ITALIA O AMERICA? NON E’ QUESTIONE DI MEGLIO O PEGGIO, MA DI… DIVERSITA’, PAROLA DI UNA CETONESE AMERICANA

sabato 08th, settembre 2018 / 17:52
ITALIA O AMERICA? NON E’ QUESTIONE DI MEGLIO O PEGGIO, MA DI… DIVERSITA’, PAROLA DI UNA CETONESE AMERICANA
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Con questo articolo, Sybil Fix, giornalista americana, residente a Charleston in South Carolina, ma cetonese di adozione comincia la sua collaborazione con Primapagina. Recentemente ha presentato il suo primo libro,”The girl from Borgo”, proprio a Cetona. Nell’occasione le fu rivolta una domanda sulla qualità delle Università italiane e americane. E sul perché lei avesse scelto nonostante vivesse – all’epoca – da 20 anni in Italia di tornare a studiare negli Usa. Ecco, tra altre considerazioni e pensieri, la sua risposta. E’ interessante conoscere il punto di vista e l’approccio alle questioni di chi abita dall’altra parte dell’Oceano. In questo caso l’Atlantico. Benvenuta su queste colonne Sybil. Ci piace l’idea di avere una inviata a Charleston…

Il mese scorso ho avuto l’onore di essere invitata dalla Fondazione Lionello Balestrieri a presentare il mio libro “The Girl from Borgo”, nella chiesina della piazza di Cetona, nel paese dove sono cresciuta, circondata dalle persone che conosco da una vita e che amo profondamente.

Il libro, il mio primo, è la storia della mia crescita e vita a Cetona, e poi, a vent’anni, il mio ritorno negli States a fare l’università, e la mia susseguente vita in precario bilico a cavallo tra questi due posti, l’Italia e l’America. Il libro racconta molto di Cetona e dei Cetonesi – le mie amicizie, i miei amori, e i memorabili personaggi del paese – ma è anche o soprattutto la storia di questa mia struggente divisione.

Perché, infatti, questa decisione, ispirata dai miei genitori americani, di andare (o venire) negli States a fare l’università piuttosto che rimanere in Italia, si dimostra essere poi un evento cataclismico per me: anche decenni dopo aver lasciato il mio paese e aver cercato di costruire una vita e una carriera negli States, rimango comunque combattuta tra questi fulcri emotivi, due identità culturali e due posti. E questo amore per Cetona, questo attaccamento viscerale, mi riporta sempre indietro e mi impedisce di investirmi totalmente nella mia vita oltreoceano.

Nel libro, rivisitando le ondate di difficoltà e di rammarico che ho sofferto nei decenni per aver lasciato “casa”, ritorno ancora e ancora alla questione centrale del perché e come fu presa questa decisione. Perché, chiedo nel libro, non potevo essere come tutti gli altri e andare all’Università di Milano o di Pisa o di Firenze? Perché?

Alla presentazione, una signora di Piazze, la Signora Biggera, non avendo letto il libro (che per adesso è uscito solo in inglese), mi ha fatto proprio questa domanda. Mostrando un po’ di amor proprio ferito, forse, o un po’ di orgoglio nazionale stizzito, mi chiese: ma tu e la tua famiglia non vi fidavate delle università italiane? Non erano abbastanza buone per te?

In pochi secondi di tempo a disposizione, ho cercato di far capire alla Signora Biggera ciò che io sono riuscita a capire nel trascorrere degli anni. Le ho risposto che molti fattori sono subentrati in questa decisione, ideata in gran parte da mio padre, un architetto, un uomo americano il quale, con mia mamma, ebbe il coraggio e la curiosità di traslocare in Italia all’età di 38 anni per imparare un nuovo mestiere, la liuteria.

Mio padre, morto pochi mesi fa, era un uomo di grande talento e di ampi interessi intellettuali. Aveva studiato musica, arte, e architettura, e aveva frequentato e si era laureato dalle migliori scuole: la Eastman School of Music, la University of Virginia, e poi Yale University per la scuola d’architettura. In altre parole, aveva avuto quella che si può definire una delle migliori educational experiences, la crème de la crème di quella che in America si chiama una “liberal arts education.”

