MONTICCHIELLO, UN TEATRO POVERO DA ESPORTARE (MAGARI LADDOVE SI DISCUTE DI FUSIONI TRA COMUNI)

venerdì 04th, agosto 2017 / 17:56
MONTICCHIELLO, UN TEATRO POVERO DA ESPORTARE (MAGARI LADDOVE SI DISCUTE DI FUSIONI TRA COMUNI)
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Monticchiello è Monticchiello. E val bene una gita. Sempre. E’ un luogo dell’anima dove una serata d’estate ti può riconciliare con il mondo. Il Teatro Povero è stato, è e resta un’esperienza di resistenza umana straordinaria e forse irripetibile. Un esperimento culturale, sociologico e antropologico di eccezionale valore.

Gli autodrammi del Teatro Povero messi in scena uno all’anno per 50 anni esatti rappresentano la traccia tangibile della memoria di una comunità che per sopravvivere ha deciso di raccontarsi e di mettersi in piazza, anzi in palcoscenico, a raccontare non solo la propria storia, ma anche le proprie paure, le proprie contraddizioni, la propria difficoltà ad accettare i cambiamenti epocali e quelli più subdoli e striscianti, dalla fine della mezzadria, alla fuga dalle campagne, fino alla globalizzazione, all’esplosione tecnologica, alla crisi economica di questi anni, passando attraverso la crisi della politica e la fine dei partiti, le relazioni interpersonali e la conflittualità generazionale, il rapporto con la diversità…

Da 50 anni il Teatro Povero di Monticchiello trasforma gli abitanti di un borgo che senza di esso sarebbe porbabilmente diventato un paese fantasma, in attori, che non recitano più solo se stessi, come all’inizio, ma provano ad andare oltre, più a fondo, senza la presunzione però di offrire ricette e soluzioni, come magari usava fare il teatro politico e impegnato degli anni ’60 e ’70, quando il Teatro Povero nacque e mosse i primi passi, sotto la guida di Arnaldo Della Giovampaola.

Da qualche anno, il regista Andrea Cresti affronta sì temi caldi e di grande attualità, ma li prende meno di petto. Li mette in piazza, ma evita di entrare nell’agone del pro e contro. Non prende una posizione netta.

L’autodramma di quest’anno si intitola “Mal Comune” e tratta il tema della fusione, per legge,  dei comuni sotto ai 5.000 abitanti. Un tema che richiama le origini del Teatro Povero che nacque proprio per l’esigenza di “mantenere in vita” e abitato il borgo di Monticchiello che rischiava lo spopolamento e l’abbandono. Un tema che in questo momento è molto sentito e in discussione in alcuni comuni vicini a Monticchiello come Torrita di Siena e Montepulciano, San Giovanni d’Asso e Montalcino, Rapolano e Asciano…

Volendo cercare e trovare il pelo nell’uovo si può dire che anche stavolta (come già da un paio d’anni a questa parte) il livello della recitazione è rimasto un po’ al di sotto degli standard storici del Teatro Povero e anche delle varie compagnie del territorio. Forse per un ricambio fisiologico degli attori e quindi per un problema di “adattamento” dei nuovi. Forse per un po’ di comprensibile stanchezza. Insomma un Teatro Povero impoverito, sotto questo profilo, rispetto a come lo abbiamo conosciuto in passato, ma non per questo da stroncare.

Si può dire che il testo – efficacissimo se letto su carta – rimane un po’ troppo aulico nel linguaggio dei protagonisti, che risultano quindi un po’ scolastici… Si può dire che anche stavolta come altre volte, il testo non solo non prende posizione, ma non offre chiaramente allo spettatore neanche il punto di vista del Teatro Povero sulla questione trattata. Si capisce che la comunità del borgo in via di estinzione vorrebbe un’Europa a misura delle persone, con le loro diversità, e non basata su numeri e algoritmi aridi, su criteri esclusivamente economicistici. Si capisce, questo sì, che quella comunità fa fatica, come tutte le comunità, quindi come tutto il Paese, ad ucire dai propri limiti, da logiche individualiste e di tornaconto… Ma alla fine non offre una via d’uscita se non quella amara del sogno che si infrange…  Quasi a dire che una via d’uscita non c’è.  C’è l’eterna lotta tra il progresso (vero o presunto) e la conservazione che a volte non è conservazione, ma resistenza umana, rispetto per la propria storia, per le proprie radici.

Va detto, però, che nel caso specifico di “MalComune” e del tema che l’autodramma 2017 affronta, il Teatro Povero una sua risposta l’aveva già data, con larghissimo anticipo e in modo molto chiaro: al rischio di spopolamento e di “chiusura dei battenti” per una piccola comunità, rispose con il teatro. Con l’autodramma. Cominciò a farlo nel 1967. Prima ancora che “esplodesse” il ’68 e l’autunno caldo. Per 50 anni non ha fatto altro che ribadirlo…

Per questo motivo, al di là di qualche limite tecnico-recitativo dello spettacolo (che ci può stare anche se il Teatro Povero ci aveva abituato a performances migliori), vorremmo consigliare ai Sindaci e ai fautori delle fusioni tra Comuni, ai Comitati che invece vi si oppongono, come quello agguerritissimo di Torrita, di andare a vedere ‘MalComune’ da qui al 14 agosto. E magari di chiedere al Teatro Povero di fare uno strappo alla regola e di “esportare” lo spettacolo fuori dalle mura di Monticchiello e repricarlo proprio laddove si discute di fusioni e accorpamenti. Potrebbe aiutare ad affrontare la questione in modo meno astioso…

m.l.

 

 

 

 

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