CHIUSI, COME ERAVAMO. UNA SERIE DI FOTO SU VOLTI E LUOGHI ANNI ’60…

giovedì 30th, novembre 2017 / 20:01
CHIUSI, COME ERAVAMO. UNA SERIE DI FOTO SU VOLTI E LUOGHI ANNI ’60…
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CHIUSI – Da qualche giorno circolano su facebook alcune foto d’epoca di persone di Chiusi. Sono foto molto belle. E alcune mostrano, oltre alle persone, scorci e situazioni interessanti.

In una si vede un giovanotto con il cappotto piuttosto elegante e la sigaretta in mano che sembra un attore di un film di Rossellini del periodo neorealista. Quel giovanotto è l’indimenticato Franco Giannotti, grande trombettista e per anni maestro della Filarmonica Città di Chiusi. La foto lo ritrae in mezzo alla strada davanti a un edificio distrutto. Non dal terremoto o dalle ruspe per una ristrutturazione. L’edificio è l’Albergo la Sfinge fatto saltare in aria insieme alla Porta San Pietro nel giugno del ’44 dai tedeschi in ritirata. La foto è successiva, ma non di molto. Un anno o due probabilmente e Giannotti aveva meno di 20 anni. Come erano diversi i ventenni di allora! Lo sfondo ci racconta come era ridotta Chiusi dopo la guerra, ma in quella faccia serena (e Franco Giannotti era un tipo taciturno, poco incline agli slanci di gioia) c’è, evidente, la voglia di ricominciare a vivere. E nel suo caso, probabilmente, anche a suonare…

Un’altra fotografia ritrae invece un uomo più anziano. Con lo “spolverino” e il carro per il trasporto carni macellate trainato dal cavallo. Non siamo agli inizi del secolo, quando ancora non c’erano le auto o erano pochissimi ad averle. Lo scatto è di circa 20 anni dopo quello con Giannotti. L’uomo è Angelo Moretti dello “Il Canuto”. Il cavallo si chiamava “Biondo”. Siamo nel 1963, praticamente davanti a piazza Duomo. La scalinata che si intravede è quella che attualmente porta alla sede della Fondazione Orizzonti, sopra all’Ufficio Turistico. Che sia il 1963 si deduce dai manifesti elettorali appiccicati un po’ ovunque. All’epoca non esistevano gli “Spazi elettorali” e i partiti, anche i più piccoli e sparuti, attaccavano i manifesti dove potevano. Pure sui muri scrostati e fatiscenti.

Nel ’63 anche mio padre che faceva l’operaio aveva già la 500. Ce l’avevano tutti ormai la macchina. Ma a Chiusi c’era ancora il “trasporto carni” con il cavallo del Canuto. E’ stato uno degli ultimi testimoni di un’epoca passata, che ha resistito a lungo. Io che sono nato nel ’56, me lo ricordo qualche anno più tardi, ancora con quel suo cavallo (non so se era sempre Biondo o un altro…).

La campagna elettorale delle politiche del ’63 fu quella che portò in parlamento il leader locale del Psi, Loris Scricciolo, che nel Comitato di Liberazione Nazionale, nel ’44, rappresentava, giovanissimo, il Partito d’Azione. Il nome di Scricciolo si legge in uno dei manifesti, in alto, nella foto che immortala due signore eleganti appoggiate al colonnino di via della Misericordia, cinque metri più avanti a sinistra rispetto alla foto con il Canuto. Manifesti elettorali ovunque anche in questo scatto. Anche sul colonnino. Una delle due signore si chiamava Adelina e faceva la maestra. Era la moglie del professor Pietro Galeotti, insegnante di disegno, che era stato podestà durante il ventennio e durante la guerra. E’ un professore di scuola anche il signore in giacca e cravatta che sfoglia in compagnia di una signora il rotocalco “Bella”, davanti al teatro Mascagni. Si tratta del professor Antonio Maone, arrivato a Chiusi dalla Sicilia, socialista pure lui. Per anni è stato preside  delle Medie. Anche qui siamo negli anni ’60 e il comparto alle spalle era molto diverso rispetto ad oggi. Dietro quel cancello c’era un’aia. A pochi metri dal teatro.

