DI MAIO E SALVINI AL GOVERNO, LA DEBACLE DI UNA GENERAZIONE

giovedì 14th, giugno 2018 / 16:26
DI MAIO E SALVINI AL GOVERNO, LA DEBACLE DI UNA GENERAZIONE
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Le elezioni del 4 marzo, poi la nascita del Governo Lega-5Stelle, presentato come il “governo del cambiamento” e come l’inizio della terza Repubblica, ci dicono che il Paese è cambiato. Che ha dato un calcio nel culo alla vecchia politica e ha incoronato una nuova classe dirigente. Non del tutto nuova a dire il vero, perché la Lega ha governato a lungo con Berlusconi. E di disasri ne ha fatti abbastanza. Senza parlare dei soldi pubblici fatti sparire come in uno show del mago Silvan. Il quadro è comunque diverso da prima. Questo è innegabile. Ma al di là dei ragionamenti e delle valutazioni sulla prime azioni di Salvini come ministro dell’Interno (degli altri non vi è traccia alcuna), una cosa emerge dalla “rivoluzione”. Ed è la debacle di una generazione che pensava di essere arrivata al traguardo e invece si ritrova ad annaspare in mezzo ad un mare di mediocrità. E’ la generazione dei quarantenni. Quella stessa che con Renzi sulla cresta dell’onda rottamava tutto e tutti. Quella che si ritrova al comando con Salvini e Di Maio. Quarantacinque anni il primo, 31 anni il secondo. Due ragazzi. Più o meno come Renzi, come la Boschi, come la Madia, come la Gelmini, come Fratoianni, come Civati…

Con Salvini e Di Maio al governo, in posizione di comando, non di terza fila, la generazione dei quarantenni ha firmato il proprio de profundis. E la fine del sogno di un “cambio generazionale” oltre che politico. Sì, perché Salvini e Di Maio non sono nulla di nuovo. Non sono il meglio che quella generazione offre. Sono il peggio. Rappresentano la furberia, non il pensiero nuovo… Entrambi sono due nullafacenti, gente che nella vita ha fatto solo il politico di professione.  Uno è cresciuto nei telequiz berlusconani (come Renzi), fa il difensore strenuo della famiglia tradizionale ma ha divorziato già due volte, nonostante la giovane età. E’ stato eletto consigliere comunale a Milano nel ’93, a vent’anni… Mai un lavoro vero. E’ parlamentare Europeo, ma tra i più assenteisti in assoluto. Adesso che è ministro fa la voce grossa sul tema immigrazione, ma non ci è mai andato a discutere il trattato di Dublino sui migranti, né a discutere alcunché. E’ uno che ha capito però, che parlare alla pancia della gente paga. Che parlare il linguaggio dei ruspisti ti fa prendere i voti dei ruspisti e di chi una ruspa non ce l’ha, ma l’ha sempre sognata…  E’ un guitto. Non uno statista. 

Di Maio è più giovane, è davvero un ragazzo. Grillo e Casaleggio l’hanno incoronato perché si presenta bene, perché porta la giacca e la cravatta (magari gliel’hanno detto loro di portarla). Sembra davvero un leader creato a tavolino. Sbaglia i congiuntivi e pure i gerundi… Ma sa ripetere il mantra e questo basta. Cosa aveva fatto Di Maio, prima di assurgere a capo politico del Movimento 5 Stelle, primo partito d’Italia, e al ruolo di ministro? Niente. Il parlamentare. E prima del parlamentare? Niente. Si dice lo steward al San Paolo di Napoli. Che come curriculum non è il massimo. Si dirà: se uno è bravo che c’entra il curriculum? Poco o niente. Ma Di Maio è bravo? chi lo dice, cosa ha fatto perché ciò si possa affermare? una cosa l’ha fatta: ha sempre detto di sì a Grillo e Casaleggio. Per loro è affidabile. 

Di Maio incarna alla massima potenza la figura dello sfigato che ha scoperto che con 50 preferenze di amici e parenti sulla Piattaforma Rousseau (prima sul blog di Grillo) puoi andare in parlamento e svoltare nella vita… Un miracolato. Quante ce ne sono di figure così nel parlamento eletto il 4 marzo? Siamo sicuri che sia il meglio del Paese?

