CASO ACEA: IL DEPURATORE ESISTENTE E LE INDUSTRIE INSALUBRI…

giovedì 21st, novembre 2019 / 15:07
CASO ACEA: IL DEPURATORE ESISTENTE E LE INDUSTRIE INSALUBRI…
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CHIUSI – Il dibattito sul progetto Acea si scalda ogni giorno di più, oggi sabato 23 ci sarà la seconda  (in effetti la prima vera) seduta dell’Inchiesta Pubblica regionale. Il Comitato che si batte per il NO intanto pensa ad una grande manifestazione di piazza. La Lega che è per gli inceneritori, ma a Chiusi è salita sul carro anti Acea, convoca una conferenza stampa ma sbaglia il nome del luogo (denotando quantomeno approssimazione).

Ma nel dibattito e anche in tutta la questione c’è una sorta di convitato di pietra. Si tratta del depuratore esistente nell’area ex Centro Carni gestito da Bioecologia e rilevato anch’esso da Acea Ambiente. E’ un impianto grande, più grande di quello per il trattamento fanghi che Acea vuole realizzare. E’ autorizzato per 99 mila tonnellate/anno di reflui fognari urbani, reflui industriali e percolato di discarica. I reflui fognari urbani trattati provengono da Chiusi Scalo (zona Porto e Biffe), il resto arriva tutto con autocisterne. Dicevamo convitato di pietra, perché il depuratore ex Bioecologia non è oggetto dell’Inchiesta Pubblica. Ma è lì, esiste, dentro lo stesso perimetro dei terreni acquistati da Acea. E come tutti i depuratori produce fanghi di risulta. I quali fanghi però, potrebbero essere immessi e trattati nel nuovo impianto Acea sono in parte. Cioè solo per la parte di matrice biologica (i reflui fognari). Quella derivante dalla depurazione di percolato e liquami industriali no. Sarebbe singolare per Chiusi trovarsi in casa un grande impianto per trattamento fanghi, che però non potrebbe trattare i fanghi prodotti dal suo depuratore. Oggi quei fanghi finiscono in discarica. 

Il Comune una soluzione l’ha indicata nelle prescrizioni fornite ad Acea Ambiente: demolizione e ricostruzione del depuratore con tecnologie più moderne e avanzate e eliminazione dei materiali di matrice non biologica (industriale e percolato). “Se i due impianti saranno in qualche modo complementari bene, altrimenti due impianti diversi e incompatibili non verranno autorizzati” dice l’Amministrazione.

Il depuratore ex Bioecologia è come tutti i depuratori “industria insalubre”.

E questo delle industrie insalubri che a Chiusi sono già in buon numero è uno degli argomenti che rimbalza di più nei commenti sui social. “Ne abbiamo già troppe, perché mettersene in casa un’altra?”In effetti questo è un argomento serio, da tenere assolutamente in conto, nella valutazione.

Ma anche sulla definizione di Industrie insalubri, di prima e seconda classe, si fanno spesso equazioni troppo semplicistiche. E nel calcolo, andrebbero messe oltre quelle situate nel territorio di Chiusi, anche quelle situate al confine o in altri comuni, ma poco distanti w tutte quelle che sono insalubri anche se non sembra.

Intanto va chiarito quali sono le industrie insalubri. La norma   dice che “le manifatture o le fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che sono pericolose per la salute degli abitanti sono suddivise in due classi. La prima classe comprende quelle che devono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni; la seconda quelle che richiedono speciali cautele per l’incolumità del vicinato.
NB. Una industria o manifattura inscritta nella prima classe viene autorizzata nell’abitato, se l’industriale responsabile prova che, per l’introduzione di nuovi metodi o speciali cautele, il suo esercizio non reca danno alla salute del vicinato.
Chiunque intende attivare una fabbrica o una manifattura con queste caratteristiche deve, entro i quindici giorni precedenti, avvisare per iscritto il Comune. L’Amministrazione Comunale ha la facoltà, nell’interesse della salute pubblica, di vietarne l’attivazione o di subordinarla a determinate cautele. 
Le industrie insalubri possono essere di 1^ e/o 2^ classe a seconda delle sostanze chimiche, dei prodotti, dei materiali e della soglia quantitativa riferita alle varie fasi interessate dall’attività industriale. Per le attività classificate come 1^ classe è necessario ottenere l’autorizzazione alla permanenza
nell’abitato, che viene rilasciata qualora il titolare dimostri che sono state introdotte le migliori tecnologie per non recare danno alla salute e molestia al vicinato”.

