MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: AD UNA GIOVANE COLLABORATRICE DI PRIMAPAGINA IL PREMIO CODACONS PER LA MIGLIOR “STRONCATURA”

lunedì 12th, settembre 2016 / 15:45
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: AD UNA GIOVANE COLLABORATRICE DI PRIMAPAGINA IL PREMIO CODACONS PER LA MIGLIOR “STRONCATURA”
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VENEZIA – Avevamo anche noi di Primapagina la nostra inviata alla Mostra del Cinema di Venezia, non esattamente in esclusiva, ma quasi. La giovanissima Noemi Lanzani, studentessa di tecniche cinematografiche a Barcellona, milanese , ma mezza chiusina d’adozione, ha seguito la rassegna per la rivista “Slatan Dudow” e anche per Primapagina. Bisogna sapersi accontentare. E la ragazza ha anche vinto un primo premio nazionale. Non per la miglior recensione, che alla fine sarebbe pure facile, se uno ha stoffa e un po’ di culo. Ma per la migliore “stroncatura”. Il che è oggettivamente più insolito. E forse anche un po’ più complicato, perché non è così che ci si fanno molti amici, soprattutto amici potenti.

Premio assegnato dal Codacons (l’associazione dei consumatori) e intitolato “Ridateci i soldi!”, consegnato dal presidente di giuria Gianni Ippoliti. Non uno qualunque.

Noemi Lanzani ha vinto per la “stroncatura” di LA LA LAND, un musical del 2016  scritto e diretto da Damien Chazelle, con protagonisti Ryan Gosling e Emma Stone. Non gente qualunque nemmeno loro.

Eccola, la sua recensione al veleno affissa nella bacheca di Gianni Ippoliti:

“Nella scalpitante e sgomitante Los Angeles, Mia e Sebastian inseguono, come fanno tutti nella terra delle grandi opportunità, i loro sogni impossibili: rispettivamente quello di diventare attrice del grande schermo e di aprire un locale jazz. Quindi è proprio nel cuore della più sfavillante città di tutti gli States, che ha visto recitare, ballare e cantare stelle del cinema che ancora brillano di fama e onore, che si svolge questo musical che di smagliante non ha proprio niente, dalla fotografia alle interpretazioni. Facendo un potpourri di citazioni di famosissime sequenze dei grandi classici del genere e non (Un americano a Parigi, American Graffiti, Gioventù bruciata …) gli americani, ancora una volta, danno forza alla loro fede, ormai totalmente cieca, secondo cui nella quantità ci sia la qualità.
Così facendo si svelano totalmente non all’altezza del paragone: non solo le coreografie sono arretrate di ormai un secolo, ma soprattutto i protagonisti sono talmente incapaci artisticamente che vengono inevitabilmente schiacciati nel confronto. L’assenza di happy ending, molto particolare per il genere, cerca di insegnarci che la vita vera, in fondo, è fatta di amarezza e di dispiaceri, dimenticandosi totalmente che con il musical, che per sua natura è un genere con il quale cerchiamo un’evasione dal quotidiano, dal grigiore e dalle delusioni della vita quotidiana, noi vogliamo solo sognare. Ridateci Fred Astaire e Gene Kelly ma soprattutto, i soldi!!!!”

Un bell’inizio per la nostra giovane inviata. Che comunque ha seguito anche il resto della Mostra del Cinema. Ecco il suo reportage a sipario chiuso e riflettori spenti.

Finalmente qui al lido di Venezia si è tirato un sospiro di sollievo. Con l’annuncio dei vincitori di questa 73° edizione l’aria tesa e ansiosa è sparita lasciando spazio al sano dibattito tra i delusi e chi, orgoglioso, può affermare: te l’avevo detto! In questa meravigliosa sala stampa tutti scrivono il loro pezzo sui premiati, ma io non voglio scrivere di questi, preferisco raccontare quello che ho visto e quello che mi è piaciuto, perché molto verrà pubblicato sul Leone d’Oro e gli altri vincitori, mentre sicuramente altre opere verranno dimenticate, anche se rappresentano momenti di grande cinema. Tra queste certamente “Mukti bhawan”, ovvero Hotel salvezza” di Shubhashish Bhutiani, l’emozionante storia di un padre e di un figlio che, attraverso un viaggio verso la morte, finalmente si ricongiungono dopo una vita passata nell’incomprensione reciproca. Le immagini dai colori sgargianti tipici di quella terra, racchiudono il senso profondo del film: inizialmente le inquadrature piatte e piene di riquadrature\cornici definiscono una realtà statica, dalla quale tutti i protagonisti, dal padre in fin di vita, al figlio alienato dal lavoro, alla nipote obbligata a sposarsi, hanno bisogno di evadere. Mentre intraprendono il loro viaggio verso il cambiamento il punto di fuga si allontana, aprendo lo spazio fino alla liberazione finale che vede ogni personaggio uscire dalla gabbia. Poi il simpatico e irriverente “Laavor et Hakiri”, ovvero “Attraverso il muro”, in cui la grande regista Rama Burshtein ci racconta la storia di una giovane donna che, nonostante l’abbandono del promesso sposo poco prima delle nozze, vuole sposarsi e, grazie alla sua profonda fede, ce la farà. Infatti sarà il suo profondo e sincero amore verso Dio a renderla forte, integra e capace di coronare, con anche molta ironia, il suo desiderio. Ma le risate non mancano neanche in “King of belgians”, “Il re dei belgi”, la commedia di Peter Brosens e Jessica Woodworth che porta il monarca e la sua delegazione a viaggiare clandestinamente oltre ai confini europei. Gli innumerevoli stratagemmi inventati dal gruppo di diplomatici al seguito per scampare lo scandalo internazionale e non rischiare la pelle nei paesi nemici trasformano un semplice viaggio in un odissea. Ne esce fuori un re messo a nudo che si e ci domanda se abbia ancora senso l’esistenza e il mantenimento di un’istituzione così arcaica nella società di oggi. Tutto un altro tono invece quello del giovanissimo Juan Sebastian Mesa nella sua opera prima “Los nadie” in cui racconta con schiettezza le vite di un gruppo di ragazzi colombiani che, come un branco di lupi solitari, si guadagnano da mangiare giorno per giorno per le strade della gigantesca città di Medellin. Il loro stile randagio, che si riflette nei vestiti rotti e nei numerosi tatuaggi sulla pelle, definisce una cultura punk suburbana contraddistinta dal totale rifiuto delle regole dei padroni capitalisti. Il bianco e nero delle immagini rispecchia proprio l’assenza di felicità e di speranza nel cemento nella megalopoli. E per ultimo, ma assolutamente non per importanza, mi sembra doveroso scrivere di “Malaria”, un interessante film iraniano che attraverso molteplici dispositivi (telecamere, cellulari, videochiamate..) racconta la fuga di una giovane ragazza e del suo fidanzato da una famiglia rigida e patriarcale che la vorrebbe reclusa e infelice in una società in cui, nonostante le grandi conquiste della rivoluzione, resta ancora fortemente maschilista. Purtroppo queste pellicole di cui ho brevemente scritto sarà difficile vederle di nuovo sul grande schermo. Forse per i temi che trattano o magari perché non seguono una logica di mercato sempre più semplicistica e filostatunitense. A me ha fatto piacere vederli e credo che siano riusciti appieno nel realizzare la magia cinema: farci scoprire e qualcosa di più del resto del mondo raccontandoci una magnifica storia. (Noemi Lanzani, 11 settembre 2016).

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