CHE GUEVARA, IL MITO DELLA SCONFITTA

martedì 10th, ottobre 2017 / 15:49
CHE GUEVARA, IL MITO DELLA SCONFITTA
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Ieri era il 9 ottobre. E il 9 ottobre di 50 anni fa moriva Ernesto Guevara de la Serna, detto El Che. Trucidato a sangue freddo in un villaggio ai margini della giungla boliviana dai militari mandati a fermare la ‘guerrilla’.

Sui social la ricorrenza è stata ampiamente ricordata. In tanti si sono scatenati nel postare fotografie, ricordi, video, canzoni in memoria del rivoluzionario più romantico del ‘900.

Anche io sono tra quelli che a 17 anni il poster del Che attaccato in camera ce l’avevano. Anzi ce ne avevo due: la foto di Korda pubblicata da Feltrinelli e un “ritratto a tecnica mista” che avevo fatto da solo con china e acquerello…  17 anni significa 1973, sei anni dopo la morte del Che. Eppure ogni volta che l’occhio mi cadeva su quelle due immagini mi tornava in mente la notizia dell’uccisione data dal Telegiornale nel ’67. Ero un bambino, ma quella cosa mi rimase impressa anche se allora non avevo idea del perché fosse così importante quel “guerrillero”.

Mi sembrò un eroe da film western, di quelli che già cominciavano a circolare, con gli eroi non proprio tutti d’un pezzo, impolverati, con la barba incolta e una certa tendenza a stare coi più deboli… O un eroe da fumetto. Una sorta di Tex Willer non invincibile, più umano. E infatti l’avevano preso e fatto fuori… Ed è lì, in quell’epilogo tragico, che secondo me è nato il mito del Che.

Anche Lenin è stato un grandissimo rivoluzionario, 50 anni prima del Che, ma Lenin non ha avuto la faccia stampata su milioni di magliette, non ha avuto una canzone cantata in tutto il mondo… E neanche Gramsci. Perché Lenin e Gramsci non sono morti nella jungla. Ma anche perché “gli eroi son tutti giovani e belli” e loro non erano – diciamolo – giovani e belli come El Che Guevara. Se invece che con quella divisa sgualcita, il basco con la stella, la pistola alla fondina, i capelli al vento e lo sguardo dritto nel futuro, il Che fosse stato fotografato in giacca e cravatta,  senza capelli, gli occhiali e un po’ di pancia, come tanti ministri o dirigenti politici dell’epoca non avrebbe avuto lo stesso appeal. Quando lasciò Cuba e sbarcò in Bolivia, dove provò ad esportare la revoluciòn, appariva così, ma era un travestimento per non farsi riconoscere. E quello non era “El Che”.

Ma al di là dell’immagine di eroe romantico, giovane e bello, e pronto a dare la vita per la causa, cioè per la rivoluzione, è con quella morte – annunciata peraltro prima che avvenisse –  che Ernesto Guevara è diventato l’icona che è diventato. Il mito del Che è sì il mito del coraggio, ma anche il mito della sconfitta.

Soprattutto a sinistra, nella sinistra libertaria, non ottusa stalinista e burocratica, nella sinistra del pensiero libero, la sconfitta  non solo fa parte del gioco. Secondo me è… nel Dna.

C’è qualcosa di profondamente sudamericano (e di argentino in particolare) in tutto questo, ma c’è anche qualcosa che ha a che fare con quella che qualcuno ha chiamato l’etica della sconfitta, il valore del gesto estremo di chi sa di essere nel giusto, ma sa anche che non vincerà.

Ricordo una splendida lezione sull’etica della sconfitta tenuta una quindicina di anni fa da un compatriota del Che, argentino pure lui: Julio Velasco, allenatore di pallavolo. Velasco partiva dallo sport, per andare a parare oltre. Forse è rintracciabile su youtube. Consiglio di andarsela a cercare… Illuminante.

