SI FA PRESTO A DIRE JE SUIS

martedì 13th, gennaio 2015 / 16:33
SI FA PRESTO A DIRE JE SUIS
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Leggo su Vice la dichiarazione di una donna musulmana che spiega perché, a fronte di una richiesta collettiva, non ritiene giusto che i musulmani tutti debbano chiedere scusa per l’attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo.La sua è un’opinione, l’espressione garbata di un pensiero molto sentito. In basso, nella sezione commenti (ora non più visibili) qualcuno scrive che l’autrice del pezzo è ottusa, qualcun altro elenca con sicumera i passi del Corano per cui i musulmani invece dovrebbero proprio chiedere scusa. E via così, più o meno sulla stessa scia, poco accogliente e assai irrispettosa nei confronti dell’anonima autrice.

Chissà se quegli agguerriti commentatori hanno messo Je suis Charlie nel loro profilo facebook, o su twitter o Instagram . Si fa presto a dire Je suis . Siamo bravi noi a difendere la libertà di espressione dall’alto dei social o negli spazi per i commenti delle testate giornalistiche. Mettiamo un Je suis ed ecco che siamo paladini del diritto di parola.

Certo, il principio vacilla un po’ quando ci troviamo di fronte ad un’opinione che non collima con la nostra. Del resto, una cosa è parlare di libertà di espressione, altra è praticarla. Ma noi non conosciamo paura. Noi che abbiamo trasformato l’interattività d Internet da grande opportunità di dialogo e scambio a teatro di insulti, accuse, sentenze e sputi impuniti su tutto e su tutti ,“altro da noi”.

Noi che abbiamo normalizzato la violenza verbale e la volgarità, e le abbiamo passate per legittime ai nostri figli di cui siamo orgogliosamente amici su facebook. Noi che non temiamo il confronto diretto perché nel mondo virtuale, vivaddio, non c’è; che possiamo sputare e poi sparire; che in virtù del virtuale, siamo ma non siamo, e ci possiamo permettere la qualunque.

Noi che non leggiamo un cavolo e commentiamo ad altrettanto cavolo perché l’importante non è capire né ampliare i famosi orizzonti. No. L’importante è esprimere e difendere la nostra di opinione. L’unica giusta. Noi che, molto probabilmente, prima dell’efferato eccidio di Parigi, non sapevamo neanche dell’esistenza di Charlie Hebdo e magari, come già notato dal direttore di prima pagina, Marco Lorenzoni, quelle vignette satiriche con cui abbiamo inondato la Rete le troviamo anche un po’ eccessive.

Noi che classifichiamo la morte violenta in morte di serie A e serie B, dove di serie B sono i quasi 2000 nigeriani massacrati in questi giorni. Quelli di cui nessuno ha scritto nulla, nessuno ha detto Je suis . Perché che c’entra, mica è una causa da difendere quella, mica è in pericolo una libertà, è solo il diritto alla vita ma per quello c’è Amnesty. Noi che c’entriamo.

Si fa presto a dire Je suis.  È anche un po’ trendy. E per qualche giorno, mentre sputiamo a raffica su chi azzarda una voce fuori dal coro, su chi solleva dubbi sulla sincerità della posizione presa, su chi, da musulmano, esprime un ragionato sentimento, ci sentiamo tutti compatti, paladini uniti nella lotta. Ci sentiamo dalla parte dei giusti. Gli altri, tutti gli altri, per il fatto stesso di essere tali, sono brutti e cattivi e peste li colga. In nome, ovviamente, della libertà di espressione.

Chissà quanto lunga sarà la vita di Je suis. E chissà quanti Je suis porteranno avanti la lotta per la libertà di pensiero, mettendola in pratica ogni giorno nel confronto con il vasto e variegato mondo esterno. Chissà. La Rete dimentica presto.

Elda Cannarsa

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