MOCCIA: IL FEMMINICIDIO E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI UNO SCRITTORE

venerdì 19th, ottobre 2018 / 15:54
MOCCIA: IL FEMMINICIDIO E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI UNO SCRITTORE
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Sono fissata con l’uso della lingua, ve lo concedo, soprattutto con il cattivo uso, ma è una deformazione che, temo, può solo peggiorare. O acutizzarsi quando a scrivere male è uno che della scrittura ha fatto il suo mestiere…

Tanto rumore per nulla. Quell’infausto articolo di Federico Moccia, apparso  sul Corriere della Sera, ha destato più attenzione delle dichiarazioni del Rettore della Normale di Pisa, o degli ultimi dati sul riscaldamento globale che ci danno dodici anni per intervenire se non vogliamo finire cotti in porchetta. Roba insomma che influisce sulle nostre vite ( e continuerà a farlo) in modo netto e radicale, molto (ma proprio assai) di più delle confuse considerazioni sul femminicidio di Federico Moccia.

Tanto rumore per un testo concettualmente sfasato e sintatticamente elementare come la penna di un bambino delle primarie. Basterebbe la prima frase :” Dagli inizi del 2018 ad oggi ci sono moltissime vittime”, laddove dovrebbe essere: “Dagli inizi del 2018 ad oggi ci sono STATE moltissime vittime”, per archiviarlo senza infamia nè lode. Altro che congiuntivi. Qui siamo caduti su un banalissimo passato prossimo.

Ai contenuti non tocca una sorte migliore. Un’analisi spiccia del rapporto di coppia: se fallisce, la colpa è di entrambi. Talmente spiccia che il Nostro ha dovuto spiegarne il senso  visto che tutto il mondo aveva capito che se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie (l’autore si riferiva alla violenta aggressione avvenuta al Tufello a Roma ai danni di una donna per mano dell’ex marito settantottenne), la colpevolezza è pari. Questo il testo incriminato, che ha suscitato l’ira funesta di pubblico e stampa e che Moccia, come detto, ha rettificato poco dopo:

“Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita, perché magari è deluso dal fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita si è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato prima il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni, il suo gesto tradisce il valore del tempo e l’obbligo etico che abbiamo tutti di viverlo al meglio e con sincerità, ma la loro colpevolezza è pari. Non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito.”

 In uno stile di scrittura che urla pietà, l’autore ci dice in sintesi che la gelosia è pericolosa, “una parete senza finestre”, chi picchia non ama, volemose bene e salviamoci dall’indifferenza. Un ventaglio di argomenti che può andar bene per ogni occasione e ogni livello di conversazione, e che Moccia farcisce con qualche dotta citazione (infilata a casaccio) nell’auspicio, chissà, di una maggiore levatura. Il messaggio conclusivo è chiaro: la cultura dell’amore e del rispetto sono l’arma di distruzione della violenza. Un po’ semplicistico ma ci può stare, peccato che lo stile approssimativo e un po’ negletto lo renda più un dai un bacetto e passa tutto che l’inizio di una dibattito su cause, effetti e percorsi risolutivi del Femminicidio.

Il sospetto, lasciatemelo dire, è che quel testo sia il frutto di un last minute, un’imminente scadenza dei tempi di consegna. Scritto quindi in fretta, messo insieme alla bell’e meglio – si fa per dire- e pubblicato senza alcuna rilettura da parte di nessuno, incluso l’artefice e il capo-redattore.

Eppure, intorno a questo articolo si è sollevata l’indignazione di stampa e social che hanno accusato l’autore di scrivere “cose pericolose”.  Poi certo, come tutte le indignazioni di seconda categoria, tempo due giorni e le proteste sono cadute nel buco nero dell’oblio. E meno male perchè, sinceramente, non ne valeva proprio la pena

Però, io credo che  la pericolosità di quel pezzo risieda nel suo stile, e che la domanda che dovremmo porci è un’altra: come mai un tizio che della scrittura ha fatto il suo mestiere, con una dozzina circa di romanzi  al suo attivo, può produrre (e pubblicare) un testo così elementare nella costruzione e nella sostanza?

 

Illustrazione: Aurora Stano

 

 

 

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