CHIUSI, IL SUCCESSO DI ORIZZONTI E IL DESERTO DEI TARTARI…

mercoledì 20th, agosto 2014 / 13:31
CHIUSI, IL SUCCESSO DI ORIZZONTI E IL DESERTO DEI TARTARI…
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… E UN CONCERTO CHE NON SI FARA’

CHIUSI –  E’ un’estate anomala, un’estate che sembra autunno. Fredda e più triste del solito.  Non si sa se è colpa della tramontana o della crisi, fatto sta che in giro c’è sicuramente meno “movimento”. Anche nei paesi più gettonati come Montepulciano o Città della Pieve., dove comunque un po’ si movimento c’è.  La tristezza invece è totale a Chiusi, dove, dopo i 10 giorni sotto le luci della ribalta del festival Orizzonti, la situazione è tornata ad essere quella del deserto dei tartari. Sia nel centro storico che alla Stazione. La questione è ormai annosa e su queste colonne ne abbiamo parlato spesso. Sia in passato che di recente.

Ora arriveranno i Ruzzi della Conca e poi la Festa dell’Uva e del Vino, un po’ di gente in giro si vedrà. Ma l’andazzo generale è tendente al moscio spinto. Diciamo pure al buio pesto, come spesso sono le strade cittadine dove anche i lampioni, stufi di far luce a nessuno, rimangono spenti per 3 o 4 notti di seguito. Il Comune risparmierà sulla bolletta.

L’abbiamo più volte paragonata Chiusi alle vecchie mining town americane, cresciute vorticosamente negli anni della corsa all’oro, quando le miniere “tiravano” e poi abbandonate progressivamente via via che il filone si esauriva, lasciando vuoti i saloon,  le banche, i general store, i bordelli, i barber shop e perfino la stazione della ferrovia…

In queste sere di questo anomalo agosto novembrino Chiusi appare sempre più come una mining town dismessa… Con una differenza rispetto a qualche tempo fa. Che adesso, almeno, non siamo solo noi a dirlo. Se ne sono accorti anche i commercianti, i contradaioli dei Ruzzi e perfino qualche assessore… Basta scorrere i commenti su facebook in relazione ad eventi o situazioni chiusine per rendersene conto.

E allora facciamo qualche considerazione in proposito. Partiamo da Orizzonti. Il festival estivo che molti sembrano aver scoperto quest’anno, anche se era alla 12esima edizione. Anche noi di Primapagina ne abbiamo parlato forse più degli altri anni, lo abbiamo seguito passo passo con interviste, recensioni, curiosità. Abbiamo insomma deciso di starci un po’ dentro, per capire meglio, per poter dare giudizi più precisi, e – diciamolo – pure per “dare una mano” all’evento e alla città. Perché se fosse andato male anche Orizzonti, Scaramelli avrebbe dovuto aggiornare i cartelli stradali: Chiuso, non Chiusi (che poi anche Chiusi la dice lunga ugualmente).

Il festival è andato bene. Dal punto di vista dell’audience mediatica e della critica si può dire che ha indubbiamente avuto un grande successo. E, cosa assolutamente non secondaria, per la prima volta, nei 10 giorni di Orizzonti,  Chiusi ha respirato “un clima da festival”, con decine di artisti, tecnici, giornalisti, scenografi in giro per il paese ad affollare bar, ristoranti, a parlare con la gente del luogo, a fare spesa nelle botteghe, a scambiare opinioni con l’edicolante, con la parrucchiera o il cassiere della banca, a tirar tardi al pub o in pizzeria… Insomma se l’obiettivo era quello di portare Chiusi e il suo festival agli onori delle cronache e delle pagine culturali dei quotidiani e delle riviste specializzate, l’obiettivo è stato senza dubbio raggiunto.

Il vulcanico direttore artistico Andrea Cigni ha colto il bersaglio. E ha fatto addirittura un capolavoro nei rapporti con la cittadinanza, anche con i più scettici, raccogliendo apprezzamenti e applausi pure dal “governo ombra” che da decenni ha sede istituzionale nelle panchine del giardino di fronte al Museo.

Anche il pubblico che ha assistito agli spettacoli, alcuni molto sperimentali e un po’ “ostici” per i più, è apparso più variegato ed eterogeneo del passato, con gente del “giro” del teatro, della lirica, della musica, arrivata da tutta Italia,  ma soprattutto si son visti a Chiusi spettatori di Sarteano, di Chianciano, di Città della Pieve, di Siena, di Montepulciano e altri paesi dei dintorni, cosa che avviene raramente.  Anche questo un bel risultato, come è senza dubbio un risultato poter ascoltare in un paese di 9 mila abitanti l’orchestra del Maggio Fiorentino o vedere spettacoli di Chiara Guidi, Virgilio Sieni o Celestini…

Con tutto ciò, va anche detto, a onor del vero, che di nomi altisonanti ne sono venuti tanti anche nelle passate edizioni di Orizzonti (Moni Ovadia, Piovani, Cristicchi, Bacalov, lo stesso Celestini..). Che anche quest’anno non si son viste folle oceaniche (agli spettacoli hanno assistito al massimo 2-300 persone), che l’ingresso a pagamento, con il prezzo del biglietto in alcuni casi di 25 euro e 22 per i residenti, non ha aiutato la partecipazione.  E va detto che la presenza di pubblico locale, cioè chiusino, non è stata granché. Anzi diciamo pure che è stata scarsa, come sempre. Perché è stata scarsa anche al festival della danza, al festival rock ed è scarsa in generale a qualsiasi iniziativa non sia una fiera con le bancarelle.

