BIOMASSE A SAN DONNINO: DOMENICA 12 ASSEMBLEA A CITTA’ DELLA PIEVE. NASCE IL FRONTE DEL NO

giovedì 09th, novembre 2017 / 12:22
BIOMASSE A SAN DONNINO: DOMENICA 12 ASSEMBLEA A CITTA’ DELLA PIEVE. NASCE IL FRONTE DEL NO
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CITTA’ DELLA PIEVE – L’impianto a biomasse in costruzione in località San Donnino nella campagna pievese, in direzione Fabro, non convince soprattutto i fabresi che si troverebbero diciamo sottovento in caso di tramontana e un paio di anni fa stopparono un progetto simile nel loro territorio. Ma anche nella città del Perugino dopo una iniziale indifferenza comincia a salire la febbre della contestazione e si profila la costituzione di un vero e proprio fronte del no. Domenica prossima, alle ore 17,00, preso la Sala Sant’Agostino si terrà infatti una prima assemblea pubblica organizzata dal comitato No Biomasse di Fabro e dalla associazione ecologista “Il Riccio” di Città della Pieve.

Dalla nota di convocazione e invito pubblicata sui social si intuisce che non si tratti solo di una iniziativa per informare, quanto piuttosto per “opporsi” all’impianto di San Donnino. Evidentemente le spiegazioni e le rassicurazioni fornite fin qui dal sindaco Scricciolo non sono bastate. I promotori dell’assemblea auspicano la presenza di amministratori pubblici, forze politiche e associazioni di tutto il territorio contiguo a Città della Pieve: da Fabro e Monteleone a Cetona e Chiusi. La data festiva e l’orario pomeridiano potrebbero non aiutare in questo senso, ma domenica 12 non ci sono nemmeno le partite di serie A, potrebbe scapparci quindi anche una buona partecipazione. Difficile che si presentino sindaci, assessori e segretari del Pd del versante senese, che nella stessa giornata saranno impegnati nell’assemblea provinciale del partito per eleggere il segretario. Vedremo.  Annunciata dai promotori la presenza di “esperti legali, medici e tecnici indipendenti, tra cui il Prof. Maurizio Venezi Presidente della Società Internazionale Medici per l’Ambiente (ISDE-Perugia) e l’Avv.Valeria Passeri.

Chiara l’intenzione di smontare il progetto San Donnino anche sotto l’aspetto giuridico e sanitario. “Dove si parla di biomasse c’è combustione e dove c’è combustione c’è sempre puzza di bruciato!”, questo è un po’ l’assunto di base. E chi si oppone all’impianto teme che alla fine non bruci solo potature e sfalci prodotti in loco, ma anche altro, come peraltro previsto dalla legge nazionale, al di là delle prescrizioni fissate nella autorizzazione comunale.  E questo anche perché le potature locali potrebbero non essere sufficienti a  garantire funzionalità a regime e quindi redditività dell’impianto stesso.

E’ vero che le prescrizioni dell’autorizzazione comunale sono chiare e il sindaco le ha più volte ribadite. Quindi vanno prese per buone fino a  prova contraria. Ma… c’è un “ma” grosso come una casa. Ed è questo: l’impianto in questione non è un impianto a servizio di una azienda agricola, che ha necessità di smaltire sfalci e potature derivanti dalla propria attività, e per non farlo in maniera incontrollata direttamente nei campi, senza alcun ritorno, ha deciso di investire e recuperare anche un minimo di energia… In questo caso si tratta di un impianto che non ha nulla a che fare con l’attività agricola, ma è di pura e semplice produzione energetica. Tant’è che non sarebbe gestito da azienda agricola, ma da una impresa che opera nel settore energetico e dei rifiuti in varie parti d’Italia (ha sede a Rimini) e ha acquisito la disponibilità del terreno a San Donnino. La sua necessità non è quella di smaltire dei materiali vegetali di risulta, ma quella di fare un business dal trattamento/incenerimento di quei materiali producendo appunto energia per rivenderla…

In questo senso l’operazione non si configura come una “migliorìa” tecnologica e anche dal punto di vista ambientale (gli sfalci meglio bruciarli in impianti controllati e dotati di filtri, che all’aria aperta) di una attività agricola esistente, ma addirittura come “sottrazione di suolo” all’attività agricola, per destinarlo ad altri scopi. Diciamo pure industriali, sebbene con dimensioni dell’impianto, non esorbitanti. Cosa prevede il Comune di Città della Pieve, come indirizzi strategici relativamente al consumo di suolo e in particolare del suolo agricolo? Un’operazione del genere è in linea con tali indirizzi?