E nello scegliere una lista di università americane a cui avrei fatto domanda – tutte della Ivy League, le più vecchie, selettive e rinomate scuole in America, alle quali ho poi avuto il privilegio di essere accettata- questo, mio padre voleva per me.

E su questo mi voglio dilungare un attimo, perché questa è la vera risposta alla domanda della Signora Biggera, e si collega alla questione centrale della differenza tra l’esperienza dell’università italiana e una scuola americana come Yale, la mia alma mater, o Harvard o Princeton, scuole di fama globale. E non a caso.

Una liberal arts education si definisce come un’esperienza accademica che istruisce nei soggetti più vasti della tradizione intellettuale mondiale e che preparano una persona a vivere e a contribuire attivamente a una vita civica illuminata e globale. Consiste, questa istruzione, nell’essere esposti a discipline intellettuali che ti insegnano a pensare analiticamente; che ti permettono, poi, a un livello più avanzato, di imparare ad approfondire qualsiasi materia, dalla filosofia all’astrofisica, dall’arte all’antropologia, alla chimica. E che ti consentono, inoltre e forse cosa ancora più importante, di vivere criticamente, con intraprendenza e indipendenza di pensiero.

Negli Stati Uniti, la prima laurea, la bachelor’s degree, ottenuta dopo quattro anni, può essere anche abbastanza generica, ma ti dà il necessario o per lavorare nella disciplina scelta o per continuare gli studi a un livello più alto: un master’s degree o un doctorate da una scuola di legge, scuola di medicina, o, nel mio caso, scuola di giornalismo alla Columbia University. Durante il corso di quattro anni devi dare esami in materie non solo relative alla tua laurea, ma anche in materie totalmente disparate: pur laureandomi in scienze politiche, io ho studiato (e dato esami in) astronomia, finanziamento della scienza, storia del comunismo, lingua russa, letteratura americana, francese e cinese, psicologia della criminalità, statistica, e un infelice corso in macroeconomia. Trentasei esami in quattro anni.

La missione del bachelor’s degree non è che ti laurei in lingue o matematica – anche se è anche questo- ma è che ti esponi alla più grande varietà di discipline e idee in modo che la tua tavolozza interiore possa aprirsi e tingersi di colori nuovi che ti mettono alla prova e ti invitano a superare i tuoi limiti interiori.

Non è affatto raro in una scuola come Yale che ti matricoli con l’intenzione di prendere una laurea e finisci con un’altra totalmente diversa. Rivisito con nostalgia tutt i i percorsi di studio che mi sono stati offerti e che non ho avuto il tempo di esplorare: avrei potuto studiare (e laurearmi in) ornitologia, o la storia del colonialismo, o l’etimologia—tutte cose che ho capito più tardi che mi affascinano. A una giovane età, questa esperienza, nutrita in un ambito di eccellenza intellettuale, ti aiuta a capire di cosa sei capace, o cosa veramente ti può interessare del mondo. Se non altro, la pletora di strade di studio ti stimola l’immaginazione e ti riempie di umiltà e curiosità.

C’è di più.

Generalmente in Italia prendi il treno, vai alla lezione in università (o spesso non ci vai), torni a casa, studi, e quando è il momento, fissi la data e vai a dare un esame. È un’esperienza di crescita professionale individuale, in vacuo, a tuo ritmo e misura. A un’università come Yale vivi lì,  per quattro anni, con altre persone mai conosciute, che vengono da posti diversi, con colore di pelle diversa, che parlano lingue diverse e studiano cose diverse. Con queste persone passi le giornate, le notti, i mesi, e gli anni, non solo in aule,  ma studiando, mangiando, conversando, lavorando. Dai gli esami insieme, studi insieme, e ti laurei insieme. Sei costretto a frequentare, a partecipare, a dare di te nelle aule, insieme alle migliori menti del mondo. Ci sono pubblicazioni, giornali, squadre atletiche, laboratori, produzioni teatri, mostre, seminari, eventi culturali; è un campus. Questo ambiente si presta a un più largo scambio intellettuale che, già di per se, fa crescere, esplorare, dubitare, e ricreare noi stessi di nuovo.