L’elenco delle attività insalubri contenuto nel DM 05.09 1994, dice che sono “insalubri di prima classe:

1. Allevamento di animali
2. Stalla sosta per il bestiame
3. Mercati di bestiame
4. Allevamento di larve ed altre esche per la pesca
5. Autocisterne, fusti ed altri contenitori; lavaggio della capacità interna; rigenerazione
6. Carpenterie, carrozzerie, martellerie
7. Centrali termoelettriche
8. Concerie
9. Deposito e demolizione di autoveicoli ed altre apparecchiature elettromeccaniche e loro parti fuori uso (e recupero materiali)
10. Distillerie
11. Filande
12. Galvanotecnica, galvanoplastica, galvanostesia
13. Impianti e laboratori nucleari: impianti nucleari di potenza e di ricerca; impianti per il trattamento dei combustibili nucleari; impianti per la preparazione, fabbricazione di materie fissili e combustibili nucleari; laboratori ad alto livello di attività
14. Inceneritori
15. Industrie chimiche: produzioni anche per via petrolchimica non considerate nelle altre voci
16. Liofilizzazione di sostanze alimentari, animali e vegetali
17. Macelli, inclusa la scuoiatura e la spennatura 
18. Motori a scoppio: prova dei motori
19. Petrolio: raffinerie
20. Salumifici con macellazione
21. Scuderie, maneggi
22. Smerigliatura, sabbiatura
23. Stazioni di disinfestazione
24. Tipografie con rotative
25. Verniciatura a fuoco e con vernici a solvente organico
26. Verniciatura elettrostatica con vernice a polvere
27. Zincatura per immersione in bagno fuso
Quelle di Seconda Classe sono:
1. Calderai
2. Candeggio
3. Cantine industriali
4. Decaffeinizzazione
5. Falegnamerie
6. Fonderie di seconda fusione
7. Friggitorie
8. Impianti e laboratori nucleari: laboratori a medio e basso livello di attività
9. Lavanderie a secco
10. Macinazione, altre lavorazioni della industria molitoria dei cereali 1
1. Officine per la lavorazione dei metalli: lavorazioni non considerate in altre voci
12. Salumifici senza macellazione
13. Stazioni di disinfezione
14. Stazioni di servizio per automezzi e motocicli
15. Tinture di fibre con prodotti che non ricadono in altre voci
16. Tipografie senza rotative
17. Vetrerie artistiche
Come si vede, sono poche le attività industriali o anche artigianali presenti a Chiusi e dintorni che non rientrino in questi due elenchi.
Quindi dire che a Chiusi di industrie insalubri ce ne sono già 3 nel raggio di 1.000 metri è forse inesatto. Ce ne sono molte di più. Ma ci sono sempre state. Perché lo sono anche le carrozzerie, le officine meccaniche, le lavanderie, le carpenterie, le falegnamerie, le cantine industriali, le friggitorie, le tipografie, i distributori di benzina,  ecc. E a maggior ragione lo sono industrie o attività che usano sostanze chimiche, e pure le autodemolizioni, le stalle e gli allevamenti di animali, le centrali a biomasse…
A Chiusi quando si parla di industrie insalubri si pensa alle maggiori: la Lodovichi Spa che produce traversine ferroviarie; la Metalzinco che è una zincheria e il citato Depuratore di Bioecologia, ma lo è anche il deposito di rifiuti situato ai 4 poderi, lo è la mega stalla del sindaco di Venezia Brugnaro, in località Passo alla Querce (in parte ricadente in terra castiglionese). Per parlare di impianti rilevanti.
E lo sono la scuderia che si trova nei pressi di Ponticelli, la Stamperia Umbra, la Kelly Color di Po’ Bandino, la Stamperia è una tintoria di tessuti, la Kelly Color una fabbrica che produce vernici e sistemi di verniciatura, tutte insistono come bacino di emissioni sull’area del fondovalle.
Alcune di queste aziende in passato sono state al centro di polemiche, proteste e azioni giudiziarie. In alcuni casi (vedi Lodovichi) fu accertato l’uso di sostanze cancerogene nel processo produttivo anche da sentenze di tribunale (1989 e 1994, con la stampa accusata di diffamazione e assolta). Sulla Metalzinco uscì pure un libro a firma di Romano Romanini (1991).  In altri casi sempre la stampa e questo giornale in particolare ha messo in evidenza la delicatezza del contesto ambientale in cui cade l’insediamento (la megastalla Brugnaro ad esempio che si trova tra due laghi).
