CREATIVI SI NASCE O SI DIVENTA?

mercoledì 05th, novembre 2014 / 15:36
CREATIVI SI NASCE O SI DIVENTA?
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Per sopravvivere in un mondo che è in continuo mutamento, è necessario essere creativi. Le Università iniziano a riconoscere il valore della creatività, parallelamente alla crescente richiesta da parte del mercato del lavoro”.
Lo afferma Gerard J.Puccio, presidente dell’International Centre for Studies in Creativity del Buffalo State College, New York, dove l’introduzione del corso di studi in creatività risale al lontano 1967.
Lungimirante? Pare proprio di sì. Una relazione del 2013 citata dal Mit Tecnhonology Review (rivista specializzata in tecnologia) rivela che nel giro di vent’anni il 45 per cento dei lavori di oggi saranno spazzati via dai computer.
A salvarsi dall’automazione saranno i lavori artigianali, manuali e creativi, quelli cioè che non possono essere sostituiti da un’intelligenza artificiale.
Secondo l’accademico statunitense Erik Brynjolfsson, co-autore, insieme ad Andrew McAfee, del libro The Second Machine Age (La seconda era delle macchine), “chi vuole difendersi dai robot deve puntare su lavori nei quali l’essere umano ha ancora un grosso vantaggio sulle macchine: quelli che richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione”.
Ma quali sono questi lavori creativi? In Italia, le classificazioni attuali sono ancora un po’ vaghe.
Si parla di industria creativa (architettura, comunicazione, design), industria culturale (film,video, musica, editoria, stampa), area artistica (conservazione e produzione di arte), settore pubblicità e promozione.
Intanto, mentre qui cerchiamo di capire chi sono questi benedetti creativi, negli Stati Uniti è già in atto il riconoscimento della creatività come disciplina universitaria. Del resto, è il mercato del lavoro che lo chiede. Suona un po’a paradigma, di Montiana memoria se si sostituisce la parola mercato con Europa però, effettivamente, nei vari profili Linkedin e in molti Curriculum professionali, alla voce competenze, la parola creatività inizia ad apparire con regolare frequenza.
Legittimo chiedersi a questo punto se la creatività sia “insegnabile” o meno. Dipende. Se per creatività intendiamo fantasia, immaginazione e ispirazione, la risposta ovviamente è no. Se si intende l’arte di arrangiarsi, inventandosi professioni e competenze dalla sera alla mattina o magari la meglio fregatura del secolo, la risposta è sempre no.
Se, invece, parliamo di creatività nel senso di sviluppo delle sue potenzialità ai fini di un’ applicazione nel mondo del lavoro e della vita quotidiana, allora la risposta potrebbe essere sì, oppure ni, a seconda di come la si voglia vedere.
In pratica, l’insegnamento della creatività verte sullo sviluppo di capacità in termini di metodologia e tecnica.
L’abilità di individuare un problema e, di conseguenza, la soluzione più efficace è uno degli obiettivi che i corsi accademici si prefiggono di conseguire. Tecnicamente parlando, si tratta di sviluppare il pensiero divergente (generare una molteplicità di idee) e il pensiero convergente (capire quale funziona). Si impara pertanto ad analizzare una situazione sotto diversi punti di vista mettendo da parte le sovrastrutture costruite (più o meno inconsapevolmente) all’interno di un sistema sociale e culturale. Pensare fuori dagli schemi, insomma.
Il punto cruciale è fare in modo che la creatività arrivi senza bisogno di aspettare la musa ispiratrice. Chiedete a uno scrittore in piena sindrome da pagina bianca e saprà esattamente di cosa state parlando. In fondo, la creatività altro non è che l’abilità di generare idee.
Se le idee sono il business del futuro però, in Italia stiamo messi maluccio.
Guido Guerzani, del Sole 24 ore scrive: “è opinione diffusa che la produzione d’idee non richieda grandi sforzi, essendo il frutto di generazioni pressoché spon-tanee,talora fonte di piacere, come accade quando si parla di creazione”.
In altre parole, dalle nostre amene parti, la fase progettuale non gode di alcuna considerazione, nonostante il prodotto finale (in qualunque settore) sia proprio il risultato dell’applicazione di un progetto.
E quando il progetto manca… si vede.

Elda Cannarsa

Da primapagina del 4 novembre 2014

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