La missione di una liberal arts education non è solo una laurea: è un’esperienza di vita trasformativa che ti dovrebbe esporre a possibilità impensate, che ti insegna a gettarti nel mondo con senso critico e di contributo, che ti nutre la curiosità e ti ispira la creatività; che ti rende il pensiero flessibile, adattabile, versatile; che ti dà la capacità di esplorare le aree grigie e l’ambivalenza intellettuale, di porsi domande e trovare soluzioni con l’intento di migliorare qualcosa con passione e compassione. Che ti dà il coraggio di seguire la tua più grande convinzione con nobiltà d’animo e senso di contributo e di non smettere mai di crescere e imparare.

Una laurea da una scuola come Yale dovrebbe simboleggiare non solo esperta preparazione nel campo di studio scelto, ma riflette in fondo, forse, un po’ l’essenza dello spirito civico americano: che le nostre scelte di vita e di lavoro dovrebbero aspirare a valorizzare qualcosa di più grande di noi stessi; qualcosa che migliora non solo noi stessi, ma tutti.

Quando sono rientrata negli States qualche giorno fa, da Cetona – e questo mi porta al mio ultimo punto – ho trovato nella posta un paio di numeri del Yale Alumni Magazine, la rivista che arriva a tutte le persone che hanno studiato a Yale. Uno degli articoli in una delle riviste è il testo dello speech, il discorso, dato a maggio dal presidente di Yale, Peter Salovey, in occasione della commencement del 2018, il giorno in cui tutte le persone che si sono matricolate insieme nel 2014 si sono laureate.

In questo discorso – un evento annuale – Salovey parla delle sue speranze per la nuova classe di laureati e li incita a creare nelle loro vite “i più grandi cerchi possibili.” Cosa vuol dire questo? Lui spiega: Vuol dire incorporare nella nostra vita il più grande e diversificato numero di interessi, attività, abilità, persone diverse da noi, idee, libri, esplorazioni, conoscenze, esperienze, apprendimenti e approfondimenti.

E traduco qui: “Allargare i nostri cerchi è tutt’altro che facile. Richiede coraggio, ma anche immaginazione e curiosità verso il nostro prossimo. Richiede respingere la paura e la diffidenza. Richiede che ascoltiamo gli altri e misuriamo i limiti della nostra umanità … Adesso che emergete nel mondo, mettete a buon uso la vostra abilità di rispondere creativamente alle difficoltà che incontrerete, la vostra capacità di abbracciare le vostre responsabilità nel contempo che cercate la felicità; e la vostra abilità di allargare il vostro cerchio di appartenenza e e di comprensione in questo mondo.”

Questo mio padre sperava per me nel mandarmi via, lontana, a Yale.

Tutto questo, Signora Biggera, mi ci sono voluti anni per capirlo, e ancora lo sto capendo adesso. Ancora sto cercando di realizzarlo nella mia vita. È un percorso, non un traguardo.

Nel mio libro dò poco credito alla mia esperienza a Yale. Non sono mai stata una belonger, cioè una persona che appartiene a gruppi, o che sente particolare lealtà ad etichette, o nemmeno una persona che gode della luce riflessa di istituzioni rinomate o privilegiate e ne trae orgoglio o vanità. Ho spesso denigrato o preso in giro le idealistiche aspirazioni di Yale, qualvolta citate con una buona dose di superbia. In fondo, da buona Cetonese, sono stata anche un po’ ingrata.

Ma riconosco, adesso, che dopo avermi portata da bambina a Cetona e avermi esposta a quell’incredibile cerchio di vita lì, i miei genitori, come tutti i buoni genitori, volevano che io continuassi la mia crescita con una vita intellettuale più vasta. Volevano per me un posto che ispirasse la crescita della mia persona intera, non la protezione di ciò che già ero.

Volevano per me non solo il meglio di ciò che una scuola potesse offrire, ma che io aspirassi a trarre da me stessa e a sviluppare il meglio di ciò che io avevo da offrire come essere umano.

Non era questione di meglio o peggio, Signora Biggera, o di sfiducia nell’Italia; era questione di diverso. Era questione di “allargare il cerchio”, e, come Salovey, anche io credo che sia un degno obbiettivo da perseguire e onorare tutti i giorni della nostra vita.

Grazie per la sua domanda, signora. Spero adesso di aver risposto.

Sybil Fix (Charleston, Usa, 4 settembre 2018)

 

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