PUBLIC SERVICE BROADCASTING: I MINATORI DEL GALLES, CORBYN E… IL LARS ROCK FEST. INTERVISTA AL LEADER DEL GRUPPO

sabato 08th, luglio 2017 / 18:28
PUBLIC SERVICE BROADCASTING: I MINATORI DEL GALLES, CORBYN E… IL LARS ROCK FEST. INTERVISTA AL LEADER DEL GRUPPO
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CHIUSI – Fa un caldo boia ai giardini di Chiusi Scalo. Sono le 16,00, i Public Service Broadcasting hanno appena terminato il soundcheck. Sono praticamente squagliati come ghiaccioli (sono inglesi, biondicci, bianchi come il latte… forse non troppo abituati a temperature del genere), ma… una sciacquata, una bottiglietta d’acqua minerale e J. Willgoose è pronto per l’intervista che avevamo “prenotato” attraverso il direttore artistico del Lars Rock Fest Alessandro Sambucari. Il giovane chitarrista (ma anche banjo e sintetizzatore) della band britannica non si sottrae, purché la chiacchierata si faccia all’ombra… Accordato. Naturalmente il biondo e occhialuto Willgoose parla a nome di tutto il gruppo. Naturalmente in inglese…

La vostra musica è stata definita “retrofuturista”, nel senso che trasmette un senso di nostalgia per il futuro. Dalla corsa allo spazio, alla fiducia nel progresso, cantata attraverso i minatori nell’ultimo disco appena uscito. Un progresso visto in retrospettiva, insomma. Cosa pensate di questo punto di vista per leggere la vostra musica?
Sì, nostalgia per il futuro è un punto di vista che mi convince. Pura e semplice nostalgia no, sarebbe sbagliato. Nostalgia per il futuro è un concetto che tiene insieme sia la consapevolezza che rileggere oggi la storia di ieri ci permette di trovarne il senso, la direzione, l’idea di progresso appunto, e che, in ogni caso, il secondo dopoguerra fino agli anni ’70 è stato un periodo di progresso irripetibile a cui siamo sentimentalmente legati.

Fino agli anni ’70. Già, perché dopo cosa è successo? E che c’entrano in tutto ciò i minatori che raccontate nel vostro nuovissimo disco “Every Valley”?
Negli anni ’80 ha vinto l’individualismo, l’idea che la società non esista, che le comunità non contino. In questo senso, dopo aver cantato le grandi imprese dell’uomo (la corsa allo spazio, per esempio) ci è piaciuto raccontare una piccola comunità, importantissima, che in quegli anni ’80 è stato un simbolo di resistenza: i minatori del Galles. A tal proposito, abbiamo letto sul Venerdì di Repubblica tre bellissime pagine, che hanno raccontato la nostra storia e quella dei minatori.

Già, proprio quei minatori del Galles che hanno lottato contro la Thatcher. In questi mesi in Inghilterra sta succedendo di tutto: il Labour che ottiene un risultato impressionante alle elezioni, il popolo del festival di Glastonbury che inneggia a Corbyn. Noi italiani siamo increduli, ma che sta succedendo? Raccontatecelo voi!
La pagina del voto della Brexit è stata un trauma, in cui ha avuto un ruolo anche quel senso di egoismo anticomunitario. Forse per i giovani, che sono la generazione più sentimentalmente e materialmente connessa all’Europa, è suonata una sveglia: quella all’impegno, in primis partecipando al voto. Corbyn ha saputo mobilitare e capitalizzare questa voglia di rivincita e d’impegno e il risultato elettorale è stato sorprendente, tanto che pochi mesi fa tutti in Inghilterra erano rassegnati al governo dei conservatori per chissà quanti altri anni ancora, mentre adesso si fa il conto alla rovescia perché il governo della May cada.

Prima del vostro album a parlare di queste cose c’era solo Ken Loach…
Ora ci siamo anche noi (ride). Più siamo meglio è…

Che effetto vi fa trovarvi a suonare in un piccolo paese di 9.000 abitanti nel centro Italia come Chiusi?
Ecco, a proposito di comunità, ci colpisce vedere che in un piccolo paese si riescano a fare dei concerti gratuiti con artisti internazionali, che la gente provi ancora il gusto e la curiosità di uscire la sera, socializzare, ascoltare chi sta suonando, che ci sia chi finanzia e chi s’impegna per realizzare dei festival. In Inghilterra c’è una grande scena musicale, il music business è colossale, ma questo senso di comunità che si costruisce vivendo i propri spazi pubblici non esiste più.

Confrontando il nostro punto di vista con quello dei Public Service Broadcasting, viene in mente che dovremmo avere più a cuore la nostra innata capacità di vivere le piazze e le nostre città. Viviamo un clima cupo, cominciamo a trovare ragionevole di transennare le nostre piazze barattando la libertà con un briciolo di sicurezza (ma poi, siamo sicuri?) in più. Non abdicare al progresso, che cantano i Public Service Broadcasting, forse vuol dire anche vivere un po’ di canzoni contro la paura. In piazza, anzi nel nostro caso ai giardini pubblici di Chiusi. A stasera! Ne varrà la pena. Fidatevi!

 Davide Astolfi
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