Non solo, c’è anche un altro aspetto, e qui emerge un ulteriore elemento che, come abbiamo già scritto in un articolo precedente, non depone a favore dell’impianto: Maurizio Succi,  presidente della società Tecnologie Ambientali Srl che è la promotrice del progetto di San Donnino è sotto inchiesta per ipotesi di truffa ai danni del Comune di Grosseto per la gestione dell’impianto di trattamento dei rifiuti della città maremmana. La notizia è apparsa anche su primapagina il 21 ottobre scorso.

Quindi l’azienda promotrice non ha nulla di agricolo, vuol fare un business energetico, ma non si capisce perché proprio lì, e per di più è sotto inchiesta per truffa…

Basterebbe questo, a nostro avviso, al di là degli aspetti tecnici dell’impianto e ai possibili rischi legati alle emissioni, per pensarci bene e magari stoppare l’operazione. Il Comune ha solo ratificato, con l’autorizzazione amministrativa, il diritto del proponente a fare il suo business, come previsto alle leggi? Certo. Ma tale affermazione avrebbe senso in presenza di una “esigenza agricola” e di situazione chiara e lineare, ma in presenza di una azienda che non ha nulla di agricolo ed è sub iudice per reati connessi proprio all’attività di trattamento di rifiuti, è quantomeno improvvida e perde di valore.

Tra l’altro il sindaco Fausto Scricciolo non solo ha una storia personale di esponente ambientalista, ma di mestiere fa l’ispettore sanitario-ambientale per la Asl senese, conosce bene questo genere di cose. Stupirebbe se dovesse arroccarsi a difesa della scelta che ha definito “solo amministrativa, non politica”. Ripensarci non sarebbe una sconfessione o una sconfitta.

Quando alcuni membri del comitato No Biomasse di Fabro hanno ricevuto minacce anonime, due settimane fa, lo stesso Scricciolo ha espresso solidarietà. Un segnale di distensione. Parteciperà all’assemblea del 12? si vedrà.

Prima di scatenare una battaglia sui rischi per la salute tra chi sostiene che un impianto a biomasse equivale a diossina e veleni e chi tenterà di minimizzare dicendo che è solo legna da ardere come quella delle stufe e dei caminetti, forse prendere in esame e valutare il profilo dell’azienda proponente, quale emerge dalle cronache, e il fatto che  il tutto c’entri poco con l’agricoltura, e anche con il territorio, forse potrebbe facilitare il confronto.

Di impianti a biomasse ad uso e servizio di aziende agricole, magari di dimensioni ridotte, sotto la soglia che prevede autorizzazioni complesse e valutazioni di impatto ambientale, ce ne sono parecchi nel territorio. Non sempre sono sorti comitati contrari. Molte questioni passano sotto silenzio.

Alcune porzioni rilevanti di terreno sono state sottratte all’agricoltura per impiantare pannelli fotovoltaici, che non emettono fumi, ma non sono certo belli a vedersi e deturpano abbastanza il paesaggio che è e resta una risorsa. Si assiste in questi ultimi tempi al taglio indiscriminato di piante e alberi nei centri abitati (vedi il caso recente di Chiusi Scalo), ma anche in aree di pregio assoluto come la Valdorcia o l’area del Trasimeno, nella quasi totale indifferenza. Della mega stalla da migliaia di capi che produrranno centinaia di tonnellate al giorno di liquami, che il sindaco di Venezia Brugnaro sta realizzando a metà strada tra i laghi di Chiusi e Montepulciano, a pochi centinaia di metri dal canale che li collega finora nessuno parla. Avrà bisogno di un impianto per smaltire sfasci, potature e deiezioni animali? E che dimensioni avrà? Quello di San Donnino potrebbe essere uno scherzo a confronto. Eppure nessuno ne parla.

Ma c’è una strana costante in molti interventi di questo genere. Quasi sempre vengono proposti o realizzati al confine estremo del Comune in cui ricadono. La mega stalla del sindaco di Venezia è vicina a Montallese (Chiusi), ma in territorio di Castiglione del Lago, a 15 km almeno dalla città lacustre dove le esalazioni non arriveranno. Sarebbe stato lontano 15 km da Castiglione del Lago anche l’impianto a biomasse de Le Coste, proposto e stoppato qualche anno fa. O l’altro, proposto e stoppato a Villastrada. Quello di San Donnino è 10 Km dal centro storico di Città della Pieve…

Sembra che la sindrome NIMBY (not in my back yard, non nel mio giardino) non attanagli solo i comitati di protesta, ma anche e soprattutto gli amministratori che autorizzano certe operazioni: ok si può fare, ma il più lontano possibile. Se poi è vicino a casa d’altri pazienza. Se è in “terra di nessuno” tanto meglio.

m.l.

 

 

 

 

 

 

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