CHIUSI E IL FESTIVAL CHE SCONFISSE GIOVE PLUVIO

martedì 17th, giugno 2014 / 22:34
CHIUSI E IL FESTIVAL CHE SCONFISSE GIOVE PLUVIO
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CHIUSI – Certo, se lavori per mesi per organizzare un una due giorni di rock, e quei due giorni Giove Pluvio si scatena o quantomeno minaccia di scatenarsi e aprire le cataratte del cielo, un po’ di nervoso ti viene. Certo se il festival rock lo devi fare dentro un teatro razionalista del 1938 inaugurato da un genio della lirica come Mascagni qualche dubbio sulla riuscita ti viene. Certo, se se hai pensato che il contorno alla musica potesse essere un mercatino e una bella fila di stand dello street-food e fuori piove, ci può scappare anche qualche colorito epiteto all’indirizzo del citato Giove Pluvio, ma anche del padreterno, della vergine Maria, di qualche santo di passaggio, più o meno conosciuto… Siamo in Toscana del resto e si sa dove la buttano i toscani, in genere, quando devono sfogarsi…

Tutto insomma sembrava congiurare contro. E invece il LARS ROCK FEST (dove il Lars, senza apostrofo, richiama antichi fasti etruschi) non si è lasciato intimidire, il Teatro Mascagni e il suo lampadario hanno retto alle note robuste e infuocate di quei tre capelloni look e sound anni ’70 che si chiamano Radio Moscow, ma vengono dallo Iowa, United States of America, e anche a quelle taglienti degli italianissimi Massimo Volume, delle Capre a Sonagli, e degli altri, per la verità un po’ più melensi e meno rock, se si intende l’accezione più classica del termine…

La pioggia, la prima serata, ha girato intorno a Chiusi e sabato si è fatta vedere solo nel pomeriggio… Lo street food, rimasto in strada, davanti al Museo, a pochi metri dal teatro, ha funzionato lo stesso e ha funzionato anche l’abbinamento con le partite dei Mondiali: Olanda-Spagna il venerdì, Italia-Inghilterra,il sabato.

Piacevoli pure i due incontri letterari a latere: uno con Emidio Clementi leader e voce del Massimo Volume e l’altro con il suo amico, sodale e conterraneo Gianluca Morozzi, ormai un habitueé e un amico di Chiusi, che è venuto a presentare la sua ultima fatica: il thriller “Radio Morte”…

Risultato: un bel festival. Una terza edizione improvvisata nella location, causa maltempo, ma sicuramente la migliore, anche come affluenza di pubblico. Più gente degli anni scorsi ai concerti, tanta gente in strada, a mangiare panini con la milza, lampredotto, arrosticini e pesce fritto… Tanta gente davanti al maxischermo per le partite (quello allestito dagli organizzatori dl Lars nella saletta del teatro e quello nel giardino del bar di fronte che ha dovuto fare un po’ di straordinario, ma visti i tempi di crisi, avrà certamente gradito. Naturalmente sono andate forte anche le birreria del festival…

Quando le cose vanno bene, ce n’è per tutti. E’ così che funziona. Peccato per Chiusi Scalo che è la realtà che ha più bisogno di essere risvegliata da un torpore che la sta trasformando in un deserto dei tartari e che poteva vivere due serate da leoni e invece vi ha dovuto rinunciare per le bizze del meteo. Cose da mettere in conto, con un clima sempre più tropicalizzato… teatro gec

Insomma, ora, a distanza di qualche giorno, a mente fredda, si può dire che nonostante tutto il Lars Rock Fest sia stato un successo, non solo per la qualità della proposta musicale (i gruppi che hanno partecipato possono piacere o meno, ma tutti erano di qualità), quanto soprattutto per il fatto che per la prima volta al festival chiusino si è vista tanta gente dai paesi limitrofi e anche da altre parti d’Italia. Nelle prime due edizioni non era successo. Per altre iniziative non succede. E’ vero che si è trattato anche questa volta quasi esclusivamente di giovani, ma è buon segno. Un segnale incoraggiante per il futuro.

Se mai c’è da dire che sono mancati i chiusini, quelli over 40… quelli che pure avranno ascoltato, amato, osannato i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Creedence, Jimi Hendrix o Bruce Springsteen e magari Vasco Rossi… Chi l’ha detto che il rock è roba da giovani e basta? Non scherziamo.

Eppure, nelle due serate, piacevolissime  anche solo stando in strada, se ne son visti pochi di chiusini. Sia del centro storico che dello Scalo o di Montallese. Questo non è buon segno, ma non è colpa di chi ha organizzato il Lars.

Si poteva fare meglio? Certamente sì. Sempre si può fare meglio. Ma se è vero che per il Festival Rock sono stati spesi solo 15 mila euro (lo ha detto Giannetto Marchettini, il coordinatore, nessun motivo di dubitarne), questa edizione costretta a cambiare in corsa dal maltempo, dimostra che si possono fare cose buone anche a basso costo e sia la Fondazione Orizzonti che, soprattutto, il Gruppo Effetti Collaterali che ha fornito l’ossatura alla manifestazione possono dirsi soddisfatti. Per due serate Chiusi ha ritrovato un po’ di appeal, un po’ di quella centralità che aveva e non ha più e ha messo in vetrina musicisti che non sarà facile rivedere e riascoltare in Italia. Non erano i Rolling Stones, ma nemmeno da buttare, lo abbiamo detto. Anche il rock è cambiato dai mitici anni ’70 e il Lars Rock Fest ne ha fornito una discreta dimostrazione.  E adesso fa parte a pieno titolo delle manifestazioni dedicate al rock e dintorni del comprensorio. La base per la prossima edizione è un po’ più solida di quanto non lo fosse quella fornita dalle prime edizioni. Anche la scommessa di trasformare, sia pure per causa di forza maggiore e non per scelta, un tempio della prosa e al massimo della musica lirica e classica, come è un teatro, in un palco rock è stata vinta. Nessuno ha storto il naso o si è fatto male.  Viste le condizioni date, meglio era difficile fare.

Ora, mentre gli organizzatori del Lars tireranno le somme e cominceranno a pensare alla prossima puntata, Chiusi (intesa come città con tutte le sue componenti vitali) dovrà prendere esempio e cominciare a ragionare su come riportare la gente fuori di casa, farla riabituare al piacere di stare insieme, a come invogliare gli abitanti dei dintorni a tornare a Chiusi, non solo per necessità. A Chiusi… Che sembra un dormitorio, ma in realtà è una cittadina piena di risorse nascoste  (o dormienti) che potrebbe ancora stupire. Potrebbe, ma sembra aver rinunciato a farlo. Salvo rare e lodevoli eccezioni.

Marco Lorenzoni

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