CITTA’ DELLA PIEVE E UN PRESEPE CHE RACCONTA SEMPRE QUALCOSA DI PIU’

lunedì 02nd, gennaio 2017 / 11:27
CITTA’ DELLA PIEVE E UN PRESEPE CHE RACCONTA SEMPRE QUALCOSA DI PIU’
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CITTA’ DELLA PIEVE – Tra i tanti presepi più o meno storici, viventi o non viventi del territorio, quello Monumentale del terziere Castello a Città della Pieve è senza dubbio tra i più suggestivi. Da qualche anno a questa parte anche il più particolare, significativo e interessante non solo per le tecniche di allestimento e l’ubicazione, ma soprattutto per il messaggio che lancia. Quello allestito quest’anno, come sempre nei sotterranei di Palazzo della Corgna, sede del Terziere Castello, non è dirompente come il presepe dello scorso anno che presentò la capanna del bambinello davanti al “Muro di Gaza” e l’ingresso segnato dalla porta d’Europa di Lampedusa, con le scarpe dei migranti morti in mare… Quello fu un pugno nello stomaco dei visitatori bempensanti o disattenti.

Il presepe 2016-17 è meno lancinante, meno sanguinante. Ma lancia ugualmente un messaggio di pace e di integrazione. Non c’è stavolta il muro di Gaza, ma ci sono altri muri, quelli che vanno abbattuti, perché è meglio costruire ponti piuttosto che muri.

E tra scorci di Palestina ricostruiti con maestria certosina, tra deserti, palmeti, oasi con acqua che scorre e segna la vita, figure di pastori erranti venuti dall’Asia, si arriva in una stanza dove campeggia una grande foto con una citazione di Pablo Neruda: “potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera”… A lato, ancora scarpe. A simboleggiare il viaggio, la speranza, il cammino. Ma anche – ancora – quelle vite rimaste a metà, in fondo al Mediterraneo e in tanti altri luoghi.

E’ insomma, anche quello di quest’anno, un presepe coraggioso.

Fausto Biagiotti, Michele Gorello e tutti gli altri volontari del terziere, il loro messaggio lo hanno lanciato. Ed è un messaggio non solo di “amore”, ma anche di resistenza, di antagonismo rispetto al pensiero unico, al pensiero di chi vuole erigere barriere, una risposta chi vuole chiudersi in un fortino per difendersi dai barbari alle porte. La frase di Neruda richiama alla memoria le repressioni, i colpi di stato, le rivoluzioni tradite, gli oppositori imprigionati e uccisi (come nel suo Cile, nel 1973), i popoli costretti all’esilio, alla fuga per evitare guerre, fame, privazioni e dittature…

E implicitamente, il presepe monumentale di Città della Pieve ci ricorda sommessamente che pure Gesù, Giuseppe e Maria erano profughi palestinesi in fuga, ricercati e inseguiti da un esercito di occupazione straniero. E ci ricorda che Gesù non nacque in una reggia, in un palazzo del potere, ma in una grotta adibita a stalla, in totale povertà e sopravvisse perché la gente del luogo, la più umile, accolse quella famiglia disperata e l’aiutò donando qualcosa del poco che aveva…

Complimenti, ancora una volta ai volontari del terziere Castello, che da 50 anni allestiscono il presepe. Un presepe che non è mai uguale a se stesso e racconta sempre qualcosa di più.

m.l.

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