“NOTTE D’ATTESA” AL TEATRO POVERO DI MONTICCHIELLO: I 50 ANNI DI UN’ESPERIENZA UNICA E IRRIPETIBILE DI RESISTENZA UMANA E CIVILE

venerdì 22nd, luglio 2016 / 12:02
“NOTTE D’ATTESA” AL TEATRO POVERO DI MONTICCHIELLO: I 50 ANNI DI UN’ESPERIENZA UNICA E IRRIPETIBILE DI RESISTENZA UMANA E CIVILE
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MONTICCHIELLO – Sono esattamente 50 anni che a Monticchiello va in scena l’autodramma. 50 anni di Teatro Povero, una esperienza culturale e antropologica straordinaria e unica. Un paese che per sopravvivere allo spopolamento delle campagne, all’abbandono dei centri rurali, seguiti alla fine della mezzadria, decide di raccontarsi, di mettersi in scena. E per palcoscenico sceglie la piazza del paese. Un paese che resistette, in armi, anche all’assalto dei fascisti nel ’44 e che con il suo teatro, povero solo di nome, ha resistito anche all’avanzare del tempo, alle mode, alla rivoluzione tecnologica che ha pure preso di mira in qualche rappresentazione.

Ecco, da domani, 23 luglio, torna in scena il Teatro Povero di Monticchiello. Fino al 14 agosto. Per gli abitanti-attori, un tour de force, che quest’anno è pure una festa di compleanno per le 50 candeline. Non era ancora arrivato il ’68 quando Mario Guidotti e Arnaldo Della Giovampaola cominciarono l’avventura… Erano tempi in cui anche i blue jeans erano rari.

E forse, quell’esperienza, il Teatro Povero, diventò l’espressione più vera, più alta, più proficua, del ’68 in quell’angolo di Toscana fatto di panorami commoventi, ma anche di vite agre… Un angolo di Toscana in cui il tempo scorre piano e il nuovo fa fatica ad affacciarsi, un territorio che è ancor oggi più simile ai dipinti di Ambrogio Lorenzetti che al mondo in tumultuoso cambiamento… Il Teatro Povero è stato l’ancora di salvezza, l’orgoglio ritrovato. E l’unico “nuovo” possibile tra quelle mura in mezzo alla Valdorcia… E’ stato oggetto di studi, lo hanno indagato antropologi, giornalisti, esperti di media e comunicazione. E dopo 50 anni da quella prima rappresentazione del 1967, è ancora una volta pronto ad accendere i riflettori.

L’autrodramma del cinquantenario si intitola “Notte di attesa” è  è il racconto di una notte di angoscia, in un borgo assediato non si sa bene da cosa… Ricorda un po’ il Deserto dei Tartari con quel nemico che non arriva mai… Ma l nemico c’è o non c’è? è vero o falso? esiste o è un pretesto per stare uniti e non sparpagliarsi, non fuggire? E come sempre l’autodramma torna sempre lì, a ciò che è Montichiello, al Teatro come esperimento di resistenza umana, civile prima ancora che culturale… E il teatro non è solo il tour de force estivo con la rappresentazione in piazza, il teatro povero dura tutto l’anno, anche come presidio di vita sociale nella comunità. La Cooperativa Teatro Povero costituita nel 1980 infatti è diventata un punto di riferimento per tutti gli abitanti, anche per ritirare le ricette mediche o i certificati in comune…

E nel racconto che il regista Andrea Cresti ha fatto, in una intervista, su come nasce lo spettacolo c’è l’essenza di questa esperienza unica e forse irripetibile.

Il percorso – dice Cresti – è abbastanza lungo e complicato nel senso che le assemblee danno l’orientamento, io lì parlo pochissimo e ascolto molto, proprio perché voglio capire qual è il sentimento comune dal quale può venire fuori il possibile spettacolo. Nessuno impone niente a nessuno, ci deve essere una condivisione innanzitutto del punto di origine. Una volta che il punto di partenza si percepisce, che mi accorgo che è condiviso e che sarà la linea da seguire nel pensare lo spettacolo, incomincia tutta l’altra attività di confronto continuo, in assemblee e durante la quotidianità, anche quando ci incontriamo per strada, quando si va a fare la spesa, quando si chiacchiera la sera. Poi è chiaro che io mi confronto sempre con un gruppo ristretto ogni volta che metto in piedi la scaletta, (e le sue fasi progressive) che contiene anche delle indicazioni di carattere scenografico che a me aiutano moltissimo nella creazione della parte dialogica. Quindi, pian piano, l’operazione prosegue fino a che non si arriva a fine maggio e il testo deve essere prodotto, naturalmente viene indetta l’assemblea nella quale sono tutti chiamati a condividere per lo meno nella massima parte, e si procede ad andare avanti oppure a riscrivere, aggiustare, togliere. Logicamente è un’invenzione che di anno in anno tiene conto di quello che è alla radice del tempo trascorso, ma deve essere anche in grado di modificarla, proiettarsi nel futuro“.

Una lezione su come si costruisce uno spettacolo. Ma… diciamo che dovrebbe essere così anche qualche altra cosa. Non solo il teatro. La politica, per esempio.

Marco Lorenzoni

 

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