LA PUBBLICITA’ DI UNA BOUTIQUE, IL CHINOTTO E I PUGNI ALZATI…

venerdì 03rd, novembre 2017 / 15:34
LA PUBBLICITA’ DI UNA BOUTIQUE,  IL CHINOTTO E I PUGNI ALZATI…
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CHIUSI – Tra le tante saracinesche abbassate i tanti cartelli “Vendesi” o “Affittasi” che sembra sia passato da poco l’uragano Katrina, a Chiusi Scalo c’è anche qualche negozio che ogni tanto si inventa un colpo a sorpresa. Sì, la pubblicità è l’anima del commercio, e se la fai in maniera intelligente e strana può anche funzionare di più. Tra questi negozi c’è sicuramente il Cantiere 75 (da non confondersi con quello – Internazionale d’Arte – di Montepulciano che è del ’76…). Il nome evoca luoghi di lavoro e di fatica. In realtà è una boutique. Abbigliamento da uomo. Capi griffati per lo più, non proprio a buon mercato, ma è roba bella e di qualità. E la roba bella e di qualità costa. Un paio di anni fa utilizzò come modello il noto attore locale Gianni Poliziani, la cui gigantografia campeggiò per mesi in una delle vetrine. Bella mossa, quel richiamo al teatro e alle eccellenze della piazza. Da ieri, su quella stessa vetrina campeggia un grande manifesto pubblicitario. Ma non di una marca di jeans & jackets. Del Chinotto San Pellegrino.

Non ho idea del perché la titolare del Cantiere 75 o chi le cura il marketing aziendale abbia scelto una pubblicità della storica bevanda italica. Lo slogan di quella pubblicità è una traccia: “Per l’esigente il meglio”…  Azzardo che possa essere un richiamo al made in Italy, all’Italian style. Al fatto che il Chinotto è una bevanda non banale. E piuttosto particolare. Fu inventato nell’Italia dell’autarchia mussoliniana come risposta casereccia alla Coca Cola americana messa al bando.

Di sicuro però non sarà quest’ultimo il motivo della scelta promozionale del negozio chiusino. Più probabile il riferimento al prodotto non banale, di nicchia forse, ma buono… Quasi da intenditori.

Ma – quando si dice le coincidenze – proprio ieri, mentre il Cantiere 75 accendeva la vetrina con il manifesto vintage del Chinotto, alla redazione di Primapagina  (che dista 10 metri lineari, non di più) arrivava via mail una fotografia, un po’ vintage anche quella. L’ha inviata una amica fiorentina che l’ha trovata esposta nella mostra “Gli anni militanti” del fotografo Mimmo Jodice a Bologna. La foto mostra un gruppo di giovani a pugno alzato… La didascalia dice  “Napoli ’73”. Piccola imprecisione. La data è sbagliata. E’ “Napoli ’76”.  Tre anni più tardi.

Quei ragazzi sono tutti chiusini ed erano a Napoli alla festa Nazionale de l’Unità. Nel ’76, appunto. Probabilmente la foto fu scattata al comizio finale di Enrico Berlinguer, davanti – dissero – a un milione di persone… C’è infatti un indizio che fa pensare che lo scatto sia stato effettuato proprio l’ultimo giorno della festa. Qualcuno ha il maglione. A collo alto addirittura, nonostante quel giorno facesse caldo a Napoli. Quel maglione non era un “tratto distintivo”, un vezzo modaiolo. E’ che dopo 3 o 4 notti passate a dormire nel sacco a pelo alla stazione Campi Flegrei o in qualche campeggio di fortuna, le magliette pulite erano finite e l’unica cosa indossabile era rimasta quel maglione. Caldo o non caldo…

Nell’immagine si riconoscono bene, da sinistra, Roberto Pacchieri, Maurizio Macchietti detto “Chiappasonno”, Gusmano Bacchetta, Susy Lucattini, Stefano Ciufegni, Lucia Lorenzoni e (seminascosto) il sottoscritto…  Non figurano, ma del gruppo facevano parte anche Pino Guccione, Raffaello “Lele” Battilana e Silvana Giulivi (che è l’amica che l’ha inviata a Primapagina). Un altro chiusino, Carlo Sacco,  era sul palco, dietro a Berlinguer, ad armeggiare con la sua Nikon e un teleobiettivo che ci voleva lo sherpa per portarlo appresso…

Ma quale sarebbe la coincidenza tra quella foto e la pubblicità del chinotto?

