COME STA L’ECONOMIA DEL TERRITORIO (4), PARLA SILVANO NOCCHI: IL TERREMOTO CI SERVA DI LEZIONE!

lunedì 31st, ottobre 2016 / 11:28
COME STA L’ECONOMIA DEL TERRITORIO (4), PARLA SILVANO NOCCHI: IL TERREMOTO CI SERVA DI LEZIONE!
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CHIUSI – Continua la ricognizione sullo stato dell’economia locale. La quarta intervista della serie è con Silvano Nocchi, 46 anni, geometra chiusino, presidente di un’impresa immobiliare che ha di recente realizzato un “villaggio” di nuova generazione a Chiusi Scalo (Lottizzazione Porto di Mezzo).  Ha anche esperienze lavorative all’estero e nel settore delle opere pubbliche. Lo incontro nel suo ufficio, tra Chiusi e Po’ Bandino. E’ lì che osserva soddisfatto il robot che tiene a osto il prato all’inglese… Si chiama “Ambrogio” come il famoso maggiordomo della signora di Ferrero Rochet. E fa il lavoro di una capretta. Ogni giorno, se non piove esce dalla “cuccia” e rasa il pratino, perfettamente,  girando avanti e indietro, evitando o aggirando gli ostacoli, che siano vasi di fiori, alberi, pietre… E’ intelligente Ambrogio, e quando è stanco rientra e va a ricaricarsi,  “Vedi? questa è una eccellenza… funziona benissimo, lo costruisce una ditta di Terranuova Bracciolini, non i giapponesi… Dovremmo valorizzare di più le nostre eccellenze…”

Sul quadro generale dell’economia nell’area  a cavallo tra Umbria e Toscana, invece anche Silvano Nocchi, come già Giammarco Bisogno, Giannetto Marchettini, e Simone Canestrelli la vede piuttosto scura. Ma ha anche le sue ricette… Ecco il testo del colloquio:

Il quadro? La situazione è bloccata. E se ogni  tanto compare qualche lampo di luce, poi arriva subito un diluvio… Devo dire che per i prodotti di qualità, anche nel caso del mercato immobiliare, quindi della casa,  la domanda c’è, ed è quotidiana… Ma il problema è come gestire il vecchio, come fare le permute… il sistema fiscale in vigore non favorisce le permute, perché l’impresa che vende un immobile nuovo ritirando quello vecchio, ci deve pagare il 10% del valore di compravendita, quindi deve rivendere ad un prezzo più alto, se non vuole rimetterci e siccome nessuno può permettersi di rimetterci (non sarebbe più impresa), la questione diventa complicata…

Ci sono sistemi, in uso in altri paesi, che potrebbero ridare linfa al mercato, agli investimenti delle famiglie stesse?

Il sistema rent to buy, per esempio, una sorta di leasing immobiliare… che consentirebbe alle famiglie di acquistare una abitazione, pagando un canone mensile e alla fine del contratto di riscattare l’immobile o ridarlo indietro, per prenderne un  altro, come avviene con le auto… Ciò potrebbe consentire anche un certo ricambio e anche l’adeguamento continuo degli immobili ai nuovi standard di efficienza… Naturalmente tutto ciò con una fiscalità diversa, che consenta di scaricare totalmente la spesa…

Se il mercato è bloccato, se il “vecchio” non si riesce a piazzare e rimane vuoto e inutilizzato, ma è comunque patrimonio disponibile, è inutile pensare di continuare a costruire…

A costruire in un ceto modo sì, è inutile. Non serve più. Servirebbe, invece, anche per rilanciare il mercato, una inversione di mentalità e una “grande opera”, quella del recupero, dell’adeguamento a standard migliori, più efficienti, capaci di abbattere sensibilmente i costi di gestione anche delle abitazioni…  Bisognerebbe insomma investire in innovazione e tecnologia. E in qualità.  Costruire o lavorare, in qualunque settore, al ribasso, cercando solo la quantità, non paga più. L’Italia in questo senso non è più concorrenziale, competitiva, rispetto ai paesi emergenti. Solo con la qualità più alta può competere… E questo territorio non fa eccezione, deve puntare sulla qualità: del vivere, dell’ambiente, dei manufatti…

Detto da un costruttore fa un certo effetto…

Non c’è altra via. Se no le case che costruiamo ce le teniamo…

Il pubblico può dare una spinta alla ripresa?

Sì, certo. E’ sempre successo, dalla crisi si esce con una dose massiccia di opere pubbliche o stampando moneta… Quindi ben vengano le opere pubbliche, grandi e piccole. Certo bisogna stare attenti alle infiltrazioni. Non mi riferisco all’acqua… Però se un’opera serve va fatta. Con tutti i crismi, i controlli del caso, ma va fatta…  Per esempio, parlando del territorio credo che il Palasport e i lavori alla stazione di Chiusi siano importanti. Perché portano lavoro, investimenti, reddito, ma anche perché sono opere che servono e che possono dare una spinta a migliorare la qualità della vita, la dote di servizi, l’offerta del territorio…

Il terremoto di questi giorni cosa ci dice?

Se pensiamo al terremoto che ha devastato anche in questi giorni l’area di Norcia e dintorni salta agli occhi come sia urgente e indispensabile una “grande opera” non solo per la ricostruzione di quei luoghi, ma per mettere in sicurezza, per quanto possibile, tutta l’Italia. Ma senza un massiccio intervento pubblico non è neanche pensabile. E io credo che la ricostruzione e la gestione dell’emergenza dovrebbero essere affidate ai sindaci, non a commissari. Ognuno nel suo paese dovrebbe fare la ricognizione e l’inventario degli edifici distrutti, di quelli lesionati, di quelli agibili ecc… e sulla base di quella, ricognizione procedere ai progetti di ripristino, restauro, ricostruzione o costruzione di new town. Il terremoto ci insegna anche che gli italiani debbono smetterla di pensare che si è più furbi e scaltri se si frega qualcuno, magari mettendo cemento fasullo, facendo la cresta sul ferro, aggirando le norme, forzando i progetti e i computi strutturali…

Quale è secondo te il problema principale delle imprese, oggi?

