DIVORZIO ALL’ITALIANA. PERCHÈ NON CI SI SPOSA PIÙ

lunedì 26th, gennaio 2015 / 10:37
DIVORZIO ALL’ITALIANA. PERCHÈ  NON CI SI SPOSA PIÙ
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A partire dal 1 gennaio, grazie al decreto legge di riforma 132/2014, si può divorziare in quattroequattrotto. Basta avere 16 euro e i requisiti giusti: la coppia non deve avere figli minori, portatori di handicap grave o economicamente non autosufficienti; deve essere separata da più di tre anni; non devono esserci pendenze economiche aperte tra i coniugi.

Per il resto, una passeggiata. A Firenze, dal dì dell’entrata in vigore del divorzio breve, a Palazzo Vecchio hanno già macinato diciassette divorzi. In lista d’attesa ce ne sono trentanove. Più o meno uno al giorno.

Ad Arezzo, invece, pare che la nuova legge non abbia fatto troppa gola, nonostante la cittadina sia: “da anni la terza provincia toscana, dopo Firenze e Livorno, per numero di separazioni giudiziali e divorzi. ” (La Nazione). E infatti non è che gli aretini non vogliano divorziare. Semplicemente, pare preferiscano il vecchio metodo dell’avvocato e del Tribunale.

Morale della favola, in questo paese si divorzia assai e ci si sposa poco. Nella relazione annuale del 2014 “Il matrimonio in Italia”,  l’Istat ha registrato un calo di 53mila matrimoni (dal 2008 al 2013)

Il forte ribasso, osservato a partire dal 2008, è generalizzato sul territorio, si legge nel rapporto, ma le regioni più “colpite” dal fenomeno sono l’Umbria e la Sardegna. Una motivazione, secondo i dati Istat, potrebbe essere il calo del numero dei giovani tra i 16 e i 34 anni, fascia più papabile per le prime nozze.

Per contro, aumentano le famiglie mononucleari, formate cioè da una persona sola. Nel periodo compreso tra il 1994-1995 e il 2000-2001, il rapporto Famiglie, abitazioni, sicurezza dei cittadini” pubblicato dall’Istat, evidenzia che il numero dei singles è passato dal 21,1 per cento al 23,9 per cento. Ma, altra faccia della medaglia, aumentano anche le convivenze e le unioni civili (dal 37% del 2008 al 43% del 2013).

Perché ci si sposa meno? Oltre ad una riduzione del numero dei giovani, l’Istat individua un’altra causa di carattere “strutturale”: per i giovani del 2000 l’autonomia economica è sempre più difficile da ottenere, di conseguenza tendono a lasciare la casa madre sempre più tardi. Fenomeno che si è verificato con maggiore frequenza negli ultimi cinque anni a causa della crisi economica che ha inciso profondamente sulle opportunità di occupazione e sulla qualità del lavoro.

Dal canto suo la Chiesa, per voce dell’arcivescovo Paglia, fa sapere che la vera causa della tendenza sempre crescente a non unirsi in matrimonio e a prediligere le unioni more uxorio, è “l’egolatria imperante”, un mutamento culturale che vede un individualismo sfrenato mettere al centro del mondo l’IO a sfavore del NOI. Si convive un po’, ci si molla, si convive un altro po’, ci si rimolla e via così. Quando si fa il grande passo, ci si premura di suggellarlo con il regime di separazione dei beni (69, 5 per cento nel 2013).

Insomma, il matrimonio è diventato un affare troppo impegnativo. Finita la travolgente fase dell’innamoramento, scopriamo che il Principe Azzurro e la Bella Addormentata esistono solo nella mente perversa di Walt Disney. Il resto è una fatica che non ci alletta proprio. Troppo lavoro, poche soddisfazioni. Come si dice, il gioco non vale la candela. Tanto, anche la grande storia d’amore tra Romeo e Giulietta durò solo quattro giorni, perchè sprecarsi.

Alla fin fine, vuoi vedere che  l’arcivescovo Paglia tutti i torti non ce li ha? Forse è vero che siamo diventati più egocentrici, o forse abbiamo perso la capacità e la pazienza di amarci e rispettarci. Oppure, forse, tutto sta nell’avere due bagni.

Elda Cannarsa

immagine in evidenza: tattoopinners.com
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