GLI STATI GENERALI DELLA CULTURA E LO STATO DELLA CULTURA

venerdì 26th, agosto 2016 / 10:22
GLI STATI GENERALI DELLA CULTURA E LO STATO DELLA CULTURA
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Marco Lorenzoni ha spesso proposto di indire gli Stati Generali della Cultura, espressione sicuramente di grande effetto, oltre che di Moda, ma che va specificata, perché dietro questa insegna si possono intendere diverse modalità. Di sicuro dovrebbe avere almeno come obbiettivo quello di “coinvolgere attivamente gli operatori, le istituzioni culturali e gli amministratori pubblici…invitandoli ad essere parte attiva nella scrittura di linee guida condivise e di prospettiva”. Così recita la premessa degli Stati Generali promossi dalla Regione Piemonte.

Oppure, come nel caso del Sole24, si tratta di approfondimenti specifici affidati a relatori “pesanti” come a Firenze lo scorso anno: il Ministro Franceschini, Melandri, Della Valle e così via, con in testa il Sindaco Nardella. Ci sono poi altre declinazioni che prevedono un segmento temporale dedicato ai relatori (ma chi li sceglie?) e a tavoli tematici di approfondimento con gli operatori del settore (ma chi li sceglie?). In questo caso se sono tanti, spesso sono troppi, trasformandosi in Vetrina ed escludendo ogni forma di dialogo e di confronto (se non altro per ovvi motivi di tempo)
Ultimo, ma non meno importante: chi tira le fila di tutti questi contributi e, soprattutto, chi li trasforma in prassi, per usare un termine antico? In sostanza, sono solo chiacchiere o qualcuno poi si impegna a farle diventare indicazioni per un nuovo corso?
Se l’iniziativa è promossa da un Ente locale, vi è almeno qualche possibilità che si possa trattare di una consultazione reale, che dia le linee guida di una futura azione; se è invece promossa da privati, essa deve comunque riuscire ad aggregare soggetti in grado poi di farsi sentire, se non si vuole rischiare che la bolla di sapone esploda poco dopo la sua creazione.
Diciamo quindi che l’esigenza di un confronto plenario con le forze in campo è reale e legittima ma che le modalità di esecuzione, oltre alla naturale entropia, si dimostrano sempre discutibili.

L’ultima volta che vi partecipai – mi ritrovai inserito in un tavolo tematico non corretto rispetto alle mie competenze – eravamo una ventina (tanti, troppi) ma mancavano soggetti che operano sotto il radar istituzionale mentre ne erano presenti altri ormai usurati. Inutile dirci che, di quel lavoro, non se ne è mai saputo nulla, nemmeno la soddisfazione formale di ricevere la preannunciata sintesi tematica e operativa. Insomma, come spesso accade, si trattava di una vetrina per attivare il falso movimento delle consultazioni “dal basso”… la famosa Partecipazione che non manca mai nei programma elettorali e che però poi, in qualche modo, va simulata per non disattenderne le attese.
Vi è oggi una domanda che credo sia più produttiva dei risultati di generici Stati Generali della Cultura e che riguarda invece lo “Stato della Cultura” ovvero la definizione e la possibile condivisione di cosa significhi Cultura nel 2000. Senza poter chiarire e condividere questo termine e cosa esso rappresenti, si rischia di usare una parola che ha oggi mille significati diversi, con il rischio più che concreto, di parlarsi a vuoto intendendo cose diverse; e questo anche in assenza di malafede da parte di alcuni dei soggetti in campo.

Cultura in generale e Cultura nel particolare di un territorio, in questo caso di un territorio di confine e di passaggio, di Terme, di retaggio Etrusco ma anche di melting pot; di tradizioni popolari ma anche di necessità che la forza centrifuga non le disperda e le integri con la modernità. Di Cultura come memoria, come coltivazione del bello ma anche come occasione che essa venga proposta ad un grande popolo di viandanti globali ovvero il Turismo culturale che porta reddito e, allo stesso tempo, la ricchezza umana del confronto con altre realtà. Non credo, se attuata correttamente, che vi sia incompatibilità tra Cultura e Turismo culturale, essendo esse facce della stessa medaglia.

Per concludere e sintetizzare: prima degli Stati della Cultura credo sarebbe meglio, e più opportuno, definire lo Stato della Cultura, inclusa quella delle Performing Arts che invece, per molte ragioni, continuano ad essere le protagoniste principali.

Paolo Miccichè

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