LA STORIA AMARA DI PIETRO GUAZZINI, PARTIGIANO CHIUSINO GENEROSO E SFORTUNATO

lunedì 05th, giugno 2017 / 13:16
LA STORIA AMARA DI PIETRO GUAZZINI, PARTIGIANO CHIUSINO GENEROSO E SFORTUNATO
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CHIUSI – Nel monumento ai caduti della Resistenza opera dello scultore Vasco Nasorri, che si trova nel giardinetto di Largo Cacioli a Chiusi città, figura tra gli altri il nome di Pietro Guazzini. Ma la sua è una storia particolare. Diversa da quelle degli altri caduti.

Pietro Guazzini è un sottotente dell’esercito italiano di stanza nei Balcani. L’8 settembre del ’43 si trova in Montenegro dove è dislocato il XIV Corpo d’Armata, composto da 4 divisioni: l’Emilia, la Taurinense, la Venezia e la Ferrara. Di queste solo una, la Ferrara, decide di non non opporsi ai tedeschi, mentre le altre, dal giorno seguente l’armistizio, cominciano a combattere contro l’ex alleato, cercando contatti con le forze della resistenza locale. I tedeschi contro gli italiani “traditori” sono spietati e infliggono gravi perdite in numerosi scontri. Dal 10 ottobre, la Venezia, comandata dal generale Giovan Battista Oxilia, e i resti della Taurinense entrano a far parte dell’Eplj, l’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, e per tre mesi partecipano alle operazioni belliche.

In quei giorni il sottotenente Guazzini, di Chiusi, insieme ad un gruppo di ufficiali e soldati italiani si trova presso la stazione di Mioce, vicino a Priboj.  I militari si sono rifugiati nell’infermeria della “Venezia”, comandata dall’ufficiale medico Pasquale Scibeli, hanno già deciso di non seguire i tedeschi e i fascisti. Si stanno riorganizzando dopo lo sbandamento seguito all’armistizio, per combattere a fianco dei partigiani jugoslavi. Ma qualcosa va storto. Quando i partigiani di Tito arrivano a Priboj e incontrano i militari italiani, dicono di essere stati informati che tra loro c’è un “centurione” delle camicie nere, tale Mario Capurso. Che in effetti c’è. Gli ufficiali e i soldati della Venezia, mossi da umana pietà e da generosità, sapendo che per lui non ci sarebbe stato scampo se lo avessero consegnato, gli hanno fatto indossare una divisa delle loro, per nasconderlo e salvargli la vita… Ma qualcuno tra i civili e i partigiani riconosce Capurso. E così tutti gli ufficiali italiani (il capitano Roberto Carpi, il tenente Iginio Fiore, i sottotenenti Pierto Guazzini e Umberto Oltremonti, il tenente cappellano degli alpini Don Giacomo Mora di Fumeri e, secondo alcune fonti,  anche il maresciallo dei Carabinieri Gaetano Cellie, il sergente Bernardino Leone e il carabiniere Dino Amadori) vengono accusati di slealtà, messi al muro e fucilati sul posto. Insieme al fascista Capurso. Unico a non essere passato per le armi il tenente medico Scibeli. E’ il 29 ottobre 1943.

Una storia amara. Che ci racconta ancora una volta come la guerra abbia regole disumane. E che in guerra c’è poco spazio per l’umanità, la generosità. Per la stessa pietà. Pietro Guazzini e gli altri morirono per aver tentato di salvare la vita ad un uomo che era ormai un loro nemico, e morirono sotto il piombo di un plotone di esecuzione di un esercito partigiano, insieme al quale avevano deciso di continuare a combattere. E che in quel frangente non fece sconti, si dimostrò inflessbile e spietato. Come l’esercito fascista italiano lo era stato con le popolazioni del Montenegro.

Guazzini e gli altri loro scelta l’avevano fatta. Ma non bastò a salvargli la vita. Non fecero in tempo ad entrare a far parte della “Divisione partigiana Garibaldi”, che riunì, a partire dal dicembre ’43 tutti i soldati italiani presenti in Montenegro e continuò a combattere i nazifascisti fino al 1945. Circa 16 mila uomini delle divisioni Venezia, Taurinense, Emilia che diedoro vita ad una vera e propria Resistenza Italiana in Montenegro.  Alla fine della guerra più di un terzo risultò caduto o disperso.

Il presidente pro tempore della sezione ANPI di Chiusi ha inoltrato al Governo del Montenegro una richiesta per la ricerca della salma del sottotenente Pietro Guazzini, morto a 22 anni, da partigiano sotto il piombo dei partigiani, per un atto di generosità vicino ad una stazione ferroviaria…

In questo caso si può dire italiani brava gente…

m.l.

 

 

 

 

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