147 ANNI DOPO QUELLO DI MARX TORNA DI MODA IL CAPITALE. DI PIKETTY

giovedì 08th, gennaio 2015 / 08:56
147 ANNI DOPO QUELLO DI MARX TORNA DI MODA IL CAPITALE. DI PIKETTY
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di Raffaello Battilana

Uscito in Italia a settembre 2014 per i tipi di Bompiani (“Il Capitale nel XXI secolo” – di Thomas Piketty – pagg. 946), questo tomo di quasi 1.000 pagine è diventato un best-seller mondiale nonostante la lettura non sia proprio una passeggiata, anche se decisamente interessante.
L’autore è un giovane e brillante economista francese, con un’esperienza ai massimi livelli in alcune prestigiose università americane, tornato ad insegnare in Francia e definito l’economista più influente del 2014. Ci vuole un bel coraggio ad intitolare il libro “ Il Capitale” (anche se con l’aggiunta “nel XXI secolo”), dopo che quello di Karl Marx del 1867 è stato uno dei libri più diffusi, contestati e influenti di sempre, e dopo il crollo del comunismo sovietico che sicuramente, almeno all’inizio, da Marx ha tratto analisi e ispirazione. marx1
Piketty parte dalla constatazione che la previsione apocalittica di Marx relativa ad una società in cui la ricchezza (capitale) si sarebbe concentrata in pochissime mani di grandi capitalisti in conflitto con una massa di salariati sempre più poveri e disperati, non si è avverata.

Questo sia perché non aveva considerato l’effetto delle innovazioni e della crescita delle conoscenze, sia perché non poteva aver considerato il conseguimento di migliori condizioni di vita per gli operai ottenuto dalle socialdemocrazie.

Ma riprende dall’analisi marxiana la permanente divisione in classi del XXI secolo (il nostro), con il corollario di una disuguaglianza di redditi e di capitale che, oltre ad essere condannabile sul piano morale e politico, è pericolosa per l’interesse generale di tutta la società.
Avvalendosi di alcune leggi fondamentali del capitalismo (che tralasciamo perché troppo tecniche) l’autore dimostra come dagli inizi degli anni 2000 sia ricominciata una crescita dell’ incidenza percentuale del reddito da capitale ( inteso come rendimento dei terreni, immobili civili, immobili industriali, attività finanziarie) sul totale del reddito nazionale che, se non corretta, finirà per limitare una crescita già prevedibilmente debole, disincentivando l’iniziativa economica e concentrando nelle mani di una percentuale esigua della popolazione una massa sproporzionata di capitale e di reddito tale da minare l’assetto stabile e democratico delle società.
Il valore aggiunto di questo libro consiste nel fornire, per la prima volta in assoluto, dati e statistiche relative a 20 Paesi, prevalentemente europei e americani, a partire dalla Rivoluzione Francese (1789). Ecco perché è stato accolto con tanto clamore, fino ad essere stato definito dal premio Nobel americano Paul Krugman, il libro più importante del 2014. Ed è proprio partendo da dati ufficiali ripresi da archivi catastali, fiscali e finanziari dei Paesi più ricchi che emerge un dato, per quanto noto, pur sempre impressionante: mediamente il 10% della popolazione possiede il 50% del patrimonio (capitale) nazionale, il 40% (ceto medio) ne possiede il 40/45% ed il restante 50% invece solo il 5/10%. E questo non solo è ingiusto, ma mette in pericolo un assetto stabile e pacifico della società. Per esempio l’autore ritiene che all’origine della Grande Crisi del 2008, tutt’ora in corso con i suoi effetti devastanti, ci sia un livello esagerato di disuguaglianza che ha spinto i ricchi ad investimenti molto rischiosi ed i poveri ad indebitarsi a livelli insostenibili.
Disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e del capitale ci sono sempre stati nelle società di tutti i tempi. Ma i livelli di disuguaglianza non sono sempre stati gli stessi.

Proprio ricorrendo alla immensa mole di dati e indici contenuti nel libro, dalla comparazione storica emerge che la società con il minor livello di disuguaglianza mai esistita è stata la società svedese degli anni 1970/80.
Mentre a partire dalla fine del secolo scorso è ripartita, anche in Svezia ma non solo, una crescita progressiva dell’incidenza dei redditi da capitale (affitti, interessi, dividendi) sul reddito nazionale, a scapito quindi dei redditi da lavoro.
Se qualcuno a questo punto pensasse che l’economista francese rimpianga l’esperienza sovietica o si proponga di reintrodurre forme di socializzazione dei mezzi di produzione, rimarrebbe deluso.
Se qualcuno invece ritenesse che dopo la prevaricazione delle teorie ultra liberiste degli ultimi 20 anni sia giunto il tempo di ricondurre il capitalismo sotto il controllo democratico, allora troverà il libro di sicuro interesse.
La proposta più forte è quella di un’imposta mondiale progressiva sui patrimoni personali individuali, con aliquote sopportabili, da integrare con la già esistente imposta progressiva sui redditi e con l’inasprimento delle imposte di successione ereditarie.
Piketty si rende conto che l’obiettivo rischia di risultare utopistico, anche perché richiederebbe un forte grado di coordinamento fra Stati ed uno scambio di informazioni finanziarie a livello planetario che riesca a censire una volta per tutte la ricchezza immobiliare e finanziaria di tutti, a partire ovviamente dai multimiliardari che compaiono ogni anno sulla rivista Forbes.

Ma sostiene anche che l’importante sia cominciare con provvedimenti che vadano in quella direzione, anche alla ricerca di conquiste intermedie. E anche partendo da accordi limitati ad alcune aree geografiche omogenee, come l’Europa.

Rivolgendosi infine a chi vorrebbe aliquote di tassazione molto più pesanti, l’autore fa presente che così facendo, come l’esperienza storica insegna, si disincentiverebbe l’iniziativa economica con la conseguenza di abbassare ancor più il tasso di crescita dell’economia reale.
Ovviamente nessuno può dire se questo libro influenzerà più o meno l’agire politico dei prossimi anni.
Sicuramente a me sembra una buona base di partenza per ridare forza teorica ad una sinistra democratica mondiale che è rimasta vittima di un duplice accerchiamento: il crollo delle economie pianificate di stampo sovietico da un lato, e le teorie ultra liberiste giunte dal mondo anglosassone dall’altro, arrivate persino a concepire l’attuale assetto economico – politico mondiale come la fine della storia. Ma la storia, come si sa, è sempre in movimento.

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