Ma, come dicevamo, le “industrie insalubri di prima e di seconda classe” sono decine. Alcune piccole, altre mediopiccole, altre ancora decisamente più consistenti.
Come la stalla Brugnaro lo è ad esempio anche la stalla Montani, in territorio pievese, anche quella con “ricadute” liquide e odorigene sulla zona di Fondovalle.
Se sono insalubri vuol dire che producono emissioni o utilizzano sostanze nocive o pericolose. La legge dice che alcune devono essere insediate fuori e lontano dai centri abitati. A parte le stalle e qualche cantina industriale, pochissime altre si trovano però in aperta campagna.
Molte sono ubicate nelle zone industriali, artigianali e produttive (come la Metalzinco o il depuratore Bioecologia), altre erano in aperta campagna o quasi quando nacquero, poi via via sono state circondate e quasi inglobate dall’abitato. E’ il caso della Lodovichi, della Stamperia Umbra e della Kelly Color.
Il discusso “progetto Acea”  sorgerebbe nell’area ex Centro Carni, che era industria insalubre di prima classe anch’esso e adesso non esiste più ed è stato parzialmente demolito. L’area in questione non è solo industriale, ma anche commerciale e direzionale, è piuttosto ampia, circa 12 ettari e si trova tra la zona Paip delle Biffe di Chiusi e l’area in cui sorgono la Metalzinco e altri capannoni commerciali.  E tra due strade, la SP 321 per Cetona e la SP 308 detta Fondovalle che porta a Ponticelli e Fabro (casello A1). Al di là della SP 321 c’è il nuovo palasport, non ancora inaugurato; al di là della Fondovalle c’è l’area produttiva Cardete, in territorio di Città della Pieve con altri capannoni e e qualche attività insalubre.
Abitazioni ce ne sono poche, le prime sono quelle del quartiere Biffe a meno di 1 km e qualcuna lungo la 321. Ma Chiusi Scalo si trova al centro del “canale” che un tempo era il letto del Clanis e ora è una vallata che va dal Lago di Chiusi fino a Fabro. E da questo punto di vista è fra tre fuochi. Le maggiori aziende insalubri sono ubicate a nord, a sud e a est dell’abitato. Sia che tiri la tramontana, che lo scirocco o il vento dell’est, l’abitato qualche “fumata” o “maleodoranza” la becca. Da decenni.
Dopo la scoperta dell’inquinamento da nichel della falda, avvenuta proprio in seguito ad alcuni controlli al depuratore da parte di Arpat e alla denuncia spiccata dal Comune di Chiusi nei confronti dell’agenzia governativa Agea (Ministero delle Risorse Agricole) e di una ditta privata per uno sversamento di tonnellate di “sostanze animali di risulta da macellazione” stoccate  in un capannone, sversamento ritenuto la causa di quell’inquinamento, nel gennaio 2015 questo giornale organizzò insieme ad altri, una iniziativa pubblica su inquinamento e tumori proprio nella zona delle Biffe
Secondo alcuni dati e molte testimonianze i casi di tumore e di malattie rare apparivano superiori alla media e piuttosto concentrati in una zona ristretta. Nell’occasione vennero fuori anche altre ipotesi, come il possibile interramento di rifiuti tossici durante i lavori di realizzazione della Direttissima, la presenza di un elettrodotto con cavi abbastanza vicini alle case, oltre alle esalazioni del depuratore e delle altre industrie insalubri, inquinamento dei corsi d’acqua superficiali con ripercussioni su orti e coltivazioni.
Se ne parlò su questo giornale e in molti colloqui personali fatti a scopo di “indagine” sul campo. Emersero dubbi e paure, ma pochi si esposero. L’assemblea vide la partecipazione di una cinquantina di persone e dell’Amministrazione comunale che era sotto tiro per una certa titubanza nell’affrontare il caso nichel, ma non si sottrasse.  Alcuni che avevano avuto morti o casi di malattia in famiglia mandarono messaggi, ma preferirono non partecipare. Parliamo di meno di 5 anni fa, non di preistoria.
