IL PALLONE CHE PIANGE PER LA SUPERGA DEI BRASILIANI

mercoledì 30th, novembre 2016 / 11:44
in Sport
IL PALLONE CHE PIANGE PER LA SUPERGA DEI BRASILIANI
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Pochi fino a ieri in Italia sapevano chi fossero i giocatori della Chapecoense. O cosa fosse la Chapecoense… Ora lo sanno tutti perché quella squadra brasiliana e i suoi giocatori hanno fatto la fine del Grande Torino a Superga… Viaggiavano su un aereo per vivere una favola sportiva e l’aereo è caduto. A bordo c’erano più di 70 passeggeri. Si sono salvati in sei. Dei calciatori brasiliani solo 3. Stavano andando a giocare la finale di coppa contro il Nacional di Medellin in Colombia. Era la partita più importante che la squadra avesse mai giocato… Non la giocherà mai. La autorità del calcio sudamericano pensano di assegnare la coppa a entrambe le squadre. Ma sarà magra consolazione per quella società di provincia, partita dalle serie inferiori e arrivata a giocare una gara storica. E per tutto il calcio brasiliano.

Qui di seguito il commento alla tragedia scritto a caldo su facebook da Riccardo Lorenzetti, un appassionato e innamorato del pallone e in particolare del pallone, spesso intriso di lacrime e saudade con cui s gioca nel paese di Pelè e di Altafini detto Mazzola, di Garrincha e Socrates, il paese in cui la libertà è un colpo di tacco. Eccolo:

“I can’t believe the news today”.
E’ l’incipit di uno dei pezzi più belli (e drammatici) degli U2: fu scritta in occasione del tristemente noto “Bloody Sunday”, a Derry. Nel 1972, dove morirono 26 persone.
Non è che la morte di uno sportivo valga più della morte di un idraulico. O di un commercialista.
Colpisce di più, quello è certo… Perché lo sportivo, in genere, è giovane e bello; come gli eroi della famosa canzone.
E colpisce soprattutto l’incidente aereo, che è quanto di più totale e terribile. Un incidente aereo non lascia scampo… Se cadi da lassù, le possibilità di poterlo raccontare sono pari allo zero virgola.
Adesso penso ai Brasiliani. Al loro dolore, ma anche a quell’entusiasmo così bambinesco (e così Sudamericano) che riversano nel gioco.
Un posto dove c’è la gioia per la vittoria, e subito dietro l’angolo un “Maracanazo” per il quale piangere.
Dove si amano i vincenti, come Pelè. Ma anche quelli che perdono, come Garrincha. Perché soprattutto i perdenti ci ricordano (in quel poderoso calderone dove il “futebol” è vita, e viceversa) che polvere siamo.
E polvere ritorneremo.
Da oggi nei loro cuori ci sarà spazio anche per il piccolo Chape.
Questo Chievo dei Tropici che non era né il Flamengo, né il Corinthians… Era una piccola squadra di provincia partita dal nulla e che si apprestava  a giocare una partita importante. La più importante della sua storia.
E che non giocherà mai più. Come non ha più giocato il Grande Torino.
O il Manchester di Duncan Edwards, che era giovane e bello come belli e giovani erano i calciatori della Chapecoense.
“Dite ai medici che mi rimettano in piedi, perché sabato abbiamo la partita con lo Sheffield”, sussurrò nell’ultimo barlume di lucidità mentre stava morendo… Aveva il corpo dilaniato, ma si sentiva ancora il Capitano.
E un Capitano non si arrende mai.
Furono le sue ultime parole. Spirò quella sera stessa.
Leggo i nomi dei caduti: Mario Sergio, Cleber Santana, Bruno Rangel… Sono nomi tipicamente brasiliani. Nomi perfetti per quelle telecronache svolazzanti piene di “gooooool” gridati a squarciagola, con la “o” che non finisce mai.
Anzi: nomi di ragazzi che non potresti immaginare altrove, se non in un campo di calcio.
Dove, probabilmente, saranno adesso.
Perché il Paradiso, se esiste, è quella roba lì. Come mi disse il povero Valerio, quando morì Fulvio Benvenuti.
“Ci sono tanti campisportivi, l’uno in fila all’altro. E vi si giocano bellissime partite a tutte le ore del giorno e della notte… E il vostro piccolo GS Petroio, da stasera, è quello che gioca meglio di tutti”.
Ero un ragazzo. Ma l’immagine mi piacque molto.
E seppe consolarmi.
Buon viaggio, Chapecoense.

Riccardo Lorenzetti

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