SALCI NELLA “LISTA ROSSA” DEI BENI DA SALVARE DI ITALIA NOSTRA

mercoledì 03rd, ottobre 2018 / 11:06
SALCI NELLA “LISTA ROSSA” DEI BENI DA SALVARE DI ITALIA NOSTRA
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CITTA’ DELLA PIEVE –  Il borgo di Salci entra nella “Lista Rossa” di Italia Nostra, che è uno strumento attraverso il quale l’associazione raccoglie ogni giorno denunce e segnalazioni, anche di cittadini attenti e responsabili, di beni comuni o paesaggi in abbandono o bisognosi di tutela, siti archeologici meno conosciuti, centri storici, borghi, castelli, singoli monumenti in pericolo o preda del’incuria.  La “Lista Rossa” è attiva dal 2011 e annovera centinaia di siti e monumenti da salvare. Tra questi anche Salci, appunto.

La frazione pievese è stata segnalata a Italia Nostra da un cittadino, nel febbraio 2018. E adesso è nella lista dei beni culturali in pericolo.

Nella scheda della Lista Rossa, relativa a Salci, Italia Nostra ne spiega la condizione fisica e giuridica: “Borgo con castello, chiesa di San Leonardo e chiesetta di San Pio, risalente al XIII secolo… in stato di abbandono dagli anni ’80 del novecento. Il borgo ed il Castello appartengono ad un privato. La Chiesa di S. Leonardo alla diocesi di Città della Pieve, la chiesetta di S.Pio ad un altro privato. Tutto il complesso, in stato di abbandono, è vincolato dalla Soprintendenza di Perugia. Tutto il complesso denominato CASTELLO DI SALCI, gravano due provvedimenti di tutela: vincolo indiretto del 21/6/1997 e vincolo diretto del 9/07/2013”

Nelle medesima scheda Italia Nostra fornisce anche una serie di cenni storici sull’importanza di Salci:  Salci è un centro abitato situato nella valle del torrente Fossalto circondato da un territorio acquitrinoso e paludoso che nel corso dei secoli (sebbene fosse considerato un ambiente malsano) favorì l’attività agricola. Il diffondersi della coltivazione, a sua volta, contribuì all’incremento demografico e al conseguente stabilirsi di una popolazione lungo le colline. Solo nel 1780 venne attuato il progetto di bonifica del territorio che ebbe dei riscontri sia ambientali che sociali, ad esempio l’eliminazione radicale del banditismo nella zona. Questi avvenimenti contribuirono insieme a far diventare Salci un centro abitato invidiabile tanto che, trovandosi sulla zona di confine, per anni fu oggetto di contesa tra la città di Pieve e Orvieto. La città di Salci è particolarmente interessante per il suo castello, attualmente abbandonato. L’architettura di quest’ultimo, che nel tempo subì molte variazioni, è affascinante. Della fase trecentesca rimane solo la pianta e, a partire dal 1300, documentazioni storiche ci forniscono informazioni precise riguardo i passaggi di proprietà e le variazioni architettoniche del borgo fortificato. Sappiamo infatti con certezza che dopo la pace di Monteleone del 1497 la proprietà di Salci tornò alla famiglia Bandini che a sua volta lo cedette per 60 mila scudi ad Antonio Bonelli. Durante questi anni il castello subì vari interventi di rinnovamento come ad esempio la costruzione dell’elegante loggetta o della cappella in onore di Papa Pio V. Più tardi, nel 1736, il vescovo Argelati ci fornisce una dettagliata analisi del borgo, descrivendolo come un castelletto murato molto funzionale per la sua area abitativa, e una descrizione della sua area circostante. Successivamente, grazie alla visita del vescovo Mancini e delle susseguenti visite pastorali, veniamo a conoscenza che Orvieto riesce finalmente ad appropriarsi di Salci, che la chiesa parrocchiale subisce dei rinnovamenti, e che entro la fine del XIX secolo l’intera edilizia civile di Salci subì una risistemazione generale, come ad esempio al tetto, alle finestre e al granaio. Questo è stato l’ultimo intervento di restauro di cui si ha notizia”. 

Ecco, evidentemente la segnalazione arrivata a Italia Nostra nel febbraio scorso non è stata molto precisa e l’associazione ambientalista non ha approfondito. Ma Salci, da deceni non è più un “centro abitato”, è un borgo rurale fortificato praticamente abbandonato. L’ultimo intervento di restauro di cui si ha notizia, non è quello eseguito alla fine dell’Ottocento, quando ancora Salci era una comunità viva, ma quello avviato e rimasto incompiuto  alla fine degli anni ’80, con tanto di contributo della Comunità Europea. Un intervento con il quale si sarebbe dovuto recuperare tutto il complesso per uso abitativo e turistico, ma che non essendo mai stato portato a termine ha lasciato ulteriori ferite, oltre quelle dovute al tempo e all’abbandono (foto a sinistra).

Le strade e le piazze, un tempo servite da illuminazione pubblica, sono di proprietà del Comune di Città della Pieve. 

Quanto ai cenni storici, è vero che in epoca napoleonica, trovandosi al confine tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa fu rifugio di “briganti” che scappavano da una parte e dall’altra e fu proprio passando e pernottando a Salci che Garibaldi e le sue camicie rosse entrarono in Toscana durante la fuga da Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana nel 1849.

Oggi Salci conserva l’antica struttura, ma è un classico borgo fantasma. Una piccola ghost town che è quasi una enclave pievese in territorio orvietano, proprio sul confine con la Toscana (il comune di San Casciano dei Bagni che è l’ultimo della provincia di Siena verso il Lazio e l’Umbria ternana: il viterbese è ad un tiro di schioppo).

Negli ultimi anni è sorto un comitato e ci sono state iniziative varie per riportare Salci e la sua storia sotto i riflettori e per chiedere un intervento di tutela e recupero. Alla metà degli anni ’70 a Salci si tenne una “due giorni” musicale, una specie di Woodstock proprio per dire no ad un progetto che si temeva potesse essere solo una speculazione edilizia. Sul palco salirono sul palco stelle di prima grandezza del panorama musicale italiano: Rino Gaetano, Eugenio Finardi, Lucio Dalla, Gabriella Ferri e due jazzisti come Antonello Salis e Mario Schiano. Era l’estate del 1975. Poi, da allora un lento, continuo, inesorabile abbandono. 

C’è da augurarsi che l’inserimento del borgo nella Lista Rossa di Italia Nostra possa risvegliare chi deve svegliarsi e riaccenda i riflettori su una perla di storia e di memoria che merita di essere salvata.

Certo, come spiega Italia Nostra, il grosso degli edifici è di proprietà privata e il “pubblico” può fare poco. La Chiesa (anche quella in condizioni precarie) è della Curia, che però è la stessa del Capoluogo regionale e ha come Vescovo il Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei. Non un vescovo qualunque e figura sensibile alle questioni sociali e anche alla tutela dei beni comuni. Ecco, se il Cardinale facesse sentire la sua voce, se il Comune facesse valere  le sue prerogative sulla proprietà quanto alla tutela del patrimonio edilizio (in questo caso anche patrimonio storico e architettonico), se la segnalazione di Italia Nostra fosse vissuta come una sirena d’allarme da tutti i soggetti che possono avere voce in capitolo, forse Salci potrebbe anche sperare di ritrovare un futuro, oltre a custodire finché l’abbandono non avrà il sopravvento, la memoria del passato.

g.l.

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