IL CURIOSO CASO DELL’AVVOCATO CARTASEGNA, PENSIONATO D’ORO DI PERUGIA

martedì 20th, gennaio 2015 / 10:11
IL CURIOSO CASO DELL’AVVOCATO CARTASEGNA, PENSIONATO D’ORO DI PERUGIA
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Si torna a parlare dell’ex dipendente del Comune di Perugia, l’avvocato Cartasegna, pensionato da 651mila euro l’anno, che al netto delle tasse, fanno 273mila euro.

In un’intervista rilasciata a Gian Antonio Stella, che segue il caso dal 2013, il Cartasegna, che a tutt’oggi percepisce il cospicuo malloppetto, ha dichiarato: «Lo so, è assurdo che incassi tutti questi soldi. Ma perché ve la prendete con me?».

Effettivamente, con i tempi che corrono, quale cristiano, per quanto virtuoso, rinuncerebbe a siffatta, tutta regolare, manna dal cielo? Il problema, se vogliamo, non è che il Cartasegna percepisca. Semmai di capire come mai in due anni non si è riusciti a riportare la somma alla decenza e, dettaglio non trascurabile, da dove vengono i centoni per pagarla, visto che  ” soldi non ce ne stanno” .

Dal canto suo, il Cartasegna sostiene che quella pensione stratosferica se l’è ritrovata per caso. Neanche lui, dice, avrebbe mai immaginato che da uno stipendio di 10-12mila euro al mese potesse arrivare ad una pensione che è il doppio dello stipendio di Barack Obama.

E però,come riporta Gian Antonio Stella, i fatti non gli cosano. Facciamo un salto indietro. L’avvocato Cartasegna viene assunto nel 1972 dal Comune di Perugia. Sei anni dopo ottiene dal consiglio comunale di Perugia la concessione di percepire una percentuale sulle cause vinte, tale e quale a un legale privato. Non è chiaro se la concessione sia avvenuta su richiesta dell’interessato o per spirito altruistico del Comune.

Fatto sta che quelle percentuali si rivelano grasso che cola perché alcuni anni dopo, il Cartasegna scopre che una sentenza del Tar del Lazio ha concesso ad alcuni avvocati del Comune di Roma di inglobare le suddette percentuali nel calcolo della pensione, e, lesto, fa domanda al Ministero del Tesoro per ottenere lo stesso “diritto” dei colleghi romani.

Il Ministero gli dice di no ma il nostro non si scoraggia e fa ricorso al Tar di Perugia che, dopo un tira e molla durato dieci anni, gli riconosce, nel 1997, il diritto di inglobamento. Insomma, il lievitare di stipendio e pensione non avviene esattamente per caso.

Per giunta,tutto regolare. Eppure, possibile che, nel mentre dell’aberrazione burocratica, nessuno si accorge di avere sotto il naso un caso unico al mondo? Non proprio. Qualcuno se ne accorge. Tre mesi dopo la sentenza del Tar, l’Avvocatura dello Stato chiede all’Inpdap, l’istituto previdenziale dei dipendenti pubblici –che passerà all’Inps portandosi dietro un buco di 23,7 miliardi- se vuole fare appello. Ma l’Inpdap tace. Due mesi dopo l’Avvocatura ci riprova ma niente, nessuna risposta.

Fino a quando un recente documento dell’Inps conferma che  «agli atti non risulta che la sentenza sia stata mai appellata. Né dalla Cassa previdenza dipendenti enti locali né dall’Inpdap.» (Gian Antonio Stella, Corriere.it)

Oggi, la direzione generale dell’Inps ha finalmente aperto un’inchiesta, ma l’ultimo mistero del curioso caso dell’avvocato Cartasegna resta insoluto: visto il buco di 23,7 miliardi e vista la presunta miseria in cui stagnano le casse dello Stato, tutti questi soldi che piovono nel conto dell’avvocato ogni anno, da dove sono stati presi? Cioè, proprio materialmente, dico.

Elda Cannarsa

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