E, ora che ci penso, mi torna in mente anche uno spettacolo teatrale che allestimmo a Chiusi e Città della Pieve, qualche anno fa, nel 2010: si intitolava Bisogna saper perdere. Si parlava per lo più di musica, ma si voleva andare a parere altrove anche lì… Era uno spettacolo sul senso di sconfitta di una generazione, quella guarda caso cresciuta con i poster del Che nelle camerette e con il rock dei Led Zeppelin, dei Creedence e dei Pink Floyd in sottofondo…

Certo, se Che Guevara fosse morto nel suo letto per un attacco di asma di cui soffriva, se fosse rimasto vittima di un incidente aereo come il suo amico e compagno Camilo Cienfuegos (ammesso che si trattò di un incidente, ma questo è altro discorso), e non fosse stato ucciso dopo esser stato catturato dai governativi boliviani, non sarebbe diventato El Che. L’immagine del suo cadavere esposta e fatta riprendere dalle tv di tutto il mondo non sarebbe stata paragonata al Cristo morto del Mantegna, uno dei più suggestivi mai dipinti. E non ci sarebbero state nemmeno tutte quelle magliette, tutti quei poster, tutte quelle bandiere… 

Ovviamente il periodo in cui il fatto successe, ha avuto il  il suo peso. Erano gli anni della guerra del Viet Nam, dell’esplosione del rock e della pop art, del pugno nero guantato di Tommy Smith e John Carlos, era in pratica l’inizio del ’68… La società dell’immagine stava prendendo il sopravvento. E l’immagine del Che, quella bella immagine tratta dalla foto di Korda, si prestava eccome a farne un mito immortale. Buono per la sinistra romantica e libertaria, buono per i maoisti che si contrapponevano all’epoca al comunismo sovietico, buono per i sostenitori della revoluciòn cubana cui El Che partecipò attivamente e buono anche per gli anticastristi che nell’addio a Cuba di Guevara videro un contrasto con Fidèl, sempre più filosovietico… Buono anche per chi con la sinistra non ha nulla a che fare ma ha sempre coltivato il mito del coraggio individuale e della bella morte col pugnale in mano…

Personalmente resto affascinato dalla figura di Guevara, ma avverto pesantemente quel senso di sconfitta, anche generazionale, che la sua esperienza promana. Molti della mia generazione negli anni immediatamente successivi non capirono la lezione di quel 9 ottobre ’67.  Provarono a fare la rivoluzione sbagliando tattica, bersagli e strategia; altri si sono piegati e assuefatti alle logiche “vincenti” e così la sconfitta è diventata una disfatta. Su tutti i fronti o quasi. Unica consolazione l’aver ascoltato belle canzoni e aver visto giocare Best, Rivera, Antognoni e Cruijff.

Tra l’esaltazione del vincente che negli ultimi 30 anni ha trabordato ovunque, dalla scuola ai media, alla politica, e l’etica romantica e perdente dell’eroe sconfitto io preferisco la seconda. Per indole e perché appartengo ad una generazione di sconfitti. Se qualcuno della medesima generazione ci ha lucrato e ha fatto pure i soldi o carriera non vuol dire che avesse ragione. Ha avuto fiuto, al massimo.

Io tifavo Gimondi, che era un grandissimo, ma contro Merckx perdeva e arrivava secondo. Tifavo Fiorentina che in quegli anni vinse uno scudetto, ma poi non ne ha più visto uno nemmeno in fotografia. Diventai pure comunista, militante. Eravamo tanti, ma non abbastanza. Quando ascoltavo il telegiornale stavo con i vietnamiti, come al cinema tenevo per gli indiani contro le giacche blu. E’ quando hai 17-18 anni che ti fai un’opinione e un’idea politica… Io a 17 anni, con il poster del Che appeso in camera, vidi Allende morire con il mitra in mano dentro il palazzo presidenziale assediato e bombardato. Allende non era un ‘guerrillero’ rivoluzionario come El Che. Era un presidente socialista democraticamente eletto e deposto con un golpe militare. Mi ricordò la morte del Che in Bolivia. E ancora oggi le due cose mi sembrano legate dallo stesso filo. Quello dell’etica della sconfitta. Solo che le sconfitte, anche se gloriose, cominciano a pesare sulle spalle, come gli anni. “Hasta siempre comandante” si può ancora dire. Hasta la victoria, lasciamo perdere..

Marco Lorenzoni

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