FUSIONI SOLO CON IL Sì IN OGNI COMUNE: A SIENA ORA LO DICE ANCHE IL PD

lunedì 21st, marzo 2016 / 19:23
FUSIONI SOLO CON IL Sì IN OGNI COMUNE: A SIENA ORA LO DICE ANCHE IL PD
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Va accolta con favore la notizia che la Direzione Provinciale del PD senese, tenutasi venerdì 18 marzo, abbia prodotto un documento (ancora non approvato, ma appunto prodotto come punto di partenza di un ragionamento, con l’impegno di inviarlo al PD regionale, alle Unioni Comunali e alla stampa) in cui si dice: “non siamo favorevoli a qualsiasi forma di fusione di comuni imposta per legge o di fatto, nella considerazione che le uniche fusioni volontarie sono quelle per le quali i cittadini si esprimono in maggioranza favorevolmente nei referendum in ogni singolo comune interessato”.

Si afferma cioè un principio che smentisce nettamente quanto fatto dalla Regione Toscana nell’ultimo caso di fusione che si è trovata ad approvare, e probabilmente anche quello che sembra il Consiglio Regionale voglia sancire attraverso una prossima mozione di maggioranza: cioè che i voti nei referendum sulle fusioni si contano comune per comune, e non tutti insieme, perché solo così si possono dire volontarie.

Facciamo la storia di quello che è successo fin qui.
Le fusioni di comuni ci sono sempre state, e sempre sono state possibili nell’Italia repubblicana.
Art 133 della Costituzione: la Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni.
Competenza regionale dunque, anche d’ufficio in teoria, ma nella prassi consolidata avveniva così: i Consigli Comunali chiedevano alle Regioni l’indizione dei referendum, e se in ogni comune vincevano i sì il Consiglio Regionale procedeva ad approvare la legge di fusione.
Perché allora oggi è scoppiato il finimondo in giro per l’Italia?
Perché intanto lo Stato e le Regioni hanno cominciato a metterci sopra denaro sonante e “favori” amministrativi alle fusioni, elargendo consistenti incentivi economici ai comuni che si fondono, ed esentandoli per cinque anni dall’obbligo di associare i servizi.
Creando il paradosso per cui se le fusioni e le associazioni di servizi si fanno per risparmiare in un periodo di profonda crisi delle finanze locali, non si comprende allora perché aumentare la spesa pubblica nei comuni attraverso gli incentivi e consentirgli di non associare i servizi per qualche anno, a prescindere tra l’altro dal numero di abitanti raggiunto con la fusione.
Poi si è andati oltre e si è cominciato, come nel caso dei nuovi comuni derivanti da fusioni di Valsamoggia, in provincia di Bologna, e di Cutigliano-Abetone nell’appennino pistoiese, a procedere anche se nel singolo comune avevano vinto i no ai referendum. Nel primo caso due comuni dei cinque fusi avevano detto no (di cui uno di 6.900 abitanti!) e nel secondo caso Abetone si era detto contrario. Contando i voti complessivi, cioè consentendo ai cittadini di un comune di decidere sulla sorti di un altro, si è proceduto comunque alle fusioni.
A questo punto le fusioni da volontarie, quali erano state in sessantacinque anni di storia repubblicana, sono diventate potenzialmente obbligatorie, e le comunità locali hanno cominciato a ribellarsi.
Ma non finisce qui, perché nel frattempo venti parlamentari del PD presentavano in Parlamento una legge in cui c’è scritto che non possono esistere comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti, cioè che non può più esistere il 72% dei comuni italiani.
Dopo qualche mese oggi si comincia timidamente a dire che quella legge era solo una “provocazione” e ad accusare di uso strumentale della questione chi nei territori l’ha osteggiata fin dal giorno della sua presentazione. Insomma secondo alcuni bisognerebbe distinguere quando prendere sul serio o meno i nostri parlamentari.
Se poi rimaniamo qui in casa nostra, in Toscana, c’è altro da dire, visto che la furia fusionista del PD regionale e della Regione hanno prodotto altre meraviglie.
Prima fra tutte la modifica dell’art. 74 dello Statuto Regionale, approvata in sordina nei primi mesi dello scorso anno, e che prevede che i referendum sulle fusioni possono essere richiesti anche dal 10% degli elettori di ogni singolo comune interessato, pari almeno al 15% degli elettori di tutti i comuni.
In questo modo la Regione si legittima politicamente e istituzionalmente a non attendere nemmeno la richiesta dei Consigli Comunali, potendosi basare su quella di una ristrettissima minoranza di cittadini.
Con il risultato finale, ricordando che la Regione non considera poi i no nel singolo comune, che un elettore su dieci può decidere la soppressione del proprio comune.
Per tutto questo raccontato fin qui il 12 marzo Sindaci e cittadini provenienti da ogni parte d’Italia si sono ritrovati a Volterra per gridare il loro “no” alle fusioni dei comuni imposte per legge o di fatto, in una manifestazione che ha ottenuto eco nazionale, e che sembra davvero avere aperto una partita nuova.
Per lo stesso motivo Sindaci della Provincia di Siena avevano approvato un documento contro le fusioni obbligatorie e in difesa dei piccoli comuni, lanciando anche una petizione on-line sulla quale ogni giorno confluiscono nuove firme.
I media nazionali hanno cominciato ad occuparsi del problema: Left, Ballarò, la Stampa ed oggi due intere pagine di Repubblica dedicate alla questione.
Torniamo così al punto di partenza, cioè al documento del PD senese. Certo un granello di sabbia nel contesto della battaglia complessiva, ma comunque un punto importante messo a segno da tutti coloro che ritengono che non si possano chiudere d’imperio i comuni, contro la volontà dei cittadini.
Oltre ad essere, insieme a tutto quanto accaduto fin qui, un fatto politico, di cui anche i consiglieri regionali senesi dovranno d’ora in poi tenere necessariamente conto nelle loro espressioni di voto.

Fabio Di Meo

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