NINA: LA MIA UCRAINA

venerdì 21st, febbraio 2014 / 17:14
NINA: LA MIA UCRAINA
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È dell’ultima ora la notizia che l’opposizione ha raggiunto un accordo con il presidente Ianukovich per fermare la violenza. La conferma è arrivata da Oleg Tiaghniok, uno dei capi del fronte anti-governativo.

Due giorni fa Nina, ucraina, residente all’estero da molti anni, ci ha scritto del suo dolore, della sua rabbia, della sua incredulità, manifestando, tra l’altro, la sua sfiducia nei confronti del presidente Ianukovich: “Dialogare con il Presidente Ianukovich non serve. Non gli crede più nessuno. L’Europa e l’America applichino le sanzioni”.

Nina è nata a Skadovsk, una città portuale sul Mar Nero, a sud dell’Ucraina. Segue i fatti di Kiev in diretta su Internet. Ci scrive che è sotto shock.

“Non riesco a credere a quello che sta accadendo nel mio paese. Tutto era nato come una protesta pacifica. La gente cantava, ballava e recitava poesie. Una protesta legittima: il popolo è stanco della corruzione e dell’iniquità delle leggi. È sceso in strada per riprendersi la dignità. Tutte le speranze di un futuro di democrazia e libertà, riposte nell’accordo commerciale con l’UE, che ci avrebbe liberati dalla supremazia della Russia di Putin, sono morte il giorno che Ianukovich si è tirato indietro, rafforzando, invece, proprio il rapporto con la Russia”.

Quello di una guerra civile non è l’unico spettro che sta sconvolgendo l’Ucraina. La situazione economica è altrettanto drammatica. In seguito alle violenze di Kiev, questa mattina, l’agenzia di rating Standard &Poor’s ha abbassato il rating del paese al grado ‘CCC’, praticamente un passo dal fallimento. Resta da vedere se l’accordo avrà un’influenza positiva.

“Il presidente Ianukovich è stato in prigione due volte” scrive Nina “per abuso
sessuale e furto (nota 1, n.d.a.). Le posizioni di potere al governo sono rivestite da gente della sua “cricca”. Suo figlio, un dentista, è diventato multi-milionario in brevissimo tempo. Il mio paese rischia il default perché il denaro è stato rubato (nota 2, n.d.a.).

Il 30 novembre ha segnato la mia vita per sempre. Sullo schermo mi scorrevano davanti le immagini della “berkut” – polizia anti-sommosa ucraina- con balaklava, caschi e giubbotti anti-proiettile. Picchiavano selvaggiamente quei ragazzini che manifestavano pacificamente. A gruppi, i poliziotti sferravano calci e pugni fino a quando la vittima giaceva ormai inerme al suolo. E neanche allora allentavano il pestaggio. Quella violenza non era reale, mi dicevo,non è possibile. Pensavo a mia figlia, studentessa anche lei, e sentivo crescermi dentro un dolore lancinante.

Due mesi dopo, a gennaio, vidi le scene della morte di Sergey Nigoyan (il poeta di 21 anni ucciso a colpi  di arma da fuoco il 22 genaio,2014, n.d.a.) e rividi il video in cui, ancora in vita, Sergey Nigoyan leggeva una poesia di Taras Shevchenko. Piansi le mie lacrime più amare. Aveva solo vent’ anni e tutta la vita davanti. Queste cose non dovrebbero succedere nella piazza di una delle più belle città d’Europa. Nel mio paese.

Tutto questo non è umano, mi ripetevo. Troppo atroce per non aggrapparsi, nonostante tutto, alla speranza che dopo quei fatti, Ianukovich avrebbe ascoltato la sua gente,  sarebbe intervenuto contro i poliziotti, la situazione sarebbe tornata normale. Perché è così che si fa. Non si lascia un popolo in balìa della violenza. Lui, il presidente, fece tutte le mosse giuste: parlò con i diplomatici occidentali, discusse con l’opposizione e tutti gli credettero. In fondo, perché dubitare delle sue intenzioni. Ianukovich non è un dittatore, il mio è un popolo pacifico, il governo dice le cose giuste… Ma non sempre le fa.

