1964 nasce la Coop. Vetreria Piegarese, primo complesso industriale che impersonò la voglia di riscatto di una intera collettività, ancora fortemente caratterizzata dalla mezzadria che rasentava ancora lo schiavismo. Poi con l’avvento del Centrosinistra, nascerà di lì a poco, l’Enel. Le turbine e i tanti vari macchinari per la produzione di energia, vennero tutti trasportati con il treno. E anche la lignite per alimentare la centrale di Pietrafitta arrivava con il treno. Quella estratta nel territorio non era sufficiente.
Poco dopola centrale e vetreria, arrivò anche la Cisa, la fabbrica delle chiavi e delle serrature.  Siamo intorno agli anni settanta. L’idea fu di un ingegnoso operaio perugino, tale Galletti:  fu lui a inventare e brevettare i chiudi porta che oggi tutti noi usiamo. Non aveva i capitali sufficienti per aprire un’azienda, quindi creò una società al 50% con l’ imprenditore di Faenza Errani.  Un grande stabilimento che diede occupazione altamente qualificata e ben retribuita, a centinaia di giovani per lo più provenienti dall’ITIS di Tavernelle. Alla fine l’azienda finirà nelle mani di una multinazionale americana la Ingerson Rend: che seguendo l’onda del liberismo imperante in quegli anni, la smantellerà per trasferirla in un altro Paese, precisamente la Turchia, lì gli operai costano molto meno e poi se dovessero protestare, ci pensa Erdogan a riportarli al segno. Quindi Centrale Enel, Vetreria, Trafomec, Cisa… Aziende che hanno dato lavoro, stipendi e salari (da aristocrazia operaia) a centinaia e centinaia di persone. Uomini e donne. I giovani smisero di emigrare. Anche perché di grandi aziende in valnestore ne arrivaron altre: le Officine metal meccaniche  Ciucci, la Coifer, che lavoravano per la entrale Eenel, ma non solo. Centinaia anche in questi stabilimenti gli operai e i laureati assunti. Tutto intorno fioriva il cosiddetto “indotto” fatto di decine di imprese artigiane,  esercizi commerciali, imprese di trasporto.
Servivano case per i lavoratori e anche l’edilizia spiccò il volo. Uno sviluppo impetuoso che non poteva non essere notato dagli Istituti di credito, che infatti arrivarono con i loro sportelli.  Ben sei banche aprirono le loro filiali  (oggi ne sono rimaste tre), a testimonianza che l’economia stava girando per il verso giusto.
Oggi di quel tessuto industriale (sì, parliamo di imprtese industriali, non artigianali) rimane ben poco, anche se per la qualità professionale e tecnologica delle poche aziende rimaste, viene da dire che la speranza di una rinascita non è proprio impossibile. Per i giovani soprattutto se laureati, attualmente non ci sono speranze di nessun genere, ed infatti l’emigrazione ricordo di tempi lontani, è già ripresa.
Certo c’è tutta la questione infrastrutture, una partita che lentamente si è riaperta. In Consiglio Regionale è passata da un paio di mesi la mozione della maggioranza di centro sinistra che definisce “la Perugia-Chiusi opera strategica”. Su questo progetto che per ora è solo un intento, c’è da lavorare. L’averla votata in Consiglio, ma poi non fare altro affinché questo progetto si concretizzi, sarebbe davvero un riprendere in giro tutto un territorio che al momento è definito “Area di Centro marginale”.
Le popolazioni di questo angolo di terra umbra sono piuttosto sfiduciate, come non sottolineare il fatto che il progetto per la realizzazione della variante di Tavernelle alla SR 220 Pievaiola (appena otto chilometri) ci sono voluti ben 28 anni di lotte e manifestazioni prima che fosse realizzato. Per la ristrutturazione dell’intera Pievaiola di anni ne sono passati trentacinque e ancora non è finita.  Con questa tempistica, per realizzare l’altro tratto di strada appena 12 chilometri che da Tavernelle dovrebbe condurre a Chiusi e ai due caselli autostradali di Chiusi e di Fabro, quanto ci vorrà?
Forse i nostri pronipoti potranno percorrerla E’ territori che vengono serviti dalle infrastrutture, inevitabilmente sono soggetti ad uno sviluppo urbanistico e produttivo, un fenomeno questo conosciuto fin dai tempi dei Sumeri.
Il fatto è proprio questo nel caso della Val Nestore: il suo trasformarsi in corridoio che unisce Perugia e l’hinterland sul lato sud ovest l nodo stradale e ferroviario di Chiusi, inevitabilmente farebbe fare un balzo in avanti a tutta l’economia e alla società locale, perché tornerebbe ad essere appetibile per gli investimenti produttivi. La renderebbe protagonista, tanto da farla sedere a quel Tavolo Regionale per la programmazione e lo sviluppo, a cui fino ad oggi non si è mai potuta accomodare. Perché? Gli interessi delle aeree più sviluppate, i loro campanilismi, non vogliono aggiungere quel “Posto a tavola”.
Insomma non ci vuole di essere laureati ad Harvard per capire che unire Perugia a Chiusi (35 chilometri), tramite gomma e magari anche per ferrovia (ripristinando la linea Ellera-Tavernelle-stazione di Panicale o realizzando una bretella tra Borghetto di Tuoro e Castiglione del Lago) non rappresenterebbe certo un malanno per l’Umbria e per il suo Capoluogo. Anzi. Vale la pena ricordare che la frazione perugina di Fontignano (dove peraltro giacciono le spoglie del “divin pittore” Pietro Vannucci, detto Il Perugino, ma pievese di nascita) dista dalla stazione di Chiusi 25 km scarsi. E che già oggi con una Pievaiola adeguata solo a tratti e una Sp 309 “Moianese” che è una strozzatura con 10 km di tornanti per andare dalla stazione di Chiusi all’ospedale ex Silvestrini o allo Stadio Curi-PalaBarton dove c’è il posteggio scambiatore per il minimetrò, si impiegano al massimo 40 minuti, tenendo conto dei limiti di velocità, dei semafori e del traffico, è evidente che un miglioramento di tale collegamento sarebbe una rivoluzione non solo per la zona di Chiusi-Città della Pieve, ma anche per tutta la Valnestore e per Perugia e la sua periferia, compresa l’area commerciale di Ellera-Corciano. Senza nulla togliere, peraltro ad altri territori.
Renato Casaioli
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