Oggi moltissime persone sembrano fortemente impaurite dal progetto Acea. Molto di più di quanto non siano mai state impaurite fin’ora dalla presenza di altre industrie insalubri o da casi conclamati di inquinamento.  Nessuna delle amministrazioni locali dei dintorni ha mai preso cappello o espresso una posizione ufficiale sui casi che finivano nelle cronache. Stavolta sì. Questo è un fatto nuovo. Se si esclude la piazzata di Scaramelli e degli amministratori chiusini contro il Comune di Castiglione del lago quando si discuteva di un impianto a biomasse tra Villastrada e Le Coste.
La mobilitazione oggi è decisamente superiore. Una delle ragioni è senza dubbio il maggiore uso e la maggiore dimestichezza con i social. Il tam tam oggi è molto più semplice e più efficace, rispetto a qualche anno fa. Ma sembra essere maggiore soprattutto la preoccupazione.
Ovvio e normale che certi impianti possano fare paura. Soprattutto se non si capisce bene cosa siano e come funzionino, perché non esistono riscontri certi.
Ma la preoccupazione e la paura viscerale nei confronti di un “fantasma” che ancora non esiste (e non è detto che esisterà), per quanto possa essere comprensibile,  stride con l’indifferenza verso il “mostro vero”,  cioè verso tutto quello che già esiste ed è sotto gli occhi di tutti.
Le aziende citate sono ovviamente tutte “a norma”, altrimenti non potrebbero operare. Tutte hanno sistemi di sicurezza e di abbattimento delle emissioni sia in aria che in terra o acqua. E per questo possono stare dove stanno. Ed esistono anche impianti privati o pubblici di depurazione e filtraggio (a Po’ Bandino per esempio). Ciò però non vuol dire che tali attività siano innocue. Sono solo nei limiti previsti e consentiti.
Il “carbonizzatore” Acea, secondo il proponente,  non sarebbe esattamente o solo un’industria insalubre in più, rientrerebbe sì nel novero della attività insalubri, per legge, ma sarebbe un impianto che negli intenti dichiarati dovrebbe servire a risolvere, in modo ecologico e “circolare”, un problema pubblico, cioè quello dello smaltimento dei fanghi dei depuratori, che sono un fattore di gestione ecologica del territorio.
Per questo crediamo sarebbe bene valutare con attenzione e discernimento i pro e i contro, nell’inchiesta pubblica, ma anche nelle discussioni e nei commenti. Senza fare sconti a nessuno, senza prendere per oro colato ciò che viene prospettato, ma senza isterismi.
I lenzuoli “NO Carbonizzatore” sono i primi lenzuoli che compaiono a Chiusi e dintorni. Mai visto uno, in più di 30 anni, sulla Lodovichi o sul depuratore o sulla Stamperia, neanche nei momenti in cui la puzza è stata veramente forte e il dibattito acceso…  Nel quartiere Mar Nero di Chiusi Scalo, anni fa, i cittadini con una petizione, posero il problema dei Tir in entrata e uscita dalla Lodovichi. Il Comune di recente si è fatto pagare da quell’azienda parte del rifacimento di via Manzoni. Ma niente lenzuolate.
Dire, adesso che “Chiusi è già piena di industrie insalubri e per questo non è il caso di insediarne un’altra” è un argomento che ha una sua validità e che dovrà (dovrebbe quantomeno) essere tenuto presente da chi dovrà alla fine decidere per il sì o per il no. Perché è la somma che fa il totale., come diceva Totò.
Ma le somme vanno fatte con criterio, con dati precisi, con comparazioni e valutazioni oggettive e non emozionali.
Nel porre giustamente e doverosamente all’attenzione questo argomento a sostegno del NO all’impianto Acea o a giustificazione della paura di ciò che potrebbe rappresentare, bisognerebbe sempre premettere e precisare che si ha paura o quantomeno percezione anche del resto, di tutto il resto. Se no quella paura perde di consistenza e sembra solo la classica paura dei fantasmi.
m.l.
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