E qui si torna al discorso iniziale. Colpa del biglietto troppo caro, di un cartellone  magari di qualità, ma “troppo concettuale” e complicato per un pubblico normale? Di una disabitudine ormai consolidata alla “cultura alta”? Colpa di chi? e di che cosa?

E ancora:  se è vero che quest’anno rispetto al festival Orizzonti la cittadinanza, almeno nel centro storico, è apparsa meno distratta o indifferente, se non addirittura ostile, è anche vero che non c’è stato un gran coinvolgimento delle esperienze culturali, artistiche locali. Se si eccettua lo spettacolo Grimm’s Anatomy, allestito da tre registi del territorio (Carlo Pasquini, Laura Fatini e Gabriele Valentini) con attori del territorio (Chiara Savoi, Pergiorgio Margheriti e Giacomo Testa), per il resto tutto  arrivato da fuori. Catapultato in piazza da pianeti diversi e molto lontani, tra sguardi perplessi…

Su questo aspetto il direttore Andrea Cigni, la Fondazione Orizzonti, il Comune, dovranno riflettere e ragionare. Come dovranno riflettere sul festival Chiusi nella danza o sul Lars Rock fest… Perché alla fine di soldi ne vanno via parecchi. E in buona parte sono soldi pubblici. Il Comune destina alla Fondazione oltre 150 mila euro l’anno…  Il ritorno non può essere solo “mediatico” anche se il ritorno mediatico è importante.

Allora: 1)  come si possono coinvolgere di più le esperienze e le competenze teatrali, musicali, tecniche locali? Questo è uno dei primi nodi da sciogliere, perché è anche attraverso questo coinvolgimento che si creano professionalità, che tutto l’ambiente cresce e cresce la sensibilità culturale della città. 2) Come si può far crescere la partecipazione e l’attenzione della cittadinanza del luogo? Forse integrando il cartellone con proposte più “digeribili”, con prezzi più accessibili e popolari, “esportando” qualche evento anche fuori dal centro storico, allo Scalo per esempio… Perché è soprattutto la popolazione dello Scalo che latita. E, diciamolo pure: non si possono spendere centinaia di migliaia di euro per eventi culturali per pochi intimi o per una parte limitatissima della popolazione.

Naturalmente questo discorso vale per Orizzonti, ma non solo. Chiusi Scalo è la parte più abitata e popolosa del comune, non può essere considerata solo un dormitorio, né periferia dell’impero, buona solo per le fiere e i Ruzzi della Conca…

Proprio in questi giorni ci siamo incontrati noi di primapagina con alcun amici e con il Comune per verificare la fattibilità di un evento da farsi a Chiusi Scalo. Avevamo pensato ad un concertone di fine estate, in quello che è il luogo simbolo della storia e della memoria di Chiusi Scalo: l’area della vecchia fornace di via Oslavia… Qualcosa tipo “Chiusi suona per Chiusi”. Sul palco musicisti e gruppi chiusini, per dimostrare che la città non è solo un dormitorio ma anche un laboratorio dove si crea, si sperimenta, si produce musica e quindi cultura. Ad alcune aziende, associazioni, contrade, partiti,  avremmo chiesto di contribuire all’evento prestando attrezzature e strutture. L’idea era insomma quella di fare un po’ di chiasso per “svegliare” la città e contribuire in tanti ad un evento che fosse un primo passo verso la rinascita… La Fornace aveva quindi un senso “evocativo”. In Comune nessuno ha detto di no, ma l’area è problematica, e in Italia qualsiasi idea diventa una corsa a ostacoli dove l’ostacolo è sempre più alto del cavallo che lo deve saltare. Complicate la messa in sicurezza dell’area, le pratiche burocratiche necessarie, le certificazioni… Insomma meglio soprassedere o trovare una location diversa, anche se meno evocativa… Se qualcuno ha qualche soluzione da proporre, siamo qui ad ascoltare.

Quanto al resto e alle considerazioni su Orizzonti, sulla politica culturale, sulla qualità degli eventi, sull’uso delle strutture, su come contaminare e integrare “cultura alta” e esperienze locali (che non è detto siano “basse”), la discussione è aperta. Per quanto ci riguarda rilanciano a proposta avanzata due anni fa di tenere una sorta di Stati Generali della Cultura, cioè un summit tra tutti i soggetti a vario titolo interessati per fare l’inventario delle risorse e strutture disponibili (compreso il patriminio artistico e archeologico) e cominciare a ragionare su come farle fruttare al meglio, in termini economico-turistico e soprattutto in termini di crescita culturale della città e dei cittadini.

Li vogliamo fare?

Marco Lorenzoni

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