ITALIANO LINGUA DELL’ARTE E INGLESE LINGUA DEL MONDO. SI PUO’ TROVARE UNA SINTESI?

domenica 21st, settembre 2014 / 15:44
ITALIANO LINGUA DELL’ARTE E INGLESE LINGUA DEL MONDO. SI PUO’ TROVARE UNA SINTESI?
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Verso la fine dell’intervista pubblicata da primapagina, alla domanda “Come si trova a Chiusi?” lo scrittore siriano Malek Wannous, ha detto, senza alcuna presunzione (lo so perché c’ero) che dal punto di vista linguistico ha difficoltà di comunicazione. Pochi(ssimi) parlano inglese e anche le operazioni più semplici, come fare la spesa, possono rivelarsi complicate. Un’osservazione tutto sommato oggettiva per il semplice fatto che riflette una realtà in cui chiunque sia stato all’estero, in vacanza o per lavoro, può identificarsi. Un’osservazione, ho pensato io, che avrebbe dovuto, o potuto, far riflettere, oltre il caso specifico, sull’importanza e i vantaggi che una comunità può trarre dalla conoscenza della lingua del mondo.

Invece no. Anzi, qualcuno si è addirittura offeso, stupito del fatto che uno scrittore in fuga dal suo paese per salvare la vita a sé stesso e alla sua famiglia, partito senza null’altro che la paura per i famigliari che restavano e un futuro incerto quanto un buco nero, non si sia premurato di fare una full immersion di italiano prima di fuggire. Che impudenza. E già, tanto a un italiano all’estero, magari in Siria, col cavolo che gli parlano in italiano.

Ecco appunto. Col cavolo. Che ci piaccia o meno (e poco importa), l’apprendimento della lingua italiana e quello della lingua inglese appartengono a due mondi opposti.

Con tutto il rispetto per Romeo e Giulietta, il desiderio di conoscenza della lingua inglese è legato a un concetto di utilità, radicato nel mondo del lavoro, dell’informatica, della comunicazione, del successo. In altre parole, è una lingua strumentale, un mezzo per arrivare a un fine. Lo hanno capito bene la Norvegia, la Danimarca, l’Olanda, la Svezia che pur conservando intatta la loro lingua, ai propri figli insegnano anche l‘inglese, affinchè possano comunicare e competere con il resto del mondo.

Onore al merito, l’inglese ha un’identità forte. Unisce laddove l’italiano, con le sue mille e una sfumature, divide. Nel marasma dialettale della penisola, cui si affidano le mille e una identità di un paese che alla sua ci ha rinunciato, ci si dimentica perfino che esista. Ogni tanto rinasce dalle ceneri dell’onta subita dallo straniero, ma dura poco. Perché a differenza dell’inglese, l’italiano non ha alcun potere contrattuale. È una lingua inutile.

Sorda ai richiami del progresso, è rimasta fedele ai fasti del suo passato, rivestendo nei secoli dei secoli il ruolo di lingua dell’arte, del piacere, della bellezza. Una pura espressione edonistica che della sostanza, della logica, della comunicazione, della tecnicità e della funzionalità, può fare tranquillamente a meno. In altre parole, è una lingua estetica, fine a sé stessa, senza alcuna ambizione di globalità.

E allora siamo seri, ma una lingua così chi mai avrebbe interesse a impararla? Esclusa l’esigenza, motore primo dell’acquisizione di conoscenza, resta solo l’amore. E infatti, l’apprendimento dell’italiano è un atto d’amore, che pochi sono disposti a fare, ma di cui forse potremmo pure andare fieri. O no?

Elda Cannarsa

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