E’ che a quel tempo anche noi, spesso bevevamo il Chinotto. La birra non era di moda come adesso e poi c’era solo la Peroni, che diciamolo, non è che facesse impazzire. E non si poteva campare di gazzosa, che era la bibita più gettonata, ma solo perché costava meno. E quindi chinotto. Ma c’era una ragione di più. Chiedere un chinotto al barista (o un “chinsedici” se eravamo in due e all’epoca si era sempre più di uno, da soli non si andava neanche a pisciare) era come dire: “Vede, io vorrei una Coca Cola, ma sa com’è… io la Coca Cola non la bevo!” Che poi voleva dire ancora di più: “Io la Coca Cola non la bevo e non la compro perché non voglio finanziare una multinazionale che finanzia i colpi di stato e i regimi sanguinari come quello di Pinochet in Cile!” Erano quegli anni lì. Se non fosse per quel particolare del maglione, la foto potrebbe essere stata scattata anche al concerto degli Inti Illimani. E quei pugni alzati la sottolineatura a “El pueblo unido jamas serà vencido!”

Il chinotto quindi come scelta di campo. Come azione di resistenza contro l’imperialismo militare e commerciale americano. Ordinare un chinotto era un programma politico. Un segno distintivo. Come andare in giro con l’eskimo o con l’Unità o Lotta Continua piegato nella tasca della giacca, stando bene attenti che si vedesse la testata. Era un modo per fare gruppo, per riconoscersi. E a quel tempo era consigliabile riconoscersi al volo. Erano anni in cui si stava o di qua o di là.

A noi, ventenni (qualcuno anche meno) del’76, piaceva tutto dell’America. Ci piacevano i paesaggi dell’Arizona che erano quelli di Tex Willer e di Zabriskie Point, ci piaceva la letteratura, il teatro, il cinema. Ci piaceva il coraggio di  certi atleti come Tommy Smith e John Carlos o di certi giornalisti come Woodward e Bernstein che fecero scoppiare il Watergate. Di sicuro Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Creedence ci piacevano più del Coro dell’Armata Rossa e anche degli Inti Illimani, di cui pure sapevamo a memoria tutte le canzoni…

Ci piaceva tutto degli Usa, meno i presidenti e la politica estera. La Coca Cola ci piaceva, ma nessuno la beveva perché era il simbolo dell’imperialismo. Quindi meglio un italico e autarchico chinotto. Non so da quanti anni non assaggio un chinotto… So che da quella foto sono passati più di 40 anni. Quei pugni al vento e quei maglioni non ci sono più. Nostalgia? Per i vent’anni sì. Per il resto no, più delusione e rabbia per come è andata a finire.

Certo rivedersi dopo così tanto tempo e ritrovarsi oggetto di una mostra sul tempo che fu è brutto segno. Segno che stai invecchiando (ma se ci si riconosce vuol dire che tutto sommato non siamo invecchiati così tanto).

Il Chinotto per fortuna c’è ancora.

Grazie a Silvana Gulivi per aver scovato quella foto e per averla voluta condividere, grazie a Paola Fatichenti del Cantiere 75 per averci fatto ricordare, con una semplice pubblicità, che c’è stato un tempo in cui anche ordinare un chinotto era un gesto di disobbedienza civile e di resistenza umana. Di ribellione al pensiero unico. Una precisa scelta politica che fatta a 20 anni aveva anche più valore…

Marco Lorenzoni

 

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