Infatti, le notizie di altre morti non tardarono ad arrivare. Giornalisti e dottori
furono uccisi. La polizia cominciò ad usare gli idranti contro la folla
nonostante i 10 gradi sottozero, ad arrestare in massa, a prelevare la gente
dagli ospedali e a portarli in carcere. Sono certa che tutto il mondo ha visto
i video degli attivisti che vengono presi, torturati, lasciati morire. In uno di quei video denudano uno dei manifestanti, picchiandolo ferocemente, umiliandolo senza alcuna pietà. Paradossalmente, a filmare quel video è stata proprio la polizia, il corpo istituzionale preposto alla salvaguardia della sicurezza dei cittadini.

Mentre guardavo inorridita, mi saltarono con prepotenza alla mente le tensioni degli anni ’30 quando la NKVD gettava chiunque in prigione e ammazzava senza motivo (il compito della NKVD -Commissariato del Popolo Affari Esteri- era quello di tutelare la sicurezza dello stato sovietico. Imprigionò milioni di presone nei Gulag ed eseguì migliaia di condanne a morte. n.d.a.). Nella nebbia dello shock mi fu chiaro che il paese non aveva più leggi né regole.

Al telefono con mio fratello, che sta a Kiev e con i miei genitori, che vivono nel sud dell’Ucraina, non abbiamo fatto altro finora che esprimere la nostra incredulità. Che la polizia fosse corrotta lo sapevamo tutti. Quello che non sapevamo è che fosse capace di tanta violenza. Mai  e poi mai avrei immaginato che potesse gettare granate stordenti sulla folla, incollando chiodi sull’ordigno per causare danni maggiori; che arrivasse ad usare munizioni vere; che non si facesse scrupolo a rapire e torturare gente comune, colpevole solo di desiderare una società democratica.

I tragici eventi del 18 febbraio hanno segnato una svolta. Ora, quando guardo i visi dei miei conterranei, non vedo più lo shock. Forse l’orrore sta diventando un’abitudine, stiamo gradualmente accettando la brutalità e la violenza come uniche vie di uscita possibili. Indietro non si torna. Scacciata la paura, il mio popolo è diventato più forte. Guardo la gente che porta medicine e cibo a chi sta dietro le barricate, anche se il governo ha interrotto il servizio della metropolitana. Quello stesso governo che li chiama “estremisti”. Non lo sono. Sono persone normali, giovani e vecchi che vogliono vivere in un paese democratico, che non hanno più paura. Perché sanno che stanno facendo la cosa giusta. Oggi, più che mai, sono fiera di essere ucraina. Il mio popolo vincerà.”

Insieme alla sua testimonianza, Nina ci ha mandato il video del “pianista di Maidan“, un giovane attivista che una sera della rivolta, scese in piazza e, sedutosi al pianoforte, suonò Nuvole Bianche, di Ludovico Einaudi. Per Nina, il pianista di Maidan è uno dei simboli della rivoluzione.

Elda Cannarsa

Nota 1: Nel 2004, il deputato ucraino Hryhory Omelchenko accusa Ianukovich di
aver partecipato ad una violenza sessuale di gruppo ai danni di una giovane,
picchiata brutalmente, e di aver poi comprato il silenzio della vittima per
chiudere il caso.

Nel 1967 all’età di 17 anni, Ianukovich riceve una condanna di tre anni per furto e aggressione. In onore del 50esimo anniversario della Rivoluzione Russa sconta 18 mesi. Nel 1969, sconta una seconda pena, di due anni, per aggressione

Nota 2: : Ianukovich è stato accusato di corruzione massiccia . In un articolo del 2013, BBC News riporta che “attualmente, il governo e l’economia sono dominate da un gruppo di giovani uomini d’affari, amici del figlio maggiore di Ianukovich, Oleksandr. Sono
conosciuti con il nome di “famiglia” di Ianukovich.

immagine: quaotidiano.net

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