CHIUSI, ANCHE IL RISTORANTE STORICO ‘ZAIRA’ CHIUDE I BATTENTI: SERVE UN PIZZICO DI FANTASIA

giovedì 04th, gennaio 2018 / 15:49
CHIUSI, ANCHE IL RISTORANTE STORICO ‘ZAIRA’ CHIUDE I BATTENTI: SERVE UN PIZZICO DI FANTASIA
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CHIUSI –  Era il ristorante storico di Chiusi per eccellenza. Non solo uno dei migliori. Ma il più antico tra quelli in attività. Era, perché con la fine dell’anno 2017, ha chiuso i battenti. Il ristorante Zaira, in via Arunte nel centro storico ha abbassato la saracinesca. Pare però che non si tratti di una chiusura definitiva, ma piuttosto di un “cambio di gestione”. La proprietà avrebbe infatti ceduto il ristorante ad altro soggetto che lo riaprirà appena possibile. Ma non sarà la stessa cosa.

Resta comunque la fine di una storia cominciata nel 1960, quando la famiglia Rubechi rilevò un’altra trattoria, la trattoria Mainò che era aperta dal 1910… Solo la cantina ricavata nei cunicoli sotterranei che costituiscono un vero e proprio labirinto utilizzato per migliaia di anni prima dagli etruschi, poi dai Romani, infine nel Medioevo e nel rinascimento, valeva bene una cena.

Vedremo se la nuova gestione manterrà le caratteristiche “storiche” del ristorante o se cambierà totalmente look e target. Intanto per ora Chiusi perde – sia pure temporaneamente – un suo “presidio” del buon mangiare e buon bere. Un luogo della memoria. Ciò avviene a pochi giorni dall’annuncio della chiusura della filiale del Monte dei Paschi, ed è quindi l’ennesimo segnale inequivocabile dell’impoverimento progressivo e inesorabile del centro storico di Chiusi, dove ormai le attività aperte si contano sulle dita di una mano, al massimo due. E tutte sembrano ormai negozi di testimonianza, piccoli baluardi di resistenza umana e civile.

Si dirà che è un destino comune a molti centri storici. Che Chiusi non fa eccezione. Ma anche questo è vero solo in parte. Perché ci sono centri storici che si barcamenano in condizioni identiche e a quelle di Chiusi e che sembrano vecchie mining town dismesse… E ci sono anche altri centri storici che pur avendo vissuto negli ultimi anni momenti di crescita e di sviluppo, oggi sono tornati a soffrire e a fare i conti con flussi turistici più contenuti. Ma ci sono, a dire il vero, anche cittadine che invece non sanno più come gestire le presenze turistiche e i flussi domenicali (vedi Montepulciano). Chiusi ha molta materia prima da vendere (la Cattedrale, le catacombe, il Museo, le tombe etrusche, ma anche una certa vitalità artistica e culturale, ha un bel teatro e altri luoghi interessanti per fare iniziative), ma fa fatica a farsi notare. A entrare nei circuiti, anche quelli locali. Quelli della domenica e delle feste ricordate. I ristoranti sono di solito uno dei “punti di richiamo” e quando chiudono anche i ristoranti, vuol dire che stanno cadendo anche le ultime difese.

Di questo passo il rischio è che anche nei momenti più vivaci (ad esempio l’estate, il festival Orizzonti ecc…) il centro storico si ritrovi senza strutture di supporto: senza strutture ricettive, senza ristoranti, senza bar, senza locali dove tirar tardi, senza negozi, senza alcuni servizi essenziali.

Ovvio che quello che manca non è solo un certo flusso turistico. Manca anche la popolazione. Manca il ricambio generazionale. Certo, se arrivassero più turisti forse crescerebbero anche le attività e qualcuno tornerebbe ad abitare nel centro storico, o viceversa, se ci fosse più vita e le attività fossero più vivaci, forse arriverebbero anche più turisti o “clienti” diciamo così… E’ la gente che chiama la gente…

Oggi Chiusi vive in un limbo grigio, informe, che somiglia a un deserto dove anche l’orizzonte è scuro e assiste silenziosa e impotente allo stillicidio di chiusure, a quel rumore triste solitario y final che fanno le saracinesche che si abbassano.

Certo le storie finiscono per tanti motivi. Anche personali, familiari. E non si può neanche dire che qualche tentativo per invertire la tendenza non sia stato fatto. Purtroppo però finora il tutto non ha funzionato. Non ha funzionato la scommessa del festival “off” versione Cigni, non hanno funzionato operazioni come quella dell’agenzia ALI (Palazzo delle Logge) che avrebbero dovuto portare decine di posti di lavoro, non ha funzionato la fusione della banca locale con quella di Montepulciano, con la sede centrale che ha perso progressivamente di ruolo e presenza… Non hanno funzionato come sperato le iniziative turistico-promozionali focalizzate sugli etruschi e sul patrimonio archeologico.  Solo il Lars Rock Fest alla fine ha rappresentato negli ultimi due anni un “colpo d’ala” capace di sparigliare le carte, di competere con le manifestazioni similari, di richiamare un pubblico extraterritoriale, proponendo un prodotto d’avanguardia, di qualità e non una minestra uguale alle altre. Il che significa che “osare” o scommettere su cose non banali a volte paga. Più che galleggiare. E questo vale per le iniziative culturali, m anche per i ristoranti, per i bar, per le attività commerciali.

Purtroppo sembra che a Chiusi molti siano ormai rassegnati ad un destino di declino e di desertificazione e che considerino ogni tentativo di “rianimazione” una sorta di accanimento terapeutico senza speranza: “poscia che le cittadi termine hanno” come diceva il sommo poeta, proprio a proposito di Chiusi, 700 anni fa. Si tratta di un atteggiamento comprensibile, ma – diciamolo – anche un po’ snob, tipico di chi non ha necessità dello sportello bancario, del negozio di alimentari sotto casa, del ristorante a km 0 perché può comunque andare dove vuole sia a fare la spesa, che a prendere un aperitivo o a teatro…  Qualcuno vede nel declino della città il risultato di politiche sbagliate o insufficienti e quindi vede nelle chiusure di ristoranti e attività il classico nodo che viene al pettine e anche questo è comprensibile. Fa parte della politica, delle letture che ognuno dà della società e della realtà. Solo che invece di proposte alternative echeggia solo qualche j’accuse. Vago peraltro.

Chiusi, voce del verbo chiudere. Così titolavamo su primapagina cartaceo una decina di anni fa, all’inizio della grande crisi, quando cominciavano a comparire i primi cartelli “vendesi” e “affittasi” sulle saracinesche. Da allora sono diverse decine le attività che hanno effettivamente chiuso i battenti sia nel centro storico che allo Scalo. La fine del tunnel non si vede ancora.

A 50 anni dal ’68, verrebbe da dire che Chiusi avrebbe bisogno soprattutto di una cosa: di un po’ di fantasia al potere… Senza fantasia, non ci può essere ripresa. Fantasia, non… eutanasia.

m.l.

 

 

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