Ma tra tutte le fotografia di questa “collezione” ce n’è una che è straordinaria sia per la qualità dello scatto, che per forza evocativa. E stavolta si riferisce a Chiusi Scalo e non al centro storico. Si tratta di un gruppo di lavoratori. Ferrovieri per l’esattezza. O operai in forza alla Fs. Alcuni sono arrampicati, come scalatori su una cima appena conquistata (l’impresa di Walter Bonatti sul K2 è del ’54, il periodo più o meno è quello) sul muso di una locomotiva a vapore. Una locomotiva come quella che il macchinista ferrarese Pietro Rigosi nel 1893 tentò di “dirottare” addosso a un “treno pieno di signori”, come ci ha raccontato Francesco Guccini con la sua ballata più nota, intitolata appunto “La locomotiva”… Rigosi non riuscì nell’intento di trasformare nella “bomba sua la macchina a vapore” per vendicare i torti subiti tutti i giorni dalla povera gente. La sua locomotiva “lanciata a bomba contro l’ingiustizia” fu deviata su un binario morto e si schiantò eruttando lapilli e lava… 

Non hanno facce bellicose i ferrovieri chiusini arrampicati sulla macchina a vapore, ma il volto sereno e fiero di chi vive del proprio lavoro e non si preoccupa se deve sporcarsi le mani e la faccia e i calzoni col carbone… Anche questa foto  è un’immagine che sembra più remota di quello che realmente è. Siamo anche qui tra la fine degli anni ’50 e la metà dei ’60. In quegli anni la stazione di Chiusi viveva il suo periodo forse più florido e tumultuoso. La guerra, con quel bombardamento devastante era ormai alle spalle, il fabbricato distrutto era stato ricostruito, nel piazzale era tutto un via vai di pullman, taxi e vetture varie grazie allo sviluppo commerciale e produttivo dello Scalo, ma anche a Chianciano che era nell’epoca d’oro. A questo proposito (la stazione) è significativa e bella la foto utilizzata come manifesto per la Fiera in programma domenica 3 dicembre. 

Diciamolo: Chiusi Scalo e anche Chiusi città erano parecchio più “sgarrupate” di adesso, un po’ per la ricostruzione faticosa dopo le distruzioni belliche, un po’ perché il boom portò ad uno sviluppo tutt’altro che ordinato. Le facciate con l’intonaco cadente, i marciapiedi approssimativi, i manifesti elettorali e non solo attaccati dappertutto e spesso strappati davano un’immagine non proprio piacevole alla vista. Ma la città, anche con quelle figure ormai fuori tempo, come il Canuto e il suo cavallo o la Locomotiva a vapore, retaggio di un’epoca al tramonto, era comunque una realtà viva, pulsante, che aveva voglia di crescere. Oggi è una città in crisi, sempre sul crinale del vorrei, ma non posso. Sempre in bilico tra il sentirsi scrigno di storia da custodire e mostrare come un oracolo  e allo stesso tempo luogo simbolo e motore della modernità di un intero comprensorio… Un dilemma irrisolto.

Ma queste foto non fanno solo nostalgia. Non sono solo ricordi, per qualcuno, probabilmente, indelebili. Sono a mio avviso anche elemento di riflessione. Dovrebbero esserlo, quantomeno. Sia per chi governa, sia per chi si oppone. Per chi organizza eventi o categorie economiche.

Perché queste foto – grazie a chi le ha tirate fuori dal cassetto e le ha rese pubbliche – ci dicono come eravamo. Sono lo specchio non appannato di una città, che con tutti i suoi limiti, con tutte le sue magagne e contraddizioni, non è mai stata e non è una città qualunque. Ma questo lo dice anche la storia a pensarci bene…

Marco Lorenzoni

 

 

 

 

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