UN ANNO DI GOVERNO RENZI. E’ PROPRIO VERO CHE E’ STATO PESSIMO?

lunedì 02nd, marzo 2015 / 19:20
UN ANNO DI GOVERNO RENZI. E’ PROPRIO VERO CHE E’ STATO PESSIMO?
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Ad un anno dal pessimo insediamento del Governo Renzi, vorremmo tentare un bilancio equilibrato di questi dodici mesi. Lontano dalle sperticate lodi dei cantori del renzismo, ma anche dai fustigatori ad oltranza che vedono imminente la fine della democrazia parlamentare e l’approssimarsi di un mercato del lavoro iperliberista.

Ci soffermeremo sui provvedimenti che più hanno suscitato discussioni accese e furibondi attacchi, senza pretendere di fornire un quadro esaustivo.
Dopo aver estromesso in maniera umanamente indegna il compagno e amico di partito Enrico Letta, uno dei primi provvedimenti presi è stato quello di corrispondere 80 euro nelle buste paga dei lavoratori dipendenti con redditi inferiori a 26.000,00 euro lordi. Il provvedimento fu ritenuto: elettorale, sporadico, ridicolo e assolutamente ininfluente ai fini della ripresa della economia. Si può discutere sulla sua efficacia economica, da alcuni comunque ritenuta valida, ma bisogna riconoscere che è stato reso stabile ed è comunque un primo, anche se modesto, tentativo di redistribuzione dei redditi. E’ stata abbattuta l’IRAP per le imprese per 6 miliardi e mezzo. Considerata un regalo alle imprese da sinistra e poca cosa dagli industriali. Ha comunque ridotto una imposta che punisce l’impresa che ha più dipendenti.
Se questo possiamo considerarlo un antipasto, il piatto forte è arrivato con le Riforme Costituzionali e la Legge Elettorale. Se ne parla da alcuni decenni e l’ultima volta che si tentò con la Bicamerale presieduta da D’Alema, Berlusconi sparigliò le carte e da allora non c’è più stato un tentativo serio. E da lì è cominciato anche il lungo declino di D’Alema. La necessità di riformare un sistema bloccato però è rimasta. A questo si è aggiunta una forte, e spesso sacrosanta, carica di ostilità verso la casta e verso i costi della politica. La proposta votata dal Senato prevede la riduzione dei Senatori da 315 a 100, tra l’altro non eletti in quanto membri dei Consigli Regionali, con conseguente risparmio di denaro pubblico. Viene previsto che la fiducia al Governo e la Legge di Bilancio vengano votate solo dalla Camera dei Deputati, come in quasi tutte le altre democrazie europee. La Legge elettorale attuale è stata giudicata incostituzionale dalla Consulta e tutti i gruppi parlamentari chiedono che si cambi. La proposta governativa in approvazione definitiva alla Camera, frutto del Patto del Nazareno, prevede un premio di maggioranza al partito che riscuote il 40% dei consensi oppure il ballottaggio tra le due liste che hanno preso più voti. Cento deputati vengono decisi dalle segreterie dei partiti, gli altri 530 saranno eletti con le preferenze. Pensiamo che sarebbe stata preferibile la elezione in piccoli collegi uninominali, mentre ci permettiamo di ricordare che sulle preferenze, soprattutto al sud, ci sono o ci sono state forti riserve anche a sinistra.
Infine veniamo al Jobs Act: già partito male con un anglicismo evitabile. E poi fortemente avversato dal mondo del lavoro e veramente divisivo anche all’interno del Partito Democratico. Pur dovendo ricordare che riguarda soltanto coloro che saranno assunti da ora in poi, e che quindi non lede i diritti dei già assunti, è vero che la sostanziale eliminazione delle tutele dell’articolo 18 con la conseguente monetizzazione dei licenziamenti, senza poter ricorrere al reintegro nel luogo di lavoro, è un colpo forte ai diritti ed alla cultura dei diritti propria del mondo del lavoro.
E’ anche vero però che il mondo del lavoro è cambiato moltissimo e le rappresentanze del mondo del lavoro molto meno: la maggior parte dei lavoratori non è iscritta a nessun sindacato, c’è una fetta di lavoratori precari di dimensioni enormi che non ha nessuna tutela e non ha rappresentanza. Per onestà intellettuale bisogna anche ricordare che nel Jobs Act ci sono forti incentivi contributivi per fare in modo che le imprese trovino adesso conveniente assumere a tempo indeterminato anziché a tempo determinato. La logica che presiede la legge è quella di compensare maggiori tutele in entrata con maggiore flessibilità in uscita. Con lo Stato che accompagna il lavoratore che perde il posto di lavoro cercando di procurargli nuove possibilità. In altri Paesi europei è una realtà che funziona. Legittimo ritenere che in Italia sembri fantascienza. Se questa legge produrrà effettivamente un aumento della base produttiva, aiutata anche da una ripartenza della economia che sembra possibile, sarà molto difficile abrogarla con un referendum che alcuni esponenti sindacali sembrano ipotizzare, senza ricordare, forse, la sconfitta sulla scala mobile. Ed è proprio sul terreno della economia che Renzi si gioca tanto, se non tutto. Non a caso è su questo terreno che ha speso molte energie ed ha risolto, o ha contribuito a risolvere, molti casi difficili. A Piombino le Acciaierie hanno trovato un nuovo proprietario, la ex FIAT di Termini Imerese ha un proprietario, alla AST di Terni sembrano aver trovato un accordo, per l’ILVA di Taranto si è ricorsi addiruttura ad una forma di pubblicizzazione, la FIAT a Melfi ha ricominciato ad assumere. Tutta fortuna? Il proverbio vuole che il destino aiuti gli audaci. E se una cosa sicura su Renzi si può dire è che audace lo è: a volte anche troppo, con il rischio di sconfinare nella eccessiva sicurezza di sé, se non in atteggiamenti autoritari. Ma la debole democrazia italiana ha retto anche alle spallate di Berlusconi. Credo, anche per questo, che Renzi non debba far paura.

Raffaello Battilana

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