La certezza del credito. Cioè mancata certezza di poter riscuotere per i lavori fatti… Si fa fatica a riscuotere nei termini stabiliti e questo crea disagio, contraccolpi negativi sui bilanci… spesso fa saltare le aziende…

La burocrazia invece?

Anche quella. Spesso i tecnici delle varie amministrazioni tendono a tutelare più se stessi che non l’amministrazione per cui lavorano o le imprese. Hanno responsabilità e talvolta temono di andarci di mezzo e allora moltiplicano le cautele, diventando un freno… Certo, il momento non è facile, neanche per loro…

Anche le banche sono più abbottonate…

Il nostro territorio (ma non solo) ha sofferto e pagato la crisi del Monte dei Paschi e poi quella di Banca Etruria. Le due situazioni hanno creato contraccolpi negativi… e tutto il sistema creditizio adesso ha stretto i cordoni della borsa, fa fatica ad erogare credito alle imprese, ma anche alle famiglie che a loro volta sono in difficoltà e in preda all’incertezza… Incertezza del posto di lavoro, della pensione, del futuro dei figli… Il potere di acquisto è diminuito, c’è poco da fare… Per esempio, sui progetti di lavoro e di impresa o sull’acquisto della casa le banche dovrebbero avere coraggio di finanziare il 100% dell’operazione, se no non si riparte… ma attualmente non possono farlo…Ti dico di più, banche e tribunali con le vendite all’asta degli immobili pignorati ad un prezzo inferiore al costo di costruzione degli stessi, pur di realizzare, finiscono per drogare il mercato in negativo… Non dovrebbero scendere sotto al costo di costruzione. Ci sonno anche fenomeni che drogano il mercato in senso opposto, per esempio a Città della Pieve è successo qualche anno fa con la fiction Carabinieri, lo stesso è successo a Gubbio con Don Matteo… Immagino che potrebbe succede a Montepulciano con i Medici… Successe 30-40 anni fa a Cetona con l’arrivo in massa di personaggi del cinema, della politica, del giornalismo… I prezzi di acquisto o affitto degli immobili andarono alle stelle…

Chiusi  è stata per decenni il centro nevralgico, il fulcro vitale del territorio, dal punto di vista economico. Adesso sembra aver perso centralità, funzioni e appeal…

Vero. Non solo perché sono venuti meno o è diminuito il peso di certi servizi e comparti (penso alla Fs, alle banche stesse…), ma anche perché ha perso centralità e appeal dal punto di vista commerciale. Un tempo a Chiusi operavano imprese specialistiche, a cui faceva  riferimento un’area molto vasta… Adesso questo non avviene più…

C’è possibilità di invertire la tendenza e riconquistare centralità?

Sì, forse si sarebbe. Facendo squadra, creando una sorta di “sistema Chiusi”, per cui tutti lavorano e remano nella medesima direzione, per gli stessi obiettivi. E aumentando la qualità e l’originalità dell’offerta (come era un tempo). Mi piacerebbe vedere le imprese di Chiusi che si approvvigionano da altre imprese di Chiusi, per esempio. Costa di più? può darsi, ma quei soldi poi restano in loco e tornano in circolo… Non penso ad una città autarchica, ma a una città più coesa. Più unita negli intenti. Con più coraggio nell’innovazione e meno gelosie… Ma questo ragionamento vale anche a livello nazionale. Dovremmo diventare più Nazione…

In che senso più nazione?

Nel senso di un’Italia che faccia come la Francia o la Germania che vendono meglio quello che hanno e mantengono sempre una loro autonomia… In Italia invece anche le leggi e gli atti del governo vengono chiamati con termini inglesi: Spending Rewiew, Jobs Act, Bail in… Secondo me è una cazzata, è segno di provincialismo, di sudditanza e anche un modo per gettare fumo sulla gente, che così non capisce se si tratta di una buona cosa o di una fregatura… Perché non dicono riforma del lavoro, revisione della spesa ecc? sarebbe più chiaro, no? darebbe anche il senso di una nazione che ha una sua dignità, una sua lingua, che decide in proprio cosa fare…

Torniamo al territorio. Molti comuni hanno approvato da poco i nuovi piani urbanistici. A Chiusi per esempio il nuovo Prg, prevede la riduzione degli oneri, è una cosa che può aiutare la ripresa?

Uno strumento che desse il quadro normativo di riferimento era necessario. La riduzione degli oneri è oggettivamente un incentivo a investire, ma in assenza di mercato, lo strumento e gli incentivi da soli non bastano. E non è il Piano che fa il mercato. Sono le opportunità, le comodità, il grado di qualità della vita di un luogo a renderlo appetibile… Un tempo, fino a non molti anni fa c’era gente di Roma o Firenze che decideva di abitare a Chiusi, perché qui si vive bene e la mattina, con il treno, ci metteva meno ad andare a lavorare nella capitale o a Firenze da Chiusi  che in macchina da un quartiere periferico… Se dopo i lavori alla stazione, sarà possibile avere delle fermate in più, non solo di treni AV, allora questa opzione potrebbe tornare di moda… Perché qui, a Chiusi  e nei dintorni, tutto sommato, nonostante la crisi e i tanti problemi ancora si vive piuttosto bene…

m.l.

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