Ho detto cose che non pensavo

mercoledì 28th, dicembre 2016 / 10:56
Ho detto cose che non pensavo
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Quante volte vi siete sentiti dire, o avete detto, “non mi far dire cose che non penso”. Oppure, a danno fatto, “ho detto cose che non pensavo”. Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita. Durante (o prima di) un litigio, di un momento di rabbia esplosa o sul punto di esplodere.

Non so quanti di voi, però, si siano mai interrogati sul senso della frase. Come si fa a dire qualcosa che non si pensa? Senza tirare in ballo il Cogito ergo sum di Cartesio chè sennò andiamo troppo sul filosofico, è indubbio che quando esprimiamo un concetto, un’idea, un giudizio, un pensiero, è perché ce l’abbiamo in testa.

E quando vogliamo esprimerlo, usiamo la parola. Il linguaggio è lo strumento che permette di formulare il proprio pensiero ad altri. La parola è dunque immediatamente successiva al pensiero. Fin qui logica ferrea. Ma allora da dove vengono quelle cose che si dicono ma non si pensano? Ovvero, come si fa a formulare un pensiero che non c’è?

Non si fa. In realtà il pensiero c’è eccome. In un dato momento si è formato nel nostro cervello. Si è accucciato in un angolo della nostra mente e sta lì, in attesa di conferma o smentita. Magari è un pensiero che non ci piace, forse è frutto della nostra parte più buia; è un pensiero che ogni tanto scacciamo infastiditi, ma c’è ed è ben definito. E finchè sta lì accoccolato nei meandri della mente, siamo al sicuro.

Prima o poi però la rabbia scatta, i freni inibitori perdono forza, l’autocontrollo vacilla e il pensiero custodito schizza fuori in tutta la sua bruttezza. La frittata è fatta. Non abbiamo più scampo, ci arrampichiamo sugli specchi sostenendo che ci siamo espressi male, che non volevamo dire quello che abbiamo detto ma precipitiamo sapendo di precipitare. Allora, in ultima ratio, incalzati dal nostro incavolatissimo interlocutore, ci appelliamo al paradosso: ho detto cose che non pensavo.

Perché suvvia, se ammettessimo che quelle cose brutte le pensavamo e forse le pensiamo ancora, dovremmo assumercene la responsabilità e pure le conseguenze, che in questi casi possono rivelarsi assai spiacevoli. Dovremmo arrampicarci sugli irti colli delle parafrasi per spiegarne il perchè e il percome; sudare sette camicie per trovare le parole giuste, le meno penose, crude, lesive, ma che allo stesso tempo abbiano logica e credibilità; affannarci a rattoppare il malessere dell’altro, il suo stordimento, la sua sete di chiarificazione. Dovremmo arzigogolare all’infinito nel tentativo di tornare indietro,ricacciare quelle brutte cose nei meandri a cui appartenevano. Insomma, una fatica improba.

Invece eccolo lì, il paradosso di soccorso, confezionato per azzerare l’onere: ho detto cose che non pensavo. È colpa della rabbia, io non c’entro. Succede a tutti di dire cose che non si pensano, no?

Uhm…veramente no. Quello che succede a tutti, prima o poi, è di dire cose senza pensare alle conseguenze. Che non è proprio la stessa cosa.

Ritratto: Aurora Stano
Grafica: Lorenzo Poggioli
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