ORIZZONTI: GLI DEI DI LAMPEDUSA LASCIATI SOLI SULLE RIVE DEL CHIARO…

mercoledì 05th, agosto 2015 / 10:29
ORIZZONTI: GLI DEI DI LAMPEDUSA LASCIATI SOLI SULLE RIVE DEL CHIARO…
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Uno spettacolo che “spacca” avrebbe detto un giovane digitale se solo lo avesse visto.  “Gli dei di Lampedusa” è un’opera forte, di impatto, scritta e diretta da Laura Fatini, recitata magistralmente da attori che strisciano direttamente sulla pelle del pubblico le emozioni di un tema universale e quanto mai attuale: l’uomo e la speranza dell’uomo, e il tentativo tragico di sfuggire alla morte in cerca di una speranza di vita.

La regista riesce a intrecciare il fascino del mito con la durezza della realtà: i migranti morti affogati sugli scogli di Lampedusa. L’episodio messo in scena è quello del 3 ottobre 2013 con 366 morti affogati e un numero imprecisato di dispersi. Un rito sacrificale occidentale che si è ripetuto purtroppo più volte e continua anche su terra proprio in questi giorni nelle vere e proprie cacce all’uomo intorno all’eurotunnel con sguinzagliamento di cani e utilizzo dei gas irritanti( fa pensare ad altre tragedie, no?). Lo spettacolo ha un ritmo universale e sfonda in un’attualità che continua nei respingimenti ad Algesiras in Spagna, nei bivacchi sugli scogli di nessuno tra Francia e Italia. La piece teatrale assume la forza epica della tragedia greca rinforzata dalla cornice mozzafiato del lago di Chiusi che dà potenza alla rappresentazione.
Tra gli attori un encomio sia a Giulia Roghi che a Pierangelo Margheriti nel ruolo di Simbad il traghettatore del naufragio, personaggio lucido e controverso, una menzione speciale ad Anna Maria Meloni nella parte della madre africana che accompagna ma non parte, e infine va segnalata la bravura di Calogero Dimino che interpreta magistralmente il tormento del “becchino” lampedusano.
Il testo è denso e circonda e avvolge lo spettatore evocando la sua responsabilità di cittadino di uomo di fratello: respingere? accogliere? scegliere il bene? o il male? nessuno si salverà dalla morte ma nella scelta può almeno prevalere l’etica e l’estetica che ne consegue.
L’arte non può risolvere la scelta , l’arte fa le domande, pone le questioni impone la consapevolezza di una scelta qualunque sia e “ gli dei di Lampedusa” assolvono a questo compito, impongono una presa di coscienza a noi occidentali davanti al bivio dell’accoglienza o del respingimento.
Lo spettacolo c’è. Non c’era il pubblico, la cronaca recita 35 presenti contati uno ad uno; se si sottraggono poi parenti stretti degli attori e addetti ai lavori con tanto di pass al collo, il pubblico reale si attesta sicuramente intorno alle dieci persone. Una più una meno.

Qui si apre un’altra questione molto più ampia, che da osservatore esterno (sono un giornalista pubblicista milanese in vacanza a Chiusi in questi primi giorni d’agosto, proprio perché a Chiusi c’è Orizzonti) mi sembra opportuno sottolineare.

Come tutti sanno e come si evince dal volantino di presentazione dello spettacolo, questa piece teatrale è “ Produzione festival Orizzonti Fondazione “
Chiunque sappia di cose di spettacolo e cultura sa che “Produzione” significa non solo realizzare un bello spettacolo (e gli Dei di Lampedusa è anche di più di un bello spettacolo) significa anche e soprattutto proteggere gli spettacoli dai flop di pubblico e si preoccupa di curare marketing, pubbliche relazioni, scelta dei programmi, affinché lo spettacolo, magari ad alto contenuto artistico non subisca il flop causato appunto da deficit organizzativi: di “produzione” appunto. Il Comune delegando ad una fondazione ha esternalizzato la produzione di cultura, ma ne ha comunque la responsabilità primigenia della scelta politica iniziale. La fondazione produce valore artistico e lo distrugge con l’assenza di una strategia di consenso popolare. I soldi investiti per la cultura non sono soldi a “perdere”. Sono investimenti che in qualche modo devono tornare al paese facendo spettacoli che interessino alla comunità e questo si misura nel solito unico modo : la partecipazione del pubblico; se il pubblico non c’è qualcuno ha sbagliato qualcosa. Oppure nel momento in cui la fondazione progetta la stagione si assume la responsabilità di una scelta precisa, di un identità forte, anche elitaria, che sappia però attrarre attenzione e pubblico di nicchia specializzato da tutta Italia e restituisca attraverso l’indotto turistico l’impiego di energie economiche che le sono state attribuite e contribuisca a rafforzare il nome e il prestigio del Comune nel mondo. Non preoccuparsi né del pubblico locale, generalista e popolare, né del pubblico di elite, verticale e forestiero, significa precipitare in un operazione autoreferenziale che al di là dell’indubbio valore della “performance” non restituisce alla collettività alcunché.

E’ andata un po’ meglio, al Chiostro San Francesco (l’orario era più consono, la temperatura più accettabile) per “Ballata per Giufà”, spettacolo scritto dalla stessa Fatini e diretto da Gabriele Valentini che si propone come un “unicum” con Gli Dei di Lampedusa, perché con richiami che spaziano da Dante a Pirandello, della medesima questione tratta: i migranti, la gente che scappa in cerca di altri mondi. Un messaggio forte e chiaro, ma reso con una certa fatica, quasi una ricerca spasmodica del “complicato”, del “se non soffri non è teatro”. Bravi comunque tutti, regista e attori, belle le musiche e appropriati i filmati… Platea esaurita, ma 50-60 posti, in due sere al massimo saranno 100 spettatori… Insomma è vero che un festival ha ritmi un po’ particolari e orari particolari, per poter presentare più cose nell’arco della giornata, ma così sembra proprio che lo sforzo sia superiore alla resa. Ed è un peccato.

Da osservatore esterno, mi sembra che mentre intorno a Chiusi altri comuni da anni hanno cercato una loro identità sul territorio come ad esempio Città della Pieve, Montepulciano e Castiglione del Lago, Chiusi non ha una visione, non ha nemmeno un miraggio intorno ai suoi orizzonti. E mi dispiace.

Alessandro Lanzani

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