Una generazione che invocava il “merito”, che voleva rottamare il vecchio e consunto sistema precedente può ritenersi soddisfatta per aver mandato Di Maio e Salvini al governo del Paese?

Di Maio e Salvini (e Renzi), a parte l’età, non hanno nulla di diverso, quanto a status, rispetto ai D’Alema, ai Veltroni, ai Fassino, ai Cuperlo, cioè a quei dirigenti nati e cresciuti come esponenti di apparato, come figure di partito, gente che non ha mai fatto altro nella vita.

Io, nei panni di un quarantenne, mi sentirei tradito, preso per il culo. E questi sarebbero i nuovi? Via, non scherziamo… Avessero imbarcato, che so Saviano, Fusaro, Ilaria Cucchi, o magari anche “Zoro”, alias Diego Bianchi o Tomaso Montanari… No, questi ce li hanno contro, chi più chi meno. E anche il premier Conte (53 anni) è ancora un professor nessuno. Non si sa come la pensi, su niente, altro che pensiero lungo… Sembra si fidino solo dei fedelissimi. Dei pasdaran. E sono questi che fanno carriera, mica i filosofi, gli scrittori, i registi, gli economisti…

Quelli che hanno la mia età e hanno combattuto nella sinistra (dentro e fuori dai partiti) per “rottamare” lo stalinismo latente nella gestione dei partiti, nella selezione dei gruppi dirigenti adesso sorrideranno nel vedere che i nuovi sono più stalinisti dei vecchi. E Lega e 5 Stelle sono certamente più “leninisti” come concezione del partito anche rispetto al Pd, che è…  Disneyland a confronto… 

Il meglio della generazione dei quarantenni rimane ancora sottotraccia, invisibile, incompreso, lasciato a se stesso, non è quello che è andato al governo. Nei nuovi, compresi ministri, sottosegretari, deputati e senatori c’è qualcuno che esprime un “pensiero”, che può definirsi un intellettuale, cioè una “mosca cocchiera”, per usare una definizione di Gramsci? Oppure c’è solo gente col dente avvelenato, rancorosa, giustizialista (con gli altri), chiusa a riccio a difesa della propria posizione, conquistata unisatatamente?

Ci sono competenze, merito, innovazione, oppure il messaggio che emerge è che vince chi è più scaltro, più sveglio, nel senso di furbo, chi sa fiutare il vento e allinearsi alla corrente?

Credo che i 30-40enni dovrebbero riflettere su questo.

Poi, naturalmente ci sono anche 30-40enni che sono sul pezzo, che si son trovati a governare paesi e città… Penso anche a tanti sindaci di questo territorio: da Andrea Rossi di Montepulciano a Juri Bettollini di Chiusi, da Eva Barbanera di Cetona a Francesco Landi di Sarteano per citarne alcuni. Poi ci sono i loro assessori coetanei o quasi… e i segretari di partito. Qualcuno, prima di scendere in politica e prendere le redini di un Comune le sue esperienze lavorative (a differenza di Renzi, Salvini e Di Maio) le ha fatte, e – probabilmente – si nota.

In giro non c’è solo una generazione di furbi e furbastri che hanno capito che con la politica non solo si può campare e bene, ma si può arrivare a traguardi inusitati, se non ti metti di traverso… C’è anche gente che prova a recuperare un “pensiero”, a tenere la barra su certi valori, c’è gente che fa il segretario di partito, ma scrive romanzi, come Mattia Nocchi di Sarteano, e questa, dal mio punto di vista è una garanzia più forte di una fideiussione bancaria…

Quindi, se posso sommessamente avanzare un consiglio ai 30-40enni che sono al timone delle realtà locali, io direi loro di ascoltare e confrontarsi anche con chi di anni ne ha più di 60, e pure coi coi ventenni, come succedeva un tempo nelle sezioni del Pci, del Psi, della Dc…

Direi di non contornarsi sempre e solo di  yes men e yes women (per le women non in quel senso, naturalmente), di non aver paura della navigazione in mare aperto e di cercare, sempre e comunque, non chi applaude a prescindere, ma chi ha dimostrato e dimostra di saper raccontare delle cose, con la penna, con la musica, con l’arte, con la propria professione.

Siamo arrivati ad un punto tale che la scelta è praticamente obbligata. O si cambia verso, o il peggio dilagherà. E, al peggio, si sa, non c’è mai fine…

Marco